martedì 1 novembre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali (riflessione)

[234]
È opinione diffusa che l’istituto famigliare si incontri solamente presso gli uccelli e alcuni specie di mammiferi. Da ciò si deduce che questo istituto sia indice di un superiore grado evolutivo, o meglio alcune religioni è ideologie hanno preteso di trarre questa conseguenza dall’apparente somiglianza della famiglia umana con certe associazioni animali volte alla conservazione della specie. Anche ammettendo la correttezza di questa interpretazione, va osservato che:
• la famiglia è, anche per l’uomo, solo una delle forme associative “inventate” dall’evoluzione a salvaguardia della specie,
• forme che noi giudichiamo simili alla famiglia si riscontrano anche in gruppi animali tassonomicamente assai lontani dai vertebrati, per esempio tra gli insetti (scarabei con profughi, imenotteri aculeati…),
• animali a noi evolutivamente prossimi non basano le loro forme associative sulla famiglia,
• la maggior parte delle specie viventi, anche quelle sessuate, limita l’attività sessuale allo stretto atto riproduttivo,
• le analogie che talora c’è piacere riscontrare tra comportamenti umani e animali ha per lo più come discriminante la accentuata culturalità dei primi.

lunedì 31 ottobre 2011

Lettera di una limaccia a un’altra limaccia

[233]
Sposo mio, sposa mia amatissima,
non so come chiamarti
o chiamare me stessa,
se sposo o sposa.
Tutti distinguono maschi e femmine.
Noi no. Forse perché
non c’intendiamo di sesso?
Chi? noi, i campioni?
Tu, la mia femmina, io il tuo maschio,
tu, il mio maschio, io, la tua femmina.
Sposo alla sposa che è sposo alla sposa,
sposa allo sposo che è sposa allo sposo.
Unione reciproca, incrociata, perfetta.
Unio mystica.
Coincidentia oppositorum,
amore teologalis.

“E in nome di questo amore,
lumacone mio,
lumacona mia,
prenditi questa coltellata nella pancia.”
“Se è questo che vuoi,
lumacona mia,
lumacone mio,
sempre in nome del nostro amore,
eccoti la coltellata di ritorno”.
Così dicemmo allora,
oggi ci dividono
molti metri di scia,
e a noi non resta
che intonare insieme
Plaisir d’amour
ne dure qu’un moment
…”
(da Lettere di famiglia, 2005)

domenica 30 ottobre 2011

Pratica dell'abbraccio di base

sabato 29 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali – Avvoltoi


[232]

Lui. – Dio mio, come sei grassa!
Lei. – Anche tu non scherzi!
Lui. – Ma cosa mangi?
Lei. – Carogna.
Lui. – Anch’io.
Lei è lui (all’unisono). – Un cibo sano e nutriente!
Lui. – Se non fossimo in tanti a litigarcelo…
Lei. – … e non facessimo tanto baccano!
Lui. – Un po’ di festa, va bene, ma tutte quelle beccate!
Lei. – Sai che ti dico? La prossima carogna ce la teniamo per noi.
Lui. – E come vuoi fare? Dall’alto ci vedono tutti!
Lei. – Così (gli dà una beccata al cuore).
Lui (morendo). – Carogna!
Lei (cominciando a mangiare). – Appunto!

venerdì 28 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali. Parrocchetti

[231]
(Lei e lui, in tandem)

Non so dire che tu non dica,
non so fare che tu non faccia,
Dico solo ciò che tu dici,
faccio solo ciò che tu fai,
ma lo faccio con chi mi pare,
e non lo vengo a dire a te.
(segue separazione consensuale)

giovedì 27 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali. Cervi volanti (due monologhi)

Fotografia di Natura Mediterraneo
[230]
Lei. – Eccolo che torna alla carica. Con quel suo testone e le mandibole spalancate come per incutere paura. A chi? A qualche maschietto piccolo forse. A me no di certo, che con le mie mandibole corte e forti potrei tagliargli di netto una zampa. Ma a che scopo? Come maschio funziona abbastanza bene e questo mi basta. È piuttosto stupido, è vero, nonostante il testone, ma a me che importa? Ciò che conta è che non sia stupida io, e so di non esserlo.

Lui. – Certo, è una ragazza fortunata ad avere me come compagno. Pensare che potrei averne quante ne voglio! Ogni tanto un finto combattimento con un finto avversario, tutto ciò che rischio è un ruzzolone giù dal ramo, quando ne trovo uno più forte di me, ma capita di rado. L’importante è che lei non mi veda, ne andrebbe della mia dignità… La sera, una volantina da una quercia all’altra… tutto sommato, una bella vita. Eccola che mi attende, fedelissima, almeno spero… Non è molto intelligente, ma a me che importa? Come femmina va benissimo; di testa, basta la mia.

mercoledì 26 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali - Leoni

[229]
Lui (tra sè) – Sei sopraffatto. Credo che col prossimo pretendente dovrò venire a patti: qualche ruggito, un paio di zampate con le unghie ritratte, poi gli cedo metà del mio harem a patto che nessuno lo venga a sapere.
Una delle Lei – Poveretto! Non ce la fa più, mentre a me piacerebbe quel giovanotto che è venuto ieri… Chissà se si potesse trattare… (si accorda con le altre cinque, poi va da lui) È ora di democratizzare la nostra società. Non è più il tempo della ius prima noctis e affini. Del resto anche tu non sei più all’altezza della tua fama. Non ti chiediamo di abdicare. Tieniti la corona ma per il resto lasciaci fare.

martedì 25 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali - Rospi

[228]
Lei – … sta comodo lassù il signorino? …mi duole di non essere più larga di così… ma sì, fatti pure un sonnellino… al momento giusto ti sveglio io…
Lui – Ma cosa avrà da brontolare? Che dovrei dire io, che dopo averla aiutata per ore a liberarsi delle sue uova, mi sento dire: “Ora lasciami in pace! Pensa tu a fecondarle!”

lunedì 24 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali - Pesci

[227]
Lui – … a forza di fecondarti le uova, mi è venuta fame.
Lei – Serviti pure; me ne avanza ancora qualche migliaio.
Lui – Uova, sempre uova, non sai fare altro…

domenica 23 ottobre 2011

Dieci zoodialoghi coniugali - Mantidi

[226]
Lui - Sei bellissima, mi piaci da morire…
Lei – Non mi tentare!
Lui – … mi piaci che ti mangerei…
Lei – È un’idea! (gli stacca la testa con un morso)

venerdì 21 ottobre 2011

Erasmino


L'ultima incisione di Albrecht Dürer (1526), nella Collezione Reale di Kopenhagen

Su invito di Fernando e sperando sia di qualche interesse, voglio riassumere in questo breve intervento le impressioni da me riportate dalla lettura della biografia Triumph und Tragik des Erasmus von Rotterdam, di Stefan Zweig, 1934 – io l’ho letta in italiano, nell’edizione Rusconi del 1981 intitolata semplicemente Erasmo da Rotterdam.

La prima cosa a saltarmi agli occhi è la somiglianza del titolo originale tedesco con quello di un quasi-contemporaneo lavoro di Thomas Mann, Leiden und Größe Richard Wagners («Dolore e grandezza di Richard Wagner»), uscito nell’aprile del 1933. E in effetti, più che di una biografia si tratta di un ampio saggio biografico sul tipo del lavoro manniano, concepito cioè senza tenere troppo conto dell’immagine per così dire «storicamente tramandata» di Erasmo ma affidandosi invece per lo più alla propria sensibilità. Zweig, pur con tutte le precauzioni della saggistica scientifica, si arrischia a ricostruire la figura di Erasmo a partire dall’idea che si è fatto di essa (impresa di per se poco «scientifica»); la sua onestà intellettuale gli impedisce però, come è ovvio, di forzare e manomettere, e ogni volta che l’identificazione tra idea e persona fallisce, lo ammette con un dispiacere che non può che suscitare simpatia. In questo senso, direi che «dolore e grandezza» o «trionfo e tragedia» siano in gran parte attributi propri delle ideologie dei due autori, e non dei personaggi storici di cui si «ricostruisce» la figura, e sarà perciò difficile qui parlare di Erasmo da Rotterdam prescindendo da Stefan Zweig.
Leggere di più ...Se seguiamo l’autore, l’ideale che Erasmo, con la sua vita e le sue opere, incarna quasi perfettamente è l’ideale pacifista. Dopo una breve riflessione sul perché Erasmo oggi (nel 1933) sia quasi dimenticato (perché oscurato «da figure più vigorose e impetuose di altri riformatori universali», e perché «ben poche notizie divertenti ci offre la sua vita privata: un uomo del silenzio e del lavoro indefesso riesce di rado ad avere una biografia appassionante»), subito Zweig pronuncia la sua dichiarazione d’amore:

«Vogliamo quindi riassumere qui con chiarezza quello che ancora oggi, e proprio oggi, rende a noi caro Erasmo da Rotterdam, il gran dimenticato: il fatto che egli, tra tutti gli scrittori e i pensatori dell’occidente, è stato il primo europeo cosciente, il primo bellicoso amico della pace, l’avvocato più facondo dell’idealità umanistica. Il suo tragico destino di essere rimasto sconfitto nella sua lotta per un indirizzo più equo e più armonico del mondo spirituale, lo lega ancor più intimamente al nostro sentimento fraterno» [p. 7].

La venatura autobiografica è esplicitamente dichiarata. Un’altra cosa invece mi colpisce: la definizione di «primo bellicoso amico della pace». Continua:

«Erasmo ha amato molte cose che noi pure amiamo: la poesia e la filosofia, i libri e le opere d’arte, i linguaggi ed i popoli, ed ha amato senza distinzioni l’umanità intera, per una finalità moralizzatrice superiore. Egli non ha veramente odiato in terra che una cosa sola, quale antitesi della ragione: il fanatismo» [p. 8].

Se quel primo «bellicoso» poteva essere una trovata poetica, «l’odio per il fanatismo» lascia davvero perplessi. In tutto il libro non una sola volta ci è dato pensare che Erasmo provi odio per qualcosa o qualcuno (semmai stizza, disprezzo…). Secondo Zweig invece egli «odiò tutti gli ostinati e gli unilaterali […] tutti gli angusti campioni di ogni classe e ogni razza […]. Con tutta l’energia del proprio ingegno brillante e preciso, combatté quindi, in tutti i campi e per tutta la vita, i presuntuosi fanatici di una loro propria illusione – solo in ben rari momenti felici si accontentò di sorriderne» [pp. 8-9]. L’ideale erasmico può forse conciliare pacifismo e odio del fanatismo? Egli stesso sembra escluderlo:

«Per lui non vi è nel campo teologico né in quello filosofico una verità assoluta e valida per tutti. La verità ha sempre molti aspetti e molti colori, e il diritto del pari, perciò “mai il principe dovrebbe essere più prudente che nell’indursi alla guerra, né dovrebbe insistere nel suo diritto, giacché chi non considera la propria causa giusta?”» [p. 81].

Ma cos’è il «fanatismo» per Erasmo?

«Ogni volta che Erasmo alza la voce contro la guerra, l’odio e l’angustia mentale, egli diventa appassionato, ma questa passionalità del suo sdegno non giunge mai a offuscare la limpidezza dello sguardo. Idealista per il cuore, ma scettico per la ragione, egli ha coscienza di tutti gli ostacoli che nel limite della realtà si oppongono all’attuazione di tale “pace mondiale cristiana”, all’impero della ragione umana. Colui che nella sua Laus stultitiae ha descritto tutti gli aspetti della follia e della incorreggibile sragionevolezza umana, non è tra quei sognatori idealisti che credono di poter annientare o anche soltanto addormentare con la parola scritta, coi libri, con le prediche o i trattati l’istinto di violenza innato nella natura umana […]; non ignorava che forse sarebbero occorsi millenni di educazione etica e di raffinamento culturale per sbestializzare ed umanizzare la razza umana» [pp. 82-83].

La violenza si manifesta quando manca il libero pensiero: una tale affermazione è già di per sé rivoluzionaria. Con un colpo di spugna, Erasmo cancella la linea rossa che per tutto il Medioevo ha collegato la pace alla cieca osservanza del dogma, alla mortificazione della ragione: non più la fede, bensì l’«impero della ragione umana» conduce alla «pace mondiale cristiana».

«Pensatore lungimirante, aveva da tempo veduto come l’istinto di violenza in sé non costituisca ancora un pericolo per il mondo. La mera violenza ha corto respiro; ella si dibatte cieca e furente, ma senza una meta al proprio volere, con breve pensiero, destinato ad afflosciarsi impotente dopo una fugace esplosione. […] Solo allorché l’istinto di violenza è al servizio di un’idea o l’idea di esso prevale, ne sorgono i veri tumulti, le rivoluzioni cruente e distruggitrici. Solo una parola d’ordine trasforma la massa in partito, solo l’organizzazione ne fa un’armata, solo un dogma ne fa un’eresia. Tutti i grandi conflitti nell’ambito dell’umanità hanno tratto il loro movente non tanto dall’istinto di violenza insito nel sangue umano, quanto da un’ideologia capace di scatenare tali istinti e di sospingerli contro una parte predestinata dell’umanità. È stato il fanatismo, questo bastardo fra spirito e forza bruta, a volere imporre all’universo intero la dittatura di un pensiero, anzi del proprio pensiero, quale unica forma lecita di vita e di fede, e a scindere così la comunità umana fra amici e nemici, fra seguaci e avversari, eroi e delinquenti, credenti ed eretici» [pp. 83-84].

Dunque il fanatismo non coincide con l’ideologia: in esso Erasmo (con Zweig) «odia» il processo di sclerotizzazione delle idee in ideologie, non le ideologie stesse ( tantomeno le vittime dell’ideologia, che egli cerca invece di ricondurre alla ragione). Certo, l’umanista non si rivolge mai ai «condotti-sedotti», alla folla incolta: a cavallo tra ‘400 e ‘500, la possibilità di una didattica di base non è nemmeno lontanamente concepibile (anche se quello che Zweig chiama il perseguimento, nel lavoro di Erasmo, di «una sintesi suprema di tutte le idee» è effettivamente vicino a IMC). Gli umanisti, come lo scrittore sottolinea in alcune pagine davvero belle, «rappresentano in sostanza non già un contrasto alla cavalleria, ma un suo rinnovamento sotto forma intellettuale» [p. 89], il che costituisce il loro limite più grande.

«Nemmeno per un istante Erasmo e i suoi pensano di concedere al popolo, incolto e pupillo – per essi ogni persona incolta è minorenne –, neppure il più piccolo diritto, e benché astrattamente amino l’umanità intera, si guardano bene dall’accomunarsi al profanum vulgus. […] Appunto questo ignorare il popolo, questa indifferenza di fronte alla realtà, tolse al regno di Erasmo ogni possibilità di durata e alle sue idee ogni immediatezza ed efficacia: lo sbaglio primo ed organico dell’umanesimo fu di avere voluto istruire il popolo dall’alto, invece di tentare di comprenderlo, imparando da lui» [pp. 88-90].

Ci aspetteremmo che Zweig, frequentatore dei migliori salotti, collezionista di mobili preziosi (il tavolino del suo studio era appartenuto a Beethoven, con grande invidia del suo vicino –anch’egli collezionista–, Franz Werfel), senta su di sé il peso della propria affermazione. Non è così: egli si ritiene al sicuro da certi rimproveri, come pure considera al di sopra di ogni biasimo lo stesso Erasmo. Sa però che dietro all’esibito elitarismo dell’ambiente in cui vive si nasconde l’incapacità di una classe intera a rivolgersi all’uomo comune, in altre parole quella debolezza che nei giorni in cui Zweig scrive lascia spazio all’ascesa del nazismo.

«In ciò sta la tragedia dell’umanesimo, la causa del suo rapido declino: le idee erano grandi, ma non gli uomini che le proclamavano. Un grano di ridicolo permane di questi idealisti da camera, come sempre negli accademici riformatori del mondo. Sono tutte anime aride, ben intenzionate, rispettabilissime, sono pedanti lievemente vanitosi, che portano i loro nomi latini come una maschera intellettuale: la loro grottesca minuziosità fa sempre avvizzire i più rigogliosi pensieri. Questi minori compagni di Erasmo sono commoventi nell’ingenuità professorale, assomigliano un poco a quelle brave persone che ancor oggi si incontrano adunate nelle società filantropiche e riformatrici: idealisti teorici, che credono nel progresso come in una religione, sognatori a freddo […]» [p. 91].

Dover riconoscere nello stesso Erasmo uno «zampognaro della pace» (come direbbe Hans Castorp de La montagna incantata), dover raccontare la dieta di Worms e quella di Augusta e far notare la sua assenza, ammettere incredulo che «il gran dimenticato» mancò a tutti gli appuntamenti della storia, che disertò ogni opportunità di conciliare cattolici e protestanti: tutto questo gli è sommamente penoso. Eppure non abbandona il suo intento iniziale, e la biografia di Erasmo da Rotterdam è in fondo lo sforzo di distillare da una figura tutto sommato umana, il tipo universale del mediatore e del pacificatore. Che tale compito di pacificazione non possa prescindere da un potenziamento diffuso e capillare del pensiero è, a ben vedere, il fulcro di IMC, e a questo punto che parlino Erasmo da Rotterdam, Stefan Zweig o Boris Porena non fa poi molta differenza.

Dario Peluso

giovedì 20 ottobre 2011

Commento ai tre postini precedenti


[225]
Così come sono si tratta di postini assai poco metaculturali giacché prendono inequivocabilmente posizione contro: la tecnologia, il progresso, l'universo mediatico. I deboli interventi di un interlocutore fittizio non traggono in inganno: qui viene esposto un parere personale in forma di verità, come il più delle volte si usa fare anche quando si premette –più per ossequio a una moda che per convinzione– la formula relativizzante ‘secondo me…’ Qui, se ipocrisia c’è, funziona al contrario. Lo stile usato è quello della certezza, il luogo in cui si manifesta –questi ‘postini’– rimanda alla relatività metaculturale. Come interpretarli allora?

Come argomenti su cui discutere, da rivoltare nella mente ora consentendo, ora opponendo, sempre però disponibili a modificare il nostro atteggiamento se altri argomenti interverranno con forza sufficiente. Ho pensato con questi tre postini –ma forse con tutti gli altri se non con tutto ciò che ho scritto in questi anni recenti– a un modello di eserciziario da proporre per un corso di formazione metaculturale.

(scritto il 31 Luglio 2010 - conclusione del Quaderno IV)

mercoledì 19 ottobre 2011

Tre postini sulla senescenza attraverso la tecnologia (e iii)

[224]

"Ma tu ce l'hai altrettanto anche con i canali mediatici che forniscono informazioni utili, per esempio in forma di 'nozioni' che altrimenti dovresti faticosamente ricercare in luoghi difficilmente accessibili, con grande dispendio di tempo".

Ancora una volta, tu pensi allo stadio finale, al ‘risultato’, quasi che la via per raggiungerlo contasse solo per questo. Eppure proprio lungo la via si aprono alternative che possono portare in tutt’altra direzione, forse anche più promettente. Inoltre è proprio nella devianza che la mente si impegna al massimo, e il lavoro della mente è ciò per cui e di cui viviamo. Ma anche ciò che va perduto quando la via viene percorsa a velocità tecnologica, trasformando un processo di acquisizione nell’apprendimento di una nozione previamente impacchettata e pronta per l’uso. Il taglio del processo a favore dello stato finale svaluta nel tempo anche quest’ultimo nel momento che lo si raggiunge per direttissima, perdendo di fatto tutto il lavoro speso lungo la strada. “E che importa –dirà il solito interlocutore– ora che hai il risultato?”

Semplicemente che ho dimenticato come si fa a raggiungere un risultato.

martedì 18 ottobre 2011

Tre postini sulla senescenza attraverso la tecnologia (ii)

[223]

"Perché ce l'hai tanto con la tecnologia? Dopo tutto, anche tu hai la macchina, viaggi in aereo, ascolti la radio, fai lo zapping televisivo, consulti Wikipedia?"

Certamente anch’io, come tutti, delle novità della tecnica non posso, o meglio, non riesco a fare a meno.

È proprio questo il punto. Dal momento in cui si affacciano sui mercati, le novità tecnologiche diventano indispensabili e noi loro schiavi. E più le novità si fanno sofisticate e risolvono i problemi che esse stesse hanno posto il giorno prima, tanto più le vediamo come indispensabili e quasi non ci capacitiamo come finora non ce ne eravamo accorti. È un meccanismo perverso di cui tutti cadiamo vittime per quanto cerchiamo di opporci. Una specie di ubriacatura collettiva, una droga che nessuna legge proibisce, che anzi viene incentivata dalla pubblicità, a cui è concesso di entrare dovunque, soprattutto però nei nostri cervelli. Di questi vengono indebolite le difese, naturali o artificiali che siano, attraverso la riproposizione, infinite volte reiterata, e la veste accattivante sotto cui l’oggetto da smerciare nel raggiungere il compratore predestinato.

lunedì 17 ottobre 2011

Tre postini sulla senescenza attraverso la tecnologia (i)

[222]

Ecco, ora vorrei servirmi anch'io della metafora dell'invecchiamento (con tutto ciò che di spurio si trascina dietro) e per giunta per basare su di essa una critica ideologica all'attualità che, se fosse un altro a farla, molto probabilmente non l'accetterei.

L’attuale fase della civiltà ominide, salvo piccole oasi relitte, è di palese senescenza, preludente all’estinzione. Il malanno sembra aver colpito indistintamente tutte le culture, da quando si è manifestata la tendenza all’omologazione al solo modello euroamericano. Fino a poco tempo fa questo modello ammetteva due varianti in conflitto tra di loro nella cosiddetta ‘guerra fredda’, oggi risolta con l’estinzione di una delle due. La variante rimasta ha finito per imporsi, se non altro come meta da perseguire, a tutta la popolazione umana. È venuto così a mancare il principale induttore di trasformazione, il confronto con il ‘diverso’, da cui dipende la sopravvivenza di ogni entità biologica, compresa la nostra. Invano tentiamo di conservare artificialmente la diversità, l’omologazione diffusa ci impedisce e la nostra resistenza si fa ogni giorno più debole. E qual’è lo strumento omologante?

La tecnologia, in particolare quella informatica. Molti diranno: “È però innegabile che in molti settori la tecnologia è alla base del miglioramento delle condizioni di vita che un po’ alla volta raggiungerà tutti gli abitanti della terra”.

Sì ma qual’è il prezzo di questo miglioramento? Non starò qui a ripetere cose che tutti sappiamo benissimo. Le sappiamo, ma ci rifiutiamo di metterlo in conto quando ne va della nostra comodità. Ma questa comodità non porterà atrofizzazione di certe parti del corpo, per esempio le gambe o le braccia, sempre meno essenziali per spostarsi o per produrre? Forse, ma in tempi così lunghi da non doverci preoccupare nella nostra breve vita. E se questa si allungasse? Se braccia e gambe non dovessero più servirci, perché non dovremmo rimpiangerle?

Una regressione mi spaventa tuttavia, più di quella corporea, tecnicamente dominabile: la regressione della mente, assai più rapida dell’altra. Bastano due o tre generazioni di astensione del pensiero e il cervello dirotta le sue potenzialità verso altri usi come l’accomodamento al pensiero altrui. È accaduto infinite volte: le religioni, le ideologie, le mode attentano di continuo all’autonomia delle menti. Oggi poi la tecnologia informatica corre in aiuto di questi ‘signori del pensiero’: l’omologazione televisiva, pilotata da enormi interessi finanziari, viene accolta passivamente se non con piacere da miliardi di individui che abdicano al proprio cervello per assumerne uno industrializzato. Per qualche tempo alcuni hanno puntato su internet per riscattare il loro pensiero dal servaggio televisivo, ma basta navigare qualche ora in rete per accorgersi di come anche questa sia progressivamente invasa dalla ‘stupidità secondaria’, cioè indotta dai ‘signori del pensiero’, che sarebbe meglio chiamare ‘affossatori delle autonomie mentali’. Dicono che la nostra è una società democratica. Ma di che tipo è una democrazia che inibisce il pensiero individuale solo per l’interesse di pochi, che antepone il guadagno –che unicamente a questo si riduce la cosiddetta ‘crescita economica’– a un effettivo sviluppo delle nostre capacità critiche e propositive. Viviamo, tutti più o meno, in un regime di monopolio del pensiero, tanto quanto lo erano il fascismo di Mussolini, il nazismo di Hitler o il comunismo di Stalin. Non so se questi regimi ammettono delle varianti positive. Non credo. Credo però che la democrazia l’ammetterebbe.