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mercoledì 25 luglio 2012

Terzo commento d’autore alla serie dei postini del ‘come se’


[410] 
Anche la struttura del ‘come se’ non è sempre evidente. Talvolta si limita a una semplice metafora, talaltra, come nel caso della ungarettiana Memoria, il ‘come se’ estende il velo del dubbio anche sul ricordo.

martedì 24 luglio 2012

Secondo commento d’autore alla serie dei postini del ‘come se’

[409]
I visitatori avranno notato che, come per tutti i postini della raccolta, non vale sempre il principio della coerenza tematica. Capita addirittura che il postino non tenga neppure fede al suo titolo. Mi scuso con i fans della coerenza.

lunedì 23 luglio 2012

Primo commento d’autore alla serie dei postini del ‘come se’



James & Nancy, della serie Letti disfatti, di Joseph Gerhard
[408]
Una difficoltà che ho incontrato nello scrivere questi ‘postini del come se’ è scaturita dalla mia scelta di non avventurarmi nella critica letteraria, che non mi compete. Confesso tuttavia di non aver sempre mantenuto fede al proposito e di essermi lasciato andare qua e là alla tentazione di esprimere giudizi di carattere estetico. Prego il ricevente –lettore o visitatore che sia– di non dargli eccessivo credito.

venerdì 20 luglio 2012

Nelly Sachs


[407]
Vorrei chiudere questa serie di postini del ‘come se’ nel nome di una poetessa alle cui opere sono particolarmente affezionato per come ha contribuito a restituire alle lingue e alla cultura tedesca la dignità perduta una sessantina di anni fa.
Hängend am Strauch der Verzweiflung
und doch auswartend bis die Sage des Blühens
in ihre Wahrsagung tritt –

Zauberkundig
plötzlich der Weißdorn ist außer sich
vom Tod in des Leben geraten –


(Pendente dal cespo della disperazione
eppure in attesa che la leggenda dei fiori
avveri la sua profezia –

Esperto di magia
d’un tratto il biancospino fuori di sé
dalla morte s’è trovato nella vita.)

Speranza dalla disperazione, luce dalla notte, vita dalla morte, la poesia di Nelly Sachs ha permesso alla Germania di rinascere dalla distruzione fisica e morale cui la storia l’aveva condannata. Non è stata l’unica, ma la fusione in lei della lingua della vittima con quella del carnefice le ha conferito un’emblematicità che penetra ogni sua parola, ogni suo gesto poetico. Il tema biblico di molte sue poesie, che in altri suonerebbe voluto e fastidioso, in lei è autentico: Nelly Sachs è forse l’ultima grande voce profetica che dall’antichità giunge fino a noi.
Di lei ho messo a suo tempo in musica varie poesie, la cui levità e intrinseca mu sicalità mi ha particolarmente attratto.
Che cosa ci guida nella scelta dei testi da musicare?
Il contenuto, certo, quello esplicito, anche se spesso si sperde nella poesia moderna di non immediata accessibilità; più ancora di improbabili accostamenti verbali, la ‘semantica di contatto’ quale scaturisce, quasi epifanicamente, da questa improbabilità; non ultimo, il ‘suono’ della parola, il ritmo del verso –anche e soprattutto se irregolare–, la ‘forma’ dell’insieme con le sue intime corrispondenze e i suoi inespressi richiami ad altro. Ma come può la musica tradurre tutto questo?
Intanto non sempre lo fa. Così, quando la musica, forte di una propria grammatica e sintassi, beneficiasse di una larga autonomia, non di rado assume la parola come pretesto per godere di se stessa, questo soprattutto nell’opera all’epoca del ‘bel canto’; altre volte si limita a fare da supporto alla parola, come nel cosiddetto ‘stile recitativo’; oppure si immedesima a tal punto nella vicenda narrata da sacrificare ad essa la sua autonomia espressiva. Il ricevente potrà ricercare tra le sue competenze gli esempi che a suo parere meglio rappresentano questi tipi di interazione, ciascuno dei quali ha prodotto risultati di tutto rispetto. Per parte mia e nell’ambito delle mie competenze vorrei nominare solo quelli che ritengo i vertici del connubio di musica e parola: le Cantate di Bach (comprese ovviamente le due Passioni) e il corpus dei Lieder schubertiani. Non so immaginare una fusione altrettanto perfetta di due autonomie singole in una di ‘ordine’ –ma non per questo anche di ‘livello’– superiore. E in quei pochi casi in cui il testo verbale non raggiunge quello musicale –come in certe stereotipie letterarie nelle arie, o sentimentali nella poesia romantica– è sempre la musica a riequilibrare la situazione. Nel caso mio, ahimé, se qualcosa di buono si è prodotto, temo lo si debba alla scelta dei testi –come qui quelli di Nelly Sachs– più che alla musica.

fine della serie di postini del ‘come se’

giovedì 19 luglio 2012

À la recherche du temps perdu

[402]

Mi sembra di aver già raccontato in uno di questi postini del preciso e circostanziato ricordo di una persona frequentata per mesi, poi d’improvviso sparita senza che io ne abbia conservato la minima traccia al punto da farmi dubitare, non dico della realtà della persona, ma della realtà del ricordo.
A questa incertezza di secondo grado mi sembra che Proust abbia dedicato il suo grande romanzo.
«Per molto tempo sono andato a letto presto. A volte, appena spento il lume, gli occhi mi si chiudevano istantaneamente. Non avevo neppure il tempo di dirmi: “mi sto addormentando”. Una mezz’ora dopo, il pensiero che era ora di prender sonno mi svegliava; sentivo di dover posare il libro che credevo di aver ancora in mano, e soffiare sul lume. Non avevo smesso, nel sonno, di riflettere su ciò che avevo letto, ma le mie riflessioni avevano preso un corso tutto particolare: mi sembrava di essere io l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V.»
Sogno di un sogno. Ricordo di un ricordo. Non più trovato. Per fortuna nostra però À la recherche du temps perdu è lì, davanti ad noi con i suoi sette volumi e le circa tremiladuecento pagine.
Il tempo del ricordo è un tempo ‘perduto’ o un tempo ritrovato?
La memoria è forse la più complessa delle facoltà ‘biologiche’. Non dico ‘umane’, perché la riscontriamo anche tra gli animali ai primi gradi della scala evolutiva. Può anche darsi che non sia una facoltà semplice, monoplanare, ma sia la somma o l’integrale di più livelli sviluppatisi nel tempo. L’‘elementare’ reazione di difesa di una cellula che si contrae al tatto o, molto più in là, l’aumento della salivazione alla vista o al solo ricordo di un cibo particolarmente gradito sono probabilmente tra i primi stadi della memoria. Forse conviene distinguere tra ‘memoria’ e ‘ricordo’, questo designando piuttosto il contingente contenuto di quella. O forse la distinzione è solo di comodo: il ricordo lo percepiamo attraverso la memoria, la memoria la percepiamo solo in presenza di un ricordo, o meglio non la percepiamo affatto, ma la inferiamo dal fatto di ricordare, per cui inventiamo –estraendo– una ‘facoltà’, la memoria appunto. La nostra mente cerca concetti secondo necessità, poi li reifica al punto di farci cercare la sede specifica di qualcosa che si produce a livello di ‘sistema’, non di singolo organo.

Proust avrebbe quindi ‘perso’ il suo tempo nel tentativo di localizzare la memoria?
Si direbbe proprio il contrario. I sette volumi della Recherche dimostrano quanto per lui la memoria si sviluppasse parallelamente all’esperienza vitale, forse anzi indistinguibile da quella. Esperire è iscrivere nella memoria. Addirittura ‘essere = ricordare’, il tempo è un’invenzione umana.
Nell’ultimo capoverso osservo che l’espressione si è fatta progressivamente più rigida, apodittica, ideologica. Una parola tira l’altra e senza paure si arriva a proposizioni ad ‘effetto’ (“il tempo è un’invenzione umana”), scarsamente difendibili sul piano filosofico. Un espediente retorico?
Ha poca importanza che lo sia o no. Più conta il fatto che ce rendiamo conto di quali mezzi la parola ha a disposizione per convincere, per piegare a sé il pensiero del ricevente. Gli scritti del livello di un Proust, di un Mann, ma anche un abile creatore o giornalista hanno a disposizione, indipendentemente da ciò che dicono, una ‘tecnica’ del come dirlo, e di questa sarebbe bene fossero consapevoli anche i riceventi. Se non altro per mantenere la propria indipendenza mentale. La scuola provvede a questo? La società ha interesse all’indipendenza mentale dei suoi membri? La democrazia ne ha bisogno?

mercoledì 18 luglio 2012

Il problema dei problemi: il tempo


[406]
E così è restato fino ai giorni nostri, nonostante le molte menti, illustri e oscure che si sono affannate dietro lo sfuggente concetto. Sfuggente sia alla comprensione che nell’oggetto significato.
Ma il tempo può dirsi un ‘oggetto’, come una sedia, un albero? Pochi saranno di questa opinione, i più lo considereranno una sorta di ‘contenitore’ di oggetti. Alberi e sedie sussistono nel tempo (e nello spazio), ma tempo (e spazio) sussistono solo in se stessi – per coloro che credono nella loro sussistenza. Ben trovata la definizione kantiana dei due come ‘a priori’ della conoscenza, cioè: possiamo conoscere gli oggetti solo se abbiamo per essi degli appropriati contenitori fisici, appunto spazio e tempo. Ma la ‘fisicità’ di questi contenitori è reale o mentale? E il problema si riapre sul versante psicologico: il ‘mentale’ corrisponde a un determinato stato fisico dell’organo pensante, il cervello? e così via.
La dualità corpo-mente, ulteriormente banalizzata in anima e corpo, ammette una riduzione monistica? E che vantaggio ne ricaveremmo? La rinuncia al due, e per esso alla pluralità tout-court, non ci sterilizzerebbe alla condizione del uno-tutto parmenideo?
Ma torniamo al problema del tempo, vigorosamente trattato nell’antichità, poi, ancora ai primordi della cristianità, da Agostino, vescovo di Ippona:
“Dunque, Dio mio, io misuro il tempo e non so cosa misuro (…) Ne ho tratto l’opinione che il tempo non sia che un’estensione. Di che? Lo ignoro. Però sarebbe sorprendente se non fosse un’estensione dello spirito stesso.” (Confessioni, traduzione C. Carena)
Agostino sembra qui presentire l’interpretazione di Kant. Ambedue tentano di sottrarre il tempo al mondo fisico e di fare una sorta di emanazione (“estensione”) dello spirito, una precondizione dell’atto percettivo. Kant avrà in questo idea più chiara di Agostino, il che è del resto è ben comprensibile dopo gli empiristi inglesi e Hume in particolare.
E come stiamo messi oggi, nei confronti del grande tema?
Le mie scarse conoscenze non mi permettono più che qualche piratesca incursione in questo campo. Osservo per esempio che la trattazione dello spazio e del tempo dall’ambito filosofico si è trasferita a quello scientifico con un’operazione in un certo senso inversa a quella appena ricordata per Agostino e Kant. È impensabile, oggi, parlare separatamente di spazio e tempo, cioè senza tener conto della loro unificazione nello ‘spazio-tempo’ della teoria einsteiniana della relatività. A dire il vero, già la fisica di Newton connette questi concetti entro formule unificanti, che però li trattano ancora come ‘parametri’ indipendenti. Nella relatività galileiana la loro indipendenza è implicitamente  sospesa, senza tuttavia che Galileo lo dichiari apertamente, forse per non rendere ancora più difficili i suoi rapporti con il Vaticano.
Una domanda che mi faccio spesso, al di là –o meglio ben al di qua– delle ipotesi relativistiche è se sia sensato matematizzare il tempo, dotandolo di un’unità di misura universale, quando la nostra percezione di esso è a tal punto variabile da non trovarsi due occasioni esperienziali che ne registrino l’uniformità. Mentre l’iterabilità di una misura spaziale rende plausibile la sua oggettività, lo stesso non accade per una misurazione temporale, irripetibile per principio. Si potrebbe replicare che anche per lo spazio due misurazioni di uno stesso oggetto non sranno mai identiche a causa dei microcambiamenti necessariamente avvenuti tra l’una e l’altra. Ma di questi cambiamenti è responsabile appunto il tempo, non lo spazio.
Non discuto ovviamente l’utilità pratica di questa ma tematizzazione; per parte mia, entro in crisi già mi si scarica la batteria dell’orologio da polso. Ma non vorrei neppure basare sulla ‘pratica’ un’ontologia che credo il tempo non meriti e di cui forse non ha neppure bisogno.

martedì 17 luglio 2012

Una parola su Nietzsche


Nietzsche e sua sorella, 1899
[405]

Conosco troppo poco Nietzsche per poter permettermi più di questo postino. L’ho letto in gran parte; alcune cose, come il Zarathustra anche più di una volta; ho scritto una cantata combinando testi suoi e miei; sono un buon conoscitore di Thomas Mann che molto gli deve, e non solo nel Faustus; eppure non posso dire di averlo ‘capito’ – seppure il verbo ‘capire’, applicato alla complessità di una persona ha qualche senso.

“Almeno il suo pensiero, questo l’avrei capito?”

Purtroppo no, e per due ragioni. Primo, perché ho già difficoltà a capire un pensiero ben organizzato, sistematico e coerente, figuriamoci il suo, balenante, desultorio, letteralmente inafferrabile. Secondo, perché questo pensiero è inestricabilmente legato alla sua singolarità umana, estrema e incommensurabile –per dirla alla Goethe– ma per ciò stesso scostante, addirittura fastidiosa. Mentre, per altro verso, la sua egoità è misurata, il ‘superuomo’ che è in lui si colora d’infanzia, dell’impunità di un bambino che crede nel suo sogno. Che non è necessariamente un sogno ‘buono’, ma cela in sé l’altra faccia dell’umano, quella che non vorremmo vedere tradotta in realtà storica: l’idea della ‘superiorità’ di qualcuno su qualcun altro, Certo la superiorità cui pensava Nietzsche nulla aveva a che fare con quella che si attribuirà la banalità nazista o che puntualmente rinasce dall’incomprensione del diverso e dalla sovraestimazione della forza materiale.

Stando alle numerose testimonianze, anche popolari, il teorico del ‘superuomo’ era persona mite e gentile, un poco buffa con i suoi baffoni neri, decisamente tragica nelle sue contraddizioni, come le vediamo impresse nelle fotografie degli anni della follia. La sua dilaniata personalità non è peraltro quella di un superuomo, ma di un uomo fragile che, per non essere sopraffatto, attacca. La violenza della sua parola si ritorce su di sé, si contorce sotto i suoi strani colpi fino a darci l’immagine, grandiosamente pietosa, di un Ecce homo, vittima dei suoi antagonisti, Wagner e Gesù Cristo, ambedue dominanti etologicamente. Dal primo Nietzsche tentò, come poi Thomas Mann, di liberarsi –senza tuttavia riuscirci– il secondo era probabilmente cresciuto in lui fin dalla fanciullezza e non l’ha mai abbandonato. A noi restano, commoventi, le tracce delle immensi lotte.

lunedì 16 luglio 2012

Un messaggio dell'Imperatore

[404]

Der Kaiser –so heißt es– hat dir, dem Einzelnen, dem jämmerlichen Untertanen, dem winzig vor der kaiserlichen Sonne in die fernste Ferne geflüchteten Schatten, gerade dir hat der Kaiser von seinem Sterbebett aus eine Botschaft gesendet. Den Boten hat er beim Bett niederknien lassen und ihm die Botschaft ins Ohr geflüstert; so sehr war ihm an ihr gelegen, daß er sich sie noch ins Ohr wiedersagen ließ. Durch Kopfnicken hat er die Richtigkeit des Gesagten bestätigt. Und vor der ganzen Zuschauerschaft seines Todes –alle hindernden Wände werden niedergebrochen und auf den weit und hoch sich schwingenden Freitreppen stehen im Ring die Großen des Reichs– vor allen diesen hat er den Boten abgefertigt. Der Bote hat sich gleich auf den Weg gemacht; ein kräftiger, ein unermüdlicher Mann; einmal diesen, einmal den andern Arm vorstreckend schafft er sich Bahn durch die Menge; findet er Widerstand, zeigt er auf die Brust, wo das Zeichen der Sonne ist; er kommt auch leicht vorwärts, wie kein anderer. Aber die Menge ist so groß; ihre Wohnstätten nehmen kein Ende. Öffnete sich freies Feld, wie würde er fliegen und bald wohl hörtest du das herrliche Schlagen seiner Fäuste an deiner Tür. Aber statt dessen, wie nutzlos müht er sich ab; immer noch zwängt er sich durch die Gemächer des innersten Palastes; niemals wird er sie überwinden; und gelänge ihm dies, nichts wäre gewonnen; die Treppen hinab müßte er sich kämpfen; und gelänge ihm dies, nichts wäre gewonnen; die Höfe wären zu durchmessen; und nach den Höfen der zweite umschließende Palast; und wieder Treppen und Höfe; und wieder ein Palast; und so weiter durch Jahrtausende; und stürzte er endlich aus dem äußersten Tor –aber niemals, niemals kann es geschehen–, liegt erst die Residenzstadt vor ihm, die Mitte der Welt, hochgeschüttet voll ihres Bodensatzes. Niemand dringt hier durch und gar mit der Botschaft eines Toten. – Du aber sitzt an deinem Fenster und erträumst sie dir, wenn der Abend kommt.

– – – – –

Tu che stai alla finestra e attendi che ti raggiunga il messaggio dell’Imperatore, come fai a sapere che un tale messaggio sta viaggiando verso di te, che l’Imperatore lo ha veramente affidato all’infaticabile corriere, che peraltro non arriverà mai a bussare alla tua porta e tu non lo riceverai mai quel messaggio, eppure tu sai che il siuo latore è in cammino, inutilmente: nessuno può avertelo comunicato, perché, se anche qualcuno lo avesse letto nel pensiero dell’Imperatore morente, non avrebbe neppure lui superato la soglia di quel “Nie, nie” (mai, mai).Il mondo de Kafka pur essendo in una logica ferrea, la sua logica non coincide con quella del nostro. Di cui la strana esperienza che tutto quadri mentre nullo quadra. Tutti noi, forse, viviamo in una schizofrenia del genere, ma non abbiamo modo di sincerarcene. Chi ci garantisce che la ‘realtà’ sia quale ce la mostra il Sole e non il sonno? Il dubbio non è di oggi, anzi l’umanità di ieri quanto e più di noi, anche se le realtà virtuali di cui disponiamo non di rado ci ingannano non meno dei sogni.
Perché?, i sogni, naturali o artificiali che siano, ci ingannano?
Il nostro cervello, eccitato per esempio da una droga, ci inganna? Ci lo siamo sempre domandato, dandoci risposte sempre diverse, la più recente delle quali, quella che abbiamo accreditato come ‘razionale’ (e le altre, chi le aveva prodotte?), è risultata vincente. Ma perché avrebbe vinto una sola e non due, tre, infinite?
Perfino la più ‘razionale’ delle discipline, la matematica, sta da qualche tempo sviluppando i rami dell’irrazionalità suggerendo anche alla fisica razionalizzata di Newton modelli di realtà multipli e probabilistici. La stessa ‘razionalità’, cara al Settecento, non è più la stessa di allora e si arricchisce e nutre del suo opposto, al punto di pretendere il controllo tanto quanto l’irrazionale lo rivendica per sé.
Ma che vuol dire che l’irrazionale ‘controlla’ se stesso e magari anche il razionale? Il ‘controllo’ non è sempre razionale?
Evidentemente sono possibili vari livelli di controllo, da esercitarsi con strumenti di varia provenienza. Così gli strumenti con i quali valutiamo la ‘giustezza’ di un’espressione poetica, di un brano musicale, di un’opera pittorica o architettonica, non sono di natura numerica né si esauriscono in reglo grammaticali e sintattiche. E neppure sono di natura logca, anche se la logica, como il numero e la matematica, vi hanno parte. Non so, a questo punto, se attribuire questa elasticità di comportamento all’uso che noi facciamo degli strumenti analitico-compositivi o a questi stessi. In altre parole, l’imprecisione che tanto arricchisce il nostro giudizio percettivo, analitico, valutativo – è in noi che giudichiamo. O è già negli strumenti che abbiamo inventato per giudicare?

domenica 15 luglio 2012

La libertà


[403]
»Nun ja, die Freiheit, wissen Sie, die Freiheit…!« wiederholte er, indem er eine vage, ein wenig linkische, aber begeisterte Armbewegung hinaus, hinunter, über die See hin vollführte, und zwar nicht nach jener Seite, wo die mecklenburgische Küste die Bucht beschränkte, sondern dorthin, wo das Meer offen war, wo es sich in immer schmaler werdenden grünen, blauen, gelben und grauen Streifen leicht gekräuselt, großartig und unabsehbar dem verwischten Horizont entgegendehnte…

„Eh già, la libertà, lei capisce, la libertà…!“, si ripeté con un vago, timido ma entusiastico movimento del braccio in fuori, in basso, in direzione del mare, ma non dalla parte dove l’insenatura era limitata dalla costa del Mecklenburgo, bensì dalla parte del mare aperto, dove questo si estendeva, appena increspato da sempre più sottili strisce verdi, blù, gialle e grigie, grandiosamente e a perdita d’occhio verso l’indistinto orizzonte.

“Ecco uno che sa scrivere…”
“Direi piuttosto uno che sa pensare…”
“Hai ragione. È forse la più bella definizione di ‘libertà’ che io conosca!”
“Non so se sia la più bella. So solo che è più da sessanta anni che mi dà da pensare…”.

La citazione è dai Buddenbrooks, di Thomas Mann. L’Autore era a quel tempo politicamente –si sarebbe poi detto– un reazionario, ma questa sua definizione del concetto di ‘libertà’ mi è sempre sembrata la più libera, meno ideologizzata, meno reazionaria tra tutte quelle in cui mi è capitato di imbattermi. Proprio perché non è una definizione, non segna dei confini, anzi, sconfina nell’indistinto, come lo sguardo in cerca di un orizzonte sul mar Baltico (l’episodio è ambientato a Travemünde, vicino a Lubecca, appunto sul mar Baltico).

– – – – –

Personalmente, sono infastidito dall’abuso che in genere si fa della parola e dal concetto di ‘libertà’. Dubito ormai che sia possibile attribuire all’usurata parola un concetto spendibili fuori dall’oratoria tribunizia. È più che evidente che ‘libertà’, se non se ne definiscono il contesto e i limiti, è un termine privo di significato, come lo è forse qualsiasi altro. Con la differenza che, quando diciamo ‘sedia’, o il suo ‘significato’ è inequivocabilmente riferito a un oggetto presente nel contesto, o non richiede questa specificazione, mentre quando diciamo ‘libertà’, il più delle volte neppure ci chiediamo quale sia il significato, sicuri, ‘ideologicamente’ sicuri che da qualche parte ci deve pure esseri, visto l’uso frequente della parola e, spesso, l’autorità di chi la pronuncia.
Nel passo citato, invece, la parola viene detta, ripetuta, come per essere commentata, ma ciò che segue è il lento trascorrere del gesto e dello sguardo verso un orizzonte inafferrabile… L’insistenza con cui il periodo manniano tenta di circoscrivere questa inafferrabilità, senza riuscirci, ce ne dà la migliore interpretazione: ‘libertà’ non è un concetto, ma solo un vago simulacro di concetto, destinato a perdersi come l’onda che si rifrange sugli scogli.
Lettura vanamente estetizzante di una parola densa di riferimenti politici oppure lettura finalmente realistica –anche se letterariamente espressa– di una parola che proprio l’abuso politico ha deliberatamente svuotato di ogni significato?
Propendo per la seconda interpretazione, suggeritami del resto dall’insieme dell’opera di Mann, profondamente problematica e pedagogica, indisponibile verso chi chiede risposte, apertissima verso chi crede di essere aiutato a pensare ‘oltre’ l’incerto orizzonte della ‘certezza’.

domenica 1 luglio 2012

Macbeth

[401]

MESSENGER
Gracious my lord,
I should report that which I say I saw,
But know not how to do ‘t.

MACBETH
Well, say, sir.

MESSENGER
As I did stand my watch upon the hill,
I looked toward Birnam, and anon methought
The wood began to move.

MACBETH
Liar and slave!

MESSENGER
Let me endure your wrath, if ‘t be not so.
Within this three mile may you see it coming;
I say, a moving grove.

MACBETH
If thou speak’st false,
Upon the next tree shall thou hang alive
Till famine cling thee. If thy speech be sooth,
I care not if thou dost for me as much.
I pull in resolution and begin
To doubt th’ equivocation of the fiend
That lies like truth. “Fear not, till Birnam wood
Do come to Dunsinane”; and now a wood
Comes toward Dunsinane.—Arm, arm, and out!—
If this which he avouches does appear,
There is nor flying hence nor tarrying here.
I ‘gin to be aweary of the sun,
And wish th’ estate o’ th’ world were now undone.—
Ring the alarum-bell!—Blow, wind! Come, wrack!
At least we’ll die with harness on our back.
[Exeunt]

MESSAGGERO
Mio grazioso signore, io dovrei riferirvi ciò che affermo di avere visto; ma non so come fare.

MACBETH
Via, parlate, messere!

MESSAGGERO
Mentre stavo di guardia sul colle ho volto lo sguardo verso Birnam, e ad un tratto, mi è parso che il bosco incominciasse a camminare.

MACBETH
Mentitore, ribaldo!

MESSAGGERO
Ch’io supporti l’ira vostra, se non è così. Voi potete vederlo avanzare in questo tratto di tre miglia; vi dico che è un bosco in marcia.

MACBETH
Se dici il falso, sarai appeso vivo all’albero più vicino, finché la fame ti secchi: se le tue parole sono vere, non mi importa che tu faccia altrettanto con me. Io vacillo nella mia sicurezza, e incomincio a dubitare degli equivoci del demonio, il quale mentisce pur sembrando dire la verità: “Non temere finché il bosco di Birnam non venga a Dunsinane”… ed ecco che un bosco si avanza verso Dunsinane! … All’armi, all’armi e fuori! Se ciò che costui afferma si vede, non c’è già che fuggire di qui, né da indugiare qui. Io comincio ad essere stanco del sole, e vorrei che la fabbrica del mondo fosse distrutta. Si suoni la campana d’allarme! Soffia, o vento, vieni o naufragio! Voglio almeno morire con le mie armi indosso.

– – – – –

Shakespeare non va per il sottile quanto a prodigi, streghe, spettri e altre diavolerie. Evidentemente il suo pubblico amava le tinte forti, come oggi le amano gli appassionati dei film dell’orrore, di avventuri spaziali, dei cartoni animati giapponesi, e un tempo i bambini attenti ai racconti della nonna.

Purtroppo non so l’inglese, che peraltro avrei voluto conoscere solo per leggere Shakespeare nella sua lingua, ma dalle traduzioni e dalla filmografia mi sono fatto un’idea di lui come di un autore che nell’acquiescenza al gusto dominante ha trovato quell’universalità che altri cercano nel discostarsene il più possibile. Shakespeare non è originale perché non ha bisogno di esserlo, non cerca perché ha, non si immedesima perché è. È Macbeth, è Amleto, è Cordelia o chi volete voi. Non c’è attributo, non c’è definizione che lo racchiuda. Di lui puoi dire qualsiasi cosa: cogli sempre nel segno pur sbagliando tutti i colpi. Shakespeare non ha creato il mondo. Ma è COME SE l’avesse fatto. Questi postini sono umilmente dedicati a lui.

lunedì 25 giugno 2012

Odi et amo

[400]

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

(Odio e amo. Forse vuoi sapere perché lo faccio.
Non so, ma sento che accade e mi torturo.)

Il verso latino e la concisione raggiungono in questo distico un vertice di immediatezza forse insuperato. Talvolta immaginiamo il poeta come un tecnico della diversificazione, talaltra come una voce che esprimere l’inesprimibile. Catullo fa l’una e l’altra cosa insieme. Letterato finissimo nei poemetti alessandrineggianti, Catullo effonde la sua vena poetica in brevi componimenti di tono popolare, spesso scurrile, che ai nostri orecchi suonano estremamente attuali. La sua sboccata invettiva ce lo rendono un personaggio che ci sembra di poter incontrare per strada, in un circolo giovanile (Catullo è morto poco più che trentenne), al mercato. L’immediatezza del suo linguaggio ci fa dimenticare la distanza che ci separa da lui nel tempo e nella collocazione culturale. Tra i massimi esponenti della latinità, poeta tra i più amati del suo tempo, continua a parlarci con la familiarità del vicino di casa e con la passionalità di un ragazzo innamorato. Se mai la poesia è stata espressione di verità vissuta, questo è il caso di Catullo, e la sua verità non è diversa dalla nostra…
Ma noi, perché cerchiamo nella parola un altro –forse pure un poeta– la ‘verità’? Non ci basta una ‘finzione di verità’? Anzi non è piuttosto quest’ultima che ci attira soprattutto? Se le invettive o i lamenti di Catullo non fossero espressi in forme letterariamente irreprensibili, pensate che ce ne occuperemo ancora dopo più di duemila anni? Reciprocamente, se avessimo davanti solo forme letterariamente irreprensibili, pensate che supererebbero i confini di un esercizio di traduzione?
È chiaro: ci vogliono ambedue, verità e artificio!
Ma come misuriamo l’una e l’altro?
Se la verità è male espressa, non le concediamo la nostra fiducia, e se l’artificio e ben congegnato, non lo distinguiamo dalla verità. Essenziale sembra sia quindi, non tanto la verità della parola quanto l’artificio che la rende vera, sia che lo sia, sia che no.

giovedì 21 giugno 2012

Ter conatus ibi collo


Dante e Virgilio nell'Inferno – William-Adolphe Bouguereau (1850)

[399]

Ter conatus ibi collo dare brachia circum, 

ter frustra comprensa manus effugit imago
par levibus ventis volucrique simillima somno.

(Per tre volte tentò di gettargli le braccia al collo, per tre volte l’ombra vanamente abbracciata gli sfuggì di mano, simile a vento lieve e a fugace sonno.)

Siamo negli inferi, dove Enea rincontra l’ombra del padre Anchise, che li predirrà le magnifiche sorti di Roma. Virgilio finge qui un sapere reale che lui possiede, ma Enea non poteva conoscere. Lo affida quindi allo spirito onnisciente di un defunto. L’uomo non accetta la barriera che separa il passato dal futuro e tenta con ogni mezzo –magia, fede, speranza– di infrangerla. Ma non ci riesce, come quando cerca invano di riabbracciare un passato irrimediabilmente trascorso. Non credo che Virgilio intendesse questo con la bella immagine del triplice vano abbraccio, ma la polisemanticità del linguaggio poetico permette fare questo ampliamento interpretativo.
– – –
Ricordo quanta fatica ci costava, nelle versioni dal latino, rendere in un italiano comprensibile la sintetica città dell’originale. Qui per esempio la ‘frustra comprensa … imago’ la “tre volte invano abbracciata immagine” occupa sì e no mezzo verso, mentre una traduzione appena accettabile occuperebbe uno spazio all’incirca doppio. Non fosse altro che per questo –cioè per fare toccare con mano la differenza tra lingue anche vicine e le diverse loro caratteristiche espressive– avrei voluto fosse conservata alle giovani generazioni l’esperienza del latino e, per tutt’altre ragioni, anche del greco. Mi si obietterà che la stessa o analoga esperienza la si può fare anche con una lingua ‘viva’. Vero, ma il confronto fatto con una lingua non più attuale –ma non per questo ‘morta’– ci permette di concentrare l’attenzione sugli aspetti strutturali della lingua, sfuggendo all’urgenza comunicativa che predomina di gran lunga nell’apprendimento ‘funzionale’. Ma –insisterà l’obiettore– le lingue servono anzitutto per comunicare, non per rimirarsi allo specchio. Ancora una volta: vero, ma talvolta può essere utile, oltreché divertente, osservarle funzionare, anche per rimanerne alla guida e non esserne sopraffatti, visto che la loro malcelata ambizione è di essere loro a guidare noi semplici passeggeri.
– – –
Nella ripresa che Dante fa di questa immagine virginiana si legge
O ombre vane, fuor che nell’aspetto!
tre volte retro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
Nessuna similitudine a commento del fatto, nessun rinforzo metaforico. Perché?
Anzitutto perché Dante non è Virgilio, poi perché diverse sono le culture, diverso il momento storico. Virgilio vive l’apogeo culturale della latinità, consapevole dell’equilibrio raggiunto, che può attardarsi a ornare la sua invenzione con immagini letterarie; Dante invece, che scrive incalzato dalla turbolenza dei suoi tempi, taglia corto e si attiene a un realismo degli affetti che l’altro, il cantore ufficiale dell’età augustea, non può che rivestire di letteratura.
Riflessione, queste, che fino a pochi anni fa avrei ripudiato, attribuendole a un livello alto-colto, lontano dalla mia ricerca sui fondamenti, anche linguistici, della cultura. Oggi non vedo perché non coinvolgere in questa ricerca chiunque ne sia interessato e così, ogni tanto, ci provo.

Chloe


[398]
Un signore di età matura osserva una ragazzina saltellargli intorno. Un po’ lo cerca, un po’ lo evita con la inconsapevole malizia dei suoi anni. Ne ha infatti dodici o tredici; le sue movenze sono quelle di un cerbiatto che insegue la timida madre per le balze sabbiose, impaurito da ogni stormir di fronda. Ma il signore non sembra avere cattive intenzioni: non è una tigre feroce né un getulo leone pronto a sbranarla. È solo un poeta in vena di scrivere eleganti versi e lei non ha nulla da temere. Lasci quindi la madre, tanto più che è ormai ragazza da marito.
L’ultima esortazione:
tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.
non è tuttavia del tutto rassicurante. Orazio gioca qui con improvviso mutamento di tono; dall’innocente immagine del cerbiatto al riconoscimento di uno stato di cose: il cerbiatto è ormai una ragazza da farci all’amore. E in questa brusca virata verso la realtà sta forse la trovata poetica che cambia d’un colpo la prospettiva di questa piccola ma straordinaria poesia: sì,  ora la ragazza ha davvero ragione di temere, ma di se stessa.

Vitas hinnuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et siluae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis seu virides rubum
dimovere lacertae,
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor:
tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

(Mi sfuggi, Cloe come un cerbiatto /  che per i monti impervii / cerchi la madre vanamente impaurita / dallo stormire della fronda // Se infatti l’arrivo della primavera / scuote le foglie o un verde ramarro s’agita tra i rovi / le tremano cuore e ginocchia. // Eppure non t’inseguo per sbranarti / come una tigre feroce o un leone di Getulia, / lascia finalmente tua madre / ora che sei buona per un uomo.)

 Da qualche anno ho ripreso, con l’aiuto di un traduttore, le letture abituali ai tempi del liceo, non più incalzato dagli obblighi scolastici, ma per semplice diletto, e posso dire che di questo diletto non ringrazierò mai abbastanza le circostanze che me lo hanno concesso; il ‘tempo libero’, di cui oggi ho abbondanza, ma più ancora la scuola, che ha ampiamente compensato i dispiaceri di allora con il piacere che i medesimi oggetti mi procurano oggi. Temo che per un ragazzo dell’era dei telefonini e dei computer sia quasi impensabile un pomeriggio passato in poltrona a leggere Orazio. Lo stesso ragazzo potrebbe obbiettarmi che internet è assai più divertente e anche istruttivo di Orazio perché vi si legge l’enorme ricchezza accumulata in altri duemila anni di storia dell’umanità. E potrebbe anche avere ragione. Per sincerarsene gli consiglierei di chiudere per qualche ora suoi apparecchi –che anch’io posseggo– e di aprire le Odi di Orazio…
Ma già, lui non sa il latino…