mercoledì 15 settembre 2010

NO all’aumento incontrollato della popolazione


Questo no è legato al precedente, non però direttamente ma attraverso una variabile che potrebbe attutire l’impatto immediato del numero. Chiarisco.

La Terra potrebbe forse sopportare un numero superiore di viventi, anche umani, se questi sapessero contenere lo sfruttamento delle risorse planetarie entro i limiti delle loro esigenze vitali. Per gli animali e le piante in genere l’evoluzione ha prodotto in più di due miliardi di anni una regolazione tale da mantenere un equilibrio –dinamico, non statico– capace di garantire la vita per un tempo dello stesso ordine di grandezza. A un certo punto però è intervenuta la specie umana a introdurre in questo sistema di regolazione un elemento di disordine e turbolenza, la ragione, che in un tempo incredibilmente breve ha portato la vita sull’orlo dell’estinzione.

Oggi non siamo più in grado di sostenere l’aumento incontrollato della popolazione mondiale, ma quel che è peggio, non siamo neppure disponibili a controllare la variabile-cuscinetto: il consumo delle risorse planetarie.

martedì 14 settembre 2010

NO allo sfruttamento incontrollato del pianeta

Il nostro pianeta è estremamente generoso nei confronti della vita. Non ne conosciamo nessun altro che lo sia altrettanto, anzi neppure che lo sia tout court. E la vita non si è fatta pregare per corrispondergli con pari generosità. Ora però dal ramo della vita si è distaccato un elemento sfruttatore all’eccesso, che rischia di distruggere il difficile equilibrio raggiunto in milioni, miliardi di anni. Non siamo noi in quanto esseri viventi a rappresentare un problemi per la Terra e i suoi abitanti, tra cui noi stessi; lo siamo in quanto sfruttatori molto al di là di quanto ci serve per vivere. Nessun’altra specie animale o vegetale consuma neppure lontanamente le risorse che la Terra gli offre tanto quanto l’uomo. I suoi coinquilini comunque la arricchiscono con il proprio corpo mentre noi tentiamo di sottrarlo, per fortuna con scarso successo, perfino ai germi della decomposizione. E giudichiamo questa sottrazione come un atto encomiabile, ‘pio’, segno di una più alta concezione della vita, mentre non è che un furto ai suoi danni.

Certo, siamo in troppi, ma soprattutto ci comportiamo come se fossimo gli unici meritevoli di vivere e quindi in diritto di fare della nostra casa celeste ciò che ci pare. Se anche gli altri suoi inquilini e la casa stessa fossero d’accordo, non avremmo altri obiettori che i limiti imposti dalle cose. Ma non sono d’accordo e preferiscono estinguersi piuttosto che assecondare la nostra voracità. Quanto poi alla casa, mostra chiari segni di insofferenza con l’aumento della temperatura, il ‘buco dell’ozono’, i cambiamenti del clima … Tutte cose –si dirà– avvenute innumerevoli volte nel corso dei millenni … Sì, ma nei tempi ‘fisiologici’ del pianeta e non in quelli compressi e arbitrariamente decisi da noi. E, nei processi di trasformazione, la variabile ‘tempo’ è decisiva così come decisivo è il suo controllo. Anche l’uomo lo esercita nello sfruttamento pianificato del pianeta, ma il suo controllo ubbidisce alle accelerate esigenze dello sviluppo umano e la Terra non lo riconosce. Come uscire da questa reciproca incomprensione? Semplicemente adottando i suoi tempi evolutivi o perlomeno avvicinandoci ad essi.

lunedì 13 settembre 2010

Tutto quello che sappiamo della guerra è sbagliato



Una pausa breve nei postini del "no" ... per lasciare la parola a Nicolai Lilin ...

venerdì 10 settembre 2010

NO al guadagno illimitato

Perché limitarlo e come?

Alla prima metà della domanda non è difficile rispondere: siccome la produttività del nostro piccolo pianeta e di conseguenza il reddito che possiamo trarne sono limitati, deve esserlo anche il guadagno della singola persona. Più problematico rispondere alla seconda metà: come contenere questo guadagno entro limiti politicamente accettabili e controllabili. Una ripartizione egalitaria non è riproponibile dopo il fallimento del modello comunista. L’accumulo capitalista è parimenti fuori discussione per l’impossibilità di localizzare inequivocabilmente i capitali. Anche la loro permanente fluttuazione nel limbo della concorrenzialità scontenta pericolosamente ampi strati della società, che da un momento all’altro si vedono precipitare nel sottosviluppo mentre piccoli gruppi di potere accrescono i loro guadagni oltre ogni limite.

Avvertiamo tutti la necessità di ridisegnare questi limiti in modo da ridurre progressivamente i dislivelli economici che il guadagno illimitato ha prodotto. Non tocca a noi, che ne saremmo del tutto incapaci, progettare un modello di sviluppo che preveda un contenimento dei guadagni entro quei limiti.

Ma –si domanderà qualcuno– quei limiti ci consentiranno ancora di parlare di ‘sviluppo’? Forse bisognerà includere nella progettazione del modello anche la ridefinizione del concetto di sviluppo. Fino a oggi la versione ‘moderna’ di questo concetto è quasi esclusivamente economica. Altre modalità di sviluppo vengono intese tutt’al più come concomitanti (sviluppo del pensiero, delle capacità critiche, della creatività, della consapevolezza, della solidarietà planetaria, ecc.). A fronte di queste ‘altre’ modalità di sviluppo la concentrazione su quella economica appare eccessivamente riduttiva e soprattutto inadatta anche solo a porsi il problema della sopravvivenza nei termini perentori richiesti dalla situazione attuale. La produttività della mente umana penso sia tale da risolvere anche questo problema come tanti altri ne ha risolti nei corso dei secoli. La particolare difficoltà cui oggi ci troviamo esposti è –così credo– il superamento della crescita unilateralmente economica attraverso l’apertura metaculturale della mente.

giovedì 9 settembre 2010

NO alla corruzione

Mappa sulla percezione internazionale della corruzione nel 2009 (elaborazione Wikipedia, dati Transparency International)

Se già il privilegio risulta a dir poco sospetto, che ne sarà del ‘privilegio ottenuto per corruzione’?

Il discorso tende a farsi moralistico – e di questo mi scuso con i destinatari. Poiché tuttavia questi postini non vanno esenti da preconcetti culturali, dichiaro la mia preconcetta antipatia per il privilegio e la corruzione, non tanto per ciò che rappresentano sul piano morale, quanto per lo squilibrio che producono socialmente a svantaggio di tutti gli altri.

Non ho mai osservato direttamente fatti di corruzione. Ne ho però appreso abbondantemente dai giornali e dai mass media. Suppongo che i responsabili di tali fatti sappiano come giustificarli di fronte alla giustizia, ai danneggiati e alla propria coscienza, anche se queste superiori istanze dovessero non accettare le loro giustificazioni. Quali che esse siano e quanto riconosciute, a nessuno piace sentirsi gravare addosso colpe che non ritiene tali. I mezzi per scrollarsele di dosso si trovano sempre, mentre è molto difficile ritrovarle, una volta che abbiano toccato terra.

mercoledì 8 settembre 2010

NO al privilegio

Cesso in oro solido di 24 k, valutato in 7,7 milioni di dollari USA, Hang Fung Technology Show, Hong Kong

È un no assai condiviso a parole, da cui è tuttavia altrettanto facile dissociarsi se il privilegio riguarda noi. Neppure le società comuniste ignorano il privilegio, anzi lo coltivano con amore per i propri correligionari. I guai legati al privilegio sono particolarmente rilevanti quando si passa dal singolo alla classe sociale, a tutto un popolo, che diviene così portatore di una superiorità da nulla giustificata se non da una sconfinata presunzione. Esempi anche recenti dovrebbero metterci in guardia dai ‘popoli eletti’ come dagli ‘inviati dal destino’, eppure se ne incontrano ancora, così come si incontrano persone disposte a credere negli uni e negli altri.

È, come sempre, una questione culturale: si può avere stima, ammirazione, amore per una persona cui riconoscere anche qualche eccellenza in uno o più campi, ciò non implica tuttavia privilegio economico, sociale. Anzi in un certo senso un individuo già favorito dalla selezione naturale nelle sue capacità di pensiero e di azione sarebbe bene rinunciasse ad altri privilegi, mettendo a disposizione della società i vantaggi conseguiti senza merito.

martedì 7 settembre 2010

NO all'invasione culturale della mente


Che cosa intendo con questa singolare espressione?

Forse più di quanto ci si aspetterebbe. Un bambino cui insegniamo che 2+2=4 o che Parigi è la capitale della Francia subisce un invasione della mente?

Sì, se queste ‘nozioni’ non entrano nella sua mente senza che lui sappia correlarle ad altre in un abbozzo di quadro complessivo. Una nozione irrelata non promuove il pensiero ma lo lega a sé come farebbe un cappio. Una molteplicità non integrata finirebbe per paralizzarlo. Ma anche un’integrazione forzata, per esempio da un’ideologia, sarebbe non meno invasiva; è questo uno dei grandi problemi psicopedagogici che la scuola si trova ad affrontare senza esservi preparata, gravata com’è dai contenuti che la società le impone. E sono appunto questi, i contenuti culturali, a invadere la mente, sia che si presentino in forma parcellizzata, additiva, sia che la loro integrazione sia precostituita entro un ‘sistema funzionale a un qualche tipo di potere’.

Che fare allora, se il no riguarda ambedue le forme?

Così posto, il problema si concentra nuovamente sul contenuto. Come svincolarlo da questo e contemporaneamente dalla forma, libera o integrata?

Spostando l’attenzione sul soggetto agente, nel caso della scuola sull’allievo, che deve essere messo in grado di scegliere sia i contenuti che la forma, giacché non sono né questa né quelli a ‘invadere’ la mente, ma le scelte precostituite.

Certo, tutto il sistema formativo va ripensato dalle sue basi, se si accetta il principio dell’autonomia. (Ricordo che questi postini non si dichiarano ‘metaculturali’ bensì ideologici, come del resto sarebbero anche se si dichiarassero ‘metaculturali’).

Non è questo il luogo per trattare di tale ripensamento, né sarei capace di aggiungere alcunché alle cose che vado dicendo ormai da parecchi anni. Sono peraltro ancora convinto della necessità di questo ripensamento per rispondere a un concetto di ‘democrazia’ non più legato al modello capitalistico ma in grado di costruirne uno nuovo in piena autonomia.

NO alla fame


Ci si può sfamare se un altro ha fame?

Certamente. Ogni animale ci riesce benissimo e anche noi uomini non abbiamo difficoltà, se, pur sapendo della fame altrui, non la vediamo con i nostri occhi. Oggi peraltro ce la mostrano dal vivo, ma così come ci mostrano un’infinità di finzioni indistinguibili dalla realtà e a noi conviene non distinguerle. Ancora una volta non ci vengono in aiuto né la nostra animalità, né la coscienza umana. Eppure la sopravvivenza di noi tutti dipende dalla sazietà raggiungibile dalla specie. Se la Terra non fosse più in grado di mantenere tutti i suoi abitanti (non quindi la sola specie umana), le cose si metterebbero assai male, come ci suggerisce la ragione. Ma la ragione è, delle nostre facoltà, la meno ascoltata e quindi, finché la fame non colpirà la maggioranza di noi individualmente, c’è poco da sperare nella fame degli altri.

Il discorso, purtroppo, non è cinico, ma oltremodo realistico.

lunedì 6 settembre 2010

Arterie



Facciamo un piccolo alto nella sequenza dei diciannove postini del "no" .... ma stanno capitando degli eventi che meritano riflessione.

Si è svolta in questi giorni (2-5 settembre) qui a Cantalupo l’annuale manifestazione di Arterie, una vera e propria rassegna di gruppi culturali, sia di base che a vario titolo professionali, provenienti da molte regioni italiane, i quali hanno attirato nel piccolo paese sabino centinaia , forse migliaia tra partecipanti e spettatori. L’offerta, tutta a titolo gratuito, è stata assai più ricca che nelle precedenti edizioni e spaziava dalle più diverse forme di teatro – sia per adulti che per bambini – alla musica ( etnica, popolare, jazz, elettronica….), alla danza, alla lettura poetica, alle arti figurative. Nuova, rispetto agli altri anni, è stata la presenza di laboratori – sempre per adulti e per ragazzi di scuola – dedicati a varie attività manuali e di fantasia , tra cui, particolarmente interessanti, momenti di documentazione e riflessione interna, confluenti in un reportage filmico proiettato a chiusura del festival.

Leggere di più ...Personalmente le mie condizioni di scarsa mobilità mi hanno impedito di partecipare, anche da semplice spettatore, all’evento, di cui peraltro sono stato direttamente informato già durante il suo svolgimento. Degno di massima lode ritengo il piccolo staff organizzatore di Arterie, tra cui vorrei nominare in particolare i fratelli Eva e Riccardo Serena per l’ inventiva messa in atto nella complessa strutturazione dell’evento e nel puntuale controllo del suo svolgersi. Accanto ai due protagonisti va ricordato l’appoggio fornito da Centro Metaculturale, dal suo presidente Angelo Bernardini e da singoli operatori, nonché l’attenzione con cui il Comune di Cantalupo, il suo Sindaco e i suoi Assessori hanno facilitato il lavoro degli organizzatori.

Per concludere, qualche considerazione da parte di chi non è nuovo a tali iniziative. Non entro nei particolari non avendoli osservati io stesso, penso però che la presenza quasi simultanea di molti microeventi non abbia favorito il giusto apprezzamento di quelli più meritevoli. Lungi da me un discorso di élite, ma nel momento in cui la “base” viene coinvolta in una operazione culturale esterna ai normali canali commerciali, credo che il controllo di qualità divenga, non tanto esteticamente quanto “politicamente”, “formativamente” essenziale. Senza pregiudizio per la quantità, mi sembra sia giunto il momento che la qualità si unisca ad essa. Ma se il numero definisce la quantità, cosa definisce la qualità?

domenica 5 settembre 2010

NO alla violenza


È una generalizzazione dei postini precedenti o quelli non sono che una specificazione di questo.

Una tigre sgozza un’antilope. È violenza questa?

Un uomo sgozza un suo simile. È violenza questa?

Molti risponderebbero sì in entrambi i casi anche giustificando la tigre, che
- ‘deve pure mangiare’,
- ‘uccide specie diverse dalla sua, come noi che per mangiare uccidiamo un pollo’.

Per l’uomo non varrebbe comunque questa giustificazione; anche perché non siamo usi mangiare i nostri simili. E se lo facessimo?

E la tigre maschio, quando uccide i piccoli non suoi per accoppiarsi con la loro madre; è violenza o no?
- ‘È violenza giustificata dall’istinto riproduttivo. Si tratta pur sempre di animali!’

Per altri l’unico capace di vera violenza sarebbe l’uomo, perché provvisto di ‘coscienza’. E la coscienza ci permetterebbe di uccidere il ‘nemico’ in guerra, il ‘colpevole’ anche in pace e qualsiasi altro animale per solo diletto! Dove comincia, dove finisce, anche per l’uomo la violenza?

Come si fa ad opporle il nostro rifiuto se neppure sappiamo che cos’è?

La ‘natura’ non può in alcun modo venirci incontro nel rispondere a questa domanda. Dobbiamo sbrigarcela da soli con o senza l’aiuto della nostra coscienza, essa pure troppo incerta e contraddittoria per essere affidabile. C’è però la ‘morale’, ci sono le ‘leggi’, c’è la ‘cultura’ che ci informano su cosa s’abbia da intendere per ‘violenza’ e sui suoi limiti di tollerabilità.

Quindi il NO alla violenza, come del resto la violenza stessa, sono qualcosa di specificamente umano che sta a noi, al nostro ‘libero arbitrio’, riconoscere o disconoscere.

Credo che l’attuale situazione –che la nostra coscienza non meno della nostra ‘animalità’ hanno contribuito a creare– richieda decisamente questo NO a difesa nostra e della vita che ci circonda. Se l’animalità non è sufficiente e neppure la coscienza lo è, rivolgiamoci alla pura e semplice ragione: se ammettiamo la violenza, siamo spacciati. Ma è possibile un’opposizione non violenta? Sta alla cultura inventarla.

Alla fin fine, cosa siamo?

Bolle nel vento!



Buona domenica a tutti!

sabato 4 settembre 2010

NO agli armamenti e al traffico delle armi

Riproduzione a scala di "Fat Man", l'ordigno al plutonio fatto esplodere a 503 m d'altezza su Nagasaki alle 11:02 (ora locale) del 9 Agosto 1945, la cui resa venne misurata in all'incirca 21 kT

Gli armamenti e il traffico delle armi presuppongono che delle armi si voglia farne uso. Basterebbe quindi il no alla guerra per tirarsi dietro quest’altro no. Eppure il secondo potrebbe accordarsi con il primo per mantenere viva una fonte di guadagno. “Per parte mia rinuncio alla guerra, ma tu, continua pure; se hai bisogno di armi, ci sono io a fabbricarle e a vendertele, così come le vendo al tuo nemico. Capirai, gli affari sono affari. Finché continuerete ad ammazzarvi tra di voi, non c’è bisogno che lo facciamo noi. In ogni caso, se doveste smettere, avremo ancora sufficienti scorte per attaccarvi, magari accusandovi di fabbricare armi clandestinamente. E la ‘guerra preventiva’ che ne nascerebbe sarebbe pienamente giustificata dal nostro desiderio di mantenere la pace.”

Più che della guerra, degli armamenti e del traffico di armi c’è da temere dell’umana ‘volontà di pace’ che, quando incontra una ‘non volontà’, non trova di meglio che dichiarargli guerra; e, in previsione di un incontro del genere, pianifica nuovi armamenti, scudi spaziali e roba del genere.

venerdì 3 settembre 2010

NO alla guerra

La città di Dresda, fotografata da Richard Peter dalla torre del Comune. In primo piano, l'allegoria della Bontà.

Perché ‘no alla guerra’ quando da che mondo è mondo gli uomini si può dire che non hanno fatto altro che intramezzare le guerre con l’accumulo di ragioni per farne delle altre. Se è vero che le guerre hanno seminato morte e distruzione, è anche vero che hanno prodotto ingenti guadagni e progresso civile e tecnico. E nessuno, pur dichiarandolo ai quattro venti, ha mai pensato seriamente di proscrivere la guerra. Se non altro a titolo difensivo tutti i popoli l’hanno sempre ammessa e non è mai convenuto a nessuno distinguere chiaramente tra difesa e offesa. Cito spesso il testo di un madrigale di incerta origine:

Distingui offesa da difesa.

Se questa offende, è pur legittima,

perché così la vuol chi si difende.

Abbiamo esempi recentissimi di guerre ‘difensive’ del tutto indistinguibili da quelle ‘offensive’. Neppure Hiroshima e Nagasaki sono stati un deterrente bastevole a farci rinunciare alla soluzione bellica dei conflitti. Eppure dovremmo rinunciarvi, se vogliamo sopravvivere. E non starò qui a ripetere il perché.

I diciannove del "no"

Eva Hesse, Repetition Nineteen III, 1968, fibra di vetro e poliester

Questo titolo così ... cinematografico ... annuncia una serie di postini, appunto diciannove, che Boris ha preparato recentemente e che presenteremo in successione a partire da oggi.

Il potere del "no" espresso con decisione è ben conosciuto - esprime rivendicazioni, concentra energie ... Ad esempio, in alcuni seminari di difesa personale si insegna, davanti ad una possibile aggressione, a confrontarsi con l'attaccante e urlare "no" con decisione, accompagnando l'urlo con gestualità molto decisa.

Ma lascio che sia Boris a presentarvi la serie ... e a cominciare da oggi pubblicheremo questi diciannove interventi.

Premessa

Dò qui inizio a una serie di postini che trattano brevemente di tutto ciò che vorrei non ci fosse nel mondo e che invece non solo c’è, ma viene spesso esibito con soddisfazione. Dico subito che questi postini sono fortemente connotati ideologicamente e che per questo non dovrebbero comparire in una raccolta a sua volta inserita in un insieme di scritti di impostazione metaculturale. A parziale scusante dirò subito che, oltre a non pretendere (come è ovvio) a nessuna verità, i postini sono fortemente soggettivi e quasi sollecitano il dissenso, purché motivato, come del resto questi stessi tenteranno di darsi una motivazione. Il numero diciannove non ha altra ragione che quella di rispondere al numero di righe disponibili sulle pagine del quaderno su cui sono stati scritti. È quindi possibile –anzi me lo auguro- arricchire la serie di tutti quei postini che i riceventi vorranno inviarci.

mercoledì 1 settembre 2010

Identità e ... identitarismo


Boris insiste regolarmente affinché io scriva. Oggi mi permetto di presentarvi qualche idea –evidentemente molto ispirata al suo pensiero, persino alle sue espressioni– che si è consolidata al seguito dei recenti dibattiti in Germania (caso Sarrazin) e in Francia (espulsioni del governo Sarkozy). Ho avuto l’occasione di esporle nella pagina web di Federico Mayor Zaragoza, ex-presidente dell’Unesco e attuale presidente della Fundación Cultura de Paz, convergente assai con il messaggio ormai pluridecennale di Boris e del Centro Metaculturale.

N.B. Stile di pensiero, relazione d'aiuto e composizione delle differenze sono termini che acquistano un senso specifico nelle opere di Boris Porena, dove sono stati sviluppati dettagliatamente. Anche la citazione d'Orazio è stata utilizzata in diverse occasioni in queste opere. 'Prendere consapevolezza per agire, agire per prendere consapevolezza' rispecchia trasparentemente il poreniano analizzare per comporre, comporre per analizzare.

Quando due culture entrano in contatto reciproco, si influiscono a vicenda (Grecia capta Romam cepit, osservò non del tutto senza sagacia un ‘conquistatore conquistato’ più di venti secoli fa). Gli arrivati e/o conquistati (oggigiorno, la conquista per eccellenza è la mescola di sfruttamento economico ed emarginazione sociale) si dibattono tra due pulsioni contrastanti. Da un lato, pulsione verso l’integrazione (bisogna dire l’ovvio – se non ne esistesse almeno in ragionevole misura, non sarebbero venuti). Da un altro, pulsione verso l’identità.

Risulta spiegabile che le nostre società si concentrino sulla parte problematica, che è chiaramente la seconda. Davanti ad essa, ci sono alcuni anni che stiamo provando con una combinazione di paternalismi di facciata e, sotto la loro copertura, delle bastonate dell’accidente). Ma è chiaro che questo cocktail non funziona e spazia – non aiuta l’integrazione, non riduce le diseguaglianze. E davanti alle bastonate l’identità semmai si rinforza – proviamo a chiederlo ai guerriglieri di tutte le epoche.

Con ciò, il senso di identità si sclerotizza e comincia a diventare identitarismo. (Costruisco questa parolaccia con la desinenza –ismo perché denota un’ideologia, che pretende di avere valore assoluto). Questo fenomeno non avviene soltanto nei margini radicali del gruppo bastonato; l’identitarismo salta, come vero virus ideologico, i tenui confini tra culture, e modifica il ‘DNA culturale’ del gruppo dominante. Genera uno stile di pensiero che, senza prendere consapevolezza di questa retroalimentazione negativa, si lancia a proporre politiche identitariste (talvolta tesi, come quelle di Sarrazin in Germania, talvolta azioni, come le espulsioni attuate dal governo Sarkozy).

Leggere di più ... Cosa propone concettualmente questo identitarismo dominante? Al mio parere, sono tre le sue linee d’azione. Primo, diffonde dati sprovvisti di contesto e strutturati secondo stereotipi (‘i musulmani costano di più al nostro sistema di protezione sociale’, ‘gli zingari rubano’ e così via). Secondo, rifiuta i paternalismi dell’odierno apparato sociale. Terzo, non solo non denuncia le corrispondenti bastonate ad hoc ma persino chiede che si rinforzino.

Come combattere questo virus? Non penso che valgano repressioni né tanto meno censure politicamente corrette. Neanche vale rincarare la dose di politiche di dimostrata inefficacia. Forse valga la pena, invece, adoperare uno stile di pensiero lucido, relativizzante, orientato alla realtà, che scommetta decisamente per la pace.

Davanti alla prima proposta identitarista, bisogna fornire informazioni e situare nel contesto appropriato i dati divulgati. Mi si permetta un esempio sarcastico: senza contesto, potremmo anche affermare che i residenti di Buchenwald ne uscivano scheletrici (i sopravvissuti, si intenda bene) e che probabilmente questi anoressici privi della più elementare gratitudine erano afflitti da un gene che gli impediva di metabolizzare il salutare brodo di pietre che ivi gli veniva generosamente offerto, assieme a un’ampia gamma di attività fisiche all’altezza della miglior palestra. Senza contesto, potremmo anche affermare che gli immigrati fanno affondare il nostro sistema sociale, oppure che gli zingari rubano. Siamo liberi di farlo, ma non solo descriveremmo in modo storpiato la realtà, ma anche danneggeremmo le nostre speranze di pace.

La seconda proposta dell’identitarismo merita applauso parziale, anche venendo da dove viene. Il paternalismo non ha nulla a che vedere con l’aiuto all’integrazione, come non ha nulla a che vedere con l’educazione. Il paternalismo finge la pace presente ma non fa nulla per prevenire la guerra futura. Ma non basta con denunciare il paternalismo: bisogna progettare ed eseguire un’azione di aiuto non paternalista che rispetti la dignità di quello che riceve l’aiuto e di quello che lo porge. L’obiettivo della relazione d’aiuto sarà la composizione armonica delle differenze, che sono relative; non può essere pretestuale, misericordia di uno ‘che vale di più’, che spinge qualche tozzo di pane secco nella mano di un altro che ‘vale di meno’ per tranquillizzare la propria coscienza, evitare sommosse … e giustificare le bastonate che continua ad amministrare in parallelo.

La terza proposta deve essere denunciata. Non serve rinforzare la pioggia di bastonate sui già bastonati. Serve invece rinforzare il principio di legalità, senza eccettuarne nessuno –so che in italiano suona sovversivo–. Questa legalità deve consolidarsi nell’ambito dello Stato, per tutti coloro che vi abitano. Successivamente, deve emanarsi e propagarsi verso la comunità degli Stati, come legalità internazionale. Solo attraverso la legalità diventa possibile una pace vera e duratura.

Prendere consapevolezza per agire, agire per prendere consapevolezza. Appunto perché non consideriamo positivo il senso assoluto dell’identità –in modo fondato, poiché è pericoloso per la pace– non possiamo combatterlo con un identitarismo di senso contrario, ugualmente assolutista.

L’affermazione assoluta dell’identità, assieme alle disuguaglianze economiche e sociali, e al disastro ambientale, sono le tre grandi minacce per la pace. Oggi, le minacce per la pace hanno implicazioni senza precedenti nella storia dell’umanità. Sono diventate minacce per la specie, se non per l’intero pianeta, dovuto alla straordinaria densità che abbiamo raggiunto, e ai mezzi tecnologici disponibili per fare la guerra – purtroppo le bastonate, che già in ambito sociale sono più che metaforiche, in ambito planetario rischiano di diventare ‘megatonate’, letteralmente, se la discordia ci scappa di mano, a furia di avvivare il fuoco degli identitarismi.

Prendere consapevolezza è un processo a 360°. Le identità che vengono affermate come assolute non si trovano soltanto ‘fuori’ dalle nostre società, incarnate in individui di pelle oscura, vestiti diversi, abitudine strane. Esistono altre identità assolute che si affermano in modo altrettanto insidioso dentro alla nostra cultura, come sono i nazionalismi, i gruppi di potere religioso, politico, ideologico, economico, … chi più ne abbia più ne metta.

Dobbiamo prendere consapevolezza della minaccia molteplice. Se non interveniamo urgentemente e decisamente per relativizzare le identità, tutte le identità; per ridurre le disuguaglianze; per proteggere l’ambiente che è casa di tutti … si annunciano tempi brutti, molto brutti. Per tutte le identità e per i loro portatori.