lunedì 21 aprile 2014

Tratta VIII.6 – Una costruzione complessa…



[Dialogante 1]  Una costruzione complessa…
[Dialogante 2]  … forse anche molto di più che non appaia da queste poche parole. Quelli infatti che abbiamo chiamati ‘linguaggi’ sono essi stessi strutture pluristratificate ulteriormente scomponibili probabilmente senza un termine ultime come lo è la realtà e lo sono tutte le sue immagini, siano o no linguistiche.
[Dialogante 1]  Ecco, mi sembra che qualcosa di non del tutto ovvia siamo riusciti finalmente a dirla.
[Dialogante 2]  E sarebbe?
[Dialogante 1]  Che la comunicazione non si contenta di un solo linguaggio, ma ne accorpa parecchi in una sola espressione.
[Dialogante 2]  A dire il vero, è una cosa che abbiamo costatato in un caso solo, quello della IX Sinfonia di Beethoven e nessuno ci autorizza a generalizzare.
[Dialogante 1]  l’istinto ci dice che considerazioni del genere le faremmo per qualsiasi musica, addirittura per qualsiasi espressione non necessariamente artistica.
[Dialogante 2]  Siamo nuovamente prossimi all’ovvietà: essendo noi esseri complessi e tali restando pure nelle nostre esigenze comunicative, è naturale che anche i prodotti che soddisfano questa esigenza abbiano lo stesso grado di complessità.
[Dialogante 1]  Ma chi ti dice che noi e i nostri prodotti comunicazionali siamo di complessità infinita?
[Dialogante 2]  Non potrebbe essere diversamente: perché, chi dovrebbe porre un limite alla loro complessità?

domenica 20 aprile 2014

Tratta VIII.5 – Irripetibile


VIII.5

[Dialogante 1]  Nel numero precedente, in mancanza di argomenti più attinenti il tema, ci siamo lasciati andare –o meglio, il nostro estensore lo ha fatto– a insulse considerazioni stilistiche sulla ‘metafora’ [a riprova di quanto detto nella parentesi quadra di apertura].
[Dialogante 2]  Penso che faremmo bene a trovare di meglio.
[Dialogante 1]  Trovare non saprei; cercare si può sempre.
[Dialogante 2]  È una proprietà del linguaggio verbale quella di aprire contemporaneamente più catene di significati…
[Dialogante 1]  … relativi a UCL* anche lontani l’uno dall’altro…
[Dialogante 2]    suggerendo analogia di struttura su cui gli uomini si interrogano da secoli…
[Dialogante 1]  … quasi che non fossero stati loro a costruirle…
[Dialogante 2]  … come, appunto, si costruiscono i ponti.
[Dialogante 1]  In altre parole i linguaggi, attraverso la metafora, ci permettono di passare da un UCL all’altro per via analogica.
[Dialogante 2]  Non tutti i linguaggi. Per esempio quello musicale non può farlo, per il debole rapporto che intrattiene con la significanza.
[Dialogante 1]  Debole, forse, non nullo. Anche in musica, come nella IX Sinfonia di Beethoven, un ritmo di marcia può costituirsi a metafora della liberazione dell’uomo dalle catene dell’ancien régime.
[Dialogante 2]  … sì ma attraverso la mediazione della parola di Schiller.
[Dialogante 1]  Credo però che anche senza quella parola il messaggio di liberazione sarebbe passato lo stesso, veicolato dal sentimento suscitato dal linguaggio musicale.
[Dialogante 2]  … sentimento, però, generico, che solo le note beethoveniane hanno precisato storicamente…
[Dialogante 1]  … per forza: erano note che non potevano essere state scritte in un altro periodo  storico.
[Dialogante 2]  Quindi il significato di quel linguaggio …anzi di quella singola espressione– può esser considerato come l’unica e irripetibile convergenza di due linguaggi, verbale l’uno, musicale l’altro, più il linguaggio ‘fattico’ della storia e quello sentimentale sovrimpresso dall’uomo.

* UCL : universo culturale locale.



giovedì 17 aprile 2014

Tratta VIII.4 – Significatività 'metaforica'



[D’abitudine non rileggo ciò che ho appena scritto. Se mi capita è quando non lo ricordo o sono molto incerto sul suo contenuto. È il caso di ieri, ed effettivamente ho riscontrato un pensiero confuso, adirezionale. Provo sempre maggior difficoltà a controllare la mia scrittura, sia nella manualità (eccessiva piccolezza), sia nel pensiero che dovrebbe comunicare. Forse la cosa potrebbe essere ancora corretta in corso d’opera (tra poco credo che sarà impossibile), ma, mi domando, a quale scopo? Penso che ciò che avevo da dire l’ho detto e ridetto molte volte. Se qualcosa di non detto è rimasto, è proprio la mia crescente incapacità di ragionare coerentemente e con precisione. È un’esperienza negativa che tuttavia merita di essere fatta nella maggior consapevolezza possibile e forse anche di essere documentata nel suo farsi. Questo perché è tra le ultime nostre esperienze e vale la pena affrontarla con cognizione di causa.]

[Dialogante 2]  Ti confesso che la parola ‘ponte’* non mi piace perché molto usurata nei contesti metaforici e per ciò stesso, poco significativa.
[Dialogante 1]  La significatività ‘metaforica’ di una parola dipende infatti da più fattori non necessariamente in sintonia:
  la parola deve essere di uso normale fuori di metafora;
  l’immagine evocata dal suo uso normale deve accordarsi intuitivamente con quello metaforico
  l’uso metaforico deve essere abbastanza estraniato da quello consueto da stimolare ancora la reattività linguistica del destinatario;
  è bene tuttavia che questa estraneità non superi una certa soglia per non disturbare il destinatario dal significato intenzionato.
[Dialogante 2]  Nel nostro caso la parola ‘ponte’ risponde anche troppo bene a questi requisiti. tanto da infastidire per la sua banalità.

* In origine queste tratte si chiamavano ponti e l’indecisione su quale fosse il termine adatto è durata parecchi mesi.

mercoledì 16 aprile 2014

Tratta VIII.3 - Fugace contatto



[Dialogante 1]  Anche se le tratte materiali non sono una prova di intenzioni pacifiche, quelle simboliche vale la pena di costruirle tra culture, stili di pensiero, abitudini diverse. Oltretutto si arricchiscono così i quadri mentali di ambo le parti.
[Dialogante 2]  Nessuno ci perde, ognuno ci guadagna, eppure è opinione diffusa che il contatto con la diversità offuschi l’immagine della propria identità…
[Dialogante 1]  … che deve essere assai debole se basta il fugace contatto con l’altro da se per metterla in crisi.
[Dialogante 2]  Secondo te, quindi, non è l’altro in quanto tale ad attentare alla nostra stabilità, anzi è questa ad avere bisogno di lui per rafforzare se stessa.
[Dialogante 1]  Comunque non basta una tratta a consolidare il terreno.
[Dialogante 2]  Stiamo parlando di tratte simboliche, e queste possono dimostrarsi assai più solide di quelli di cemento.
[Dialogante 1]  Infatti un solo modello mentale basta per produrre un numero qualsiasi di esempi reali.
[Dialogante 2]  Vuoi dire che il mentale è incomparabilmente più potente del reale?
[Dialogante 1]  Come se il mentale non fosse altrettanto reale, e forse più, del reale stesso!
[Dialogante 2]  Per non parlare delle tratte simboliche (di cui  invece stiamo parlando), la cui realtà è in nostro potere estendere mentalmente a qualsiasi oggetto.
[Dialogante 1]  Quel che voglio dire è che il concetto di tratta può, se opportunamente riflesso, farsi centrale del pensiero meta culturale, tanto quanto i concetti affini di ‘convergenza’ e ‘trasferibilità’[1].
[Dialogante 2]  Su questo punto tuttavia le riflessioni sin qui condotte non sono sufficienti…
[Dialogante 1]  … e conviene che ci torniamo ma con maggiore attenzione[2].


[1]             Vedi [23] Convergenza e trasferibilità, di Rigoberto Van der Mispel, nelle Indagini metaculturali.
[2]             Vedi oltre.

lunedì 14 aprile 2014

Tratta VIII.2 - L'altra sponda



[Dialogante 2]  La costruzione materiale di tratte –anche metaforiche– è possibile solo se è preceduta dalla costruzione di tratte mentali, cioè dall’intenzione di intrattenere rapporti pacifici e stabili con l’altra sponda.
[Dialogante 1]  Non è detto. In molti casi un progetto di collegamento può non essere affatto dettato da intenzionalità pacifiche ma, al contrario, da volontà di aggressione o di conquista.
[Dialogante 2]  Comunque sia, le tratte –materiali o mentali, effettive o metaforiche, pacifiche o aggressive– testimoniano del bisogno umano di entrare in rapporto con i propri simili.
[Dialogante 1]  Una visione certo assai ottimistica, per non dire ‘buonista’, del genere umano, che nulla –e tanto meno le tratte– giustificano.
[Dialogante 2]  Probabilmente hai ragione, e, affermando un bisogno di contatto tra umani, non abbiamo ancora detto nulla di positivo, in quanto sappiamo dalla storia e dalla documentazione archeologica che i reali contatti hanno avuto per  lo più carattere negativo.
[Dialogante 1]  Ora mi sembra che sia tu a vedere nera una varietà policroma che ci ha permesso di vivere alcune decine di migliaia di anni.
[Dialogante 2]  Un’inezia se paragonata al tempo della vita animale sulla terra.

sabato 12 aprile 2014

Tratta VIII.1 – Baratri incolmabili




[Con la parola tratta siamo soliti indicare una struttura, fisica o mentale, di collegamento tra due entità in qualche modo separate. Non essendo questo un trattato di ingegneria e non avendo io intenzione di progettare una congiunzione tra la Sicilia e il continente, mi limiterò a qualche semplice riflessione sull’uso metaforico della parola, riflessione affidata agli immaginari dialoganti di questo scritto.]

[Dialogante 1]  È il momento di dare un po’ di concretezza al titolo del nostro dialogo, pur restando nell’astratto dell’uso metaforico.
[Dialogante 2]  Chiarissimo come di notte un gatto nero.
[Dialogante 1]  Hai ragione, sarò più esplicito. In un mondo pieno di contraddizioni e inimicizia penso sia utile progettare qualche tratta che ci permetta di transitare incolumi da una parte all’altra di baratri che consideriamo incolmabili.
[Dialogante 2]  Che consideriamo o che sono incolmabili?
[Dialogante 1]  E che differenza fa? Se anche fossero colmabili, ma noi non abbiamo nessuna intenzione di colmarli…
[Dialogante 2]  … non resterebbe che costruirci sopra dei ponti, sempreché abbiamo interesse a farlo.
[Dialogante 1]  Eccoci già al primo e forse principale punto: che ci sia l’interesse o meglio la volontà di gettare ponti per superare baratri.
[Dialogante 2]  La volontà consegue all’interesse, soprattutto economico.
[Dialogante 1]  E quello è oggi in costruire crescita. Eppure non sempre la volontà gli tiene dietro.
[Dialogante 2]  Perché l’interesse a mantenere aperti i baratri molto spesso è maggiore di quello a chiuderli.
[Dialogante 1]  Così per esempio l’interesse a non chiudere il conflitto arabo-israeliano evidentemente supera di gran lunga il desiderio di pace delle popolazioni.
[Dialogante 2]  Ma lì c’è di mezzo il sentimento religioso, razziale…
[Dialogante 1]  Sai benissimo che sono sentimenti alimentati ad arte: semiti gli uni e gli altri, anche le loro religioni appartengono allo stesso ceppo, hanno in comune parte della loro storia e dei loro contenuti: non sarebbe difficile gettare ponti tra i due…
[Dialogante 2]    eppure la loro inimicizia dura da secoli…
[Dialogante 1]  … oggi ancora più motivata da questioni di egemonia.
[Dialogante 2]  Forse, se gli interessi (economici e di potere) fossero meglio bilanciati…
[Dialogante 1]  … contrasterebbero altri interessi e saremmo daccapo.

venerdì 11 aprile 2014

Tratta VII.6 – …movimento perenne…


[Dialogante 2]  Probabilmente la volta scorsa siamo andati troppo in là nel contrapporre vita e pensiero. Senza la vita non si dà il pensiero e senza questo non val la pena vivere, almeno per noi uomini.
[Dialogante 1]  Potrei anche dirmi d’accordo, vorrei comunque farti osservare che anche chi tenta di relativizzare concetti così inflazionati come quello di ‘libertà’ pensano, e talora più liberamente degli altri.
[Dialogante 2]  Effettivamente l’eccesso d’uso consuma qualsiasi concetto, anche il più condiviso e condivisibile, tanto che non vale più ad accendere la mente…
[Dialogante 1]  … perché di questo si tratta in definitiva: accendere la mente perché produca altro pensiero…
[Dialogante 2]  … produttivi sta a oltranza, industriale della mente!
[Dialogante 1]  Puoi anche vederla così, come del resto si può parlare in certi casi di sovraproduzione di idee che la società non riesce a utilizzare e che vanno perdute quando non finiscono per intasare i canali cerebrali inibendo secondariamente il pensiero…
[Dialogante 2]  … perché ciò che conta non è tanto la quantità di pensiero prodotta quanto il movimento necessario a produrlo.
[Dialogante 1]  La vita stessa non è che cambiamento, movimento perenne…
[Dialogante 2]  … ed eccoci di nuovo alla retorica…
[Dialogante 1]  … e se la retorica fosse un meccanismo di difesa contro gli eccessi produttivistici, quasi un segnale di allarme, ecco, ora stai esagerando?
[Dialogante 2]  Peccato tuttavia che il più delle volte questi segnali non vengano colti e l’intero meccanismo entra in tilt per feed-back positivo.

giovedì 10 aprile 2014

Tratta VII.5 – … l'ambiguo concetto della libertà…



[Dialogante 2]  Siamo di nuovo alle prese con l’ambiguo concetto di libertà, ma questa volta non vogliamo contestarlo, ma solo limitarne l’assolutezza.
[Dialogante 1]  Che sia un concetto utile, indispensabile anzi alla convivenza pacifica è fuor di dubbio, solo che non è ben chiaro quali siano i comportamenti che meglio gli corrispondono…
[Dialogante 2]  … tanto è vero che, quando crediamo che qualcuno non vi corrisponda, non siamo quasi mai d’accordo su come reagire.
[Dialogante 1]  Il fatto è che il quantitativo disponibile di ‘libertà’ non basta per tutti e acluni ne restano più o meno privi.
[Dialogante 2]  Mentre altri ne hanno in eccesso.
[Dialogante 1]  Sarebbe già molto, se la libertà fosse equamente distribuita, così che nessuno avesse da invidiarla a un altro.
[Dialogante 2]  Certo, ma un conto è la libertà, un conto il sentimento di libertà che ciascuno prova indipendentemente da quanta ne ha. C’è chi si contenta dalla libertà di pensiero, chi la vuole anche di azione, chi si sente prigioniero se solo non guadagna un certo tanto al mese, chi considera la libertà indipendentemente dal guadagno ecc.
[Dialogante 1]  Pensi quindi che la libertà non sia oggettivamente quantificabile…
[Dialogante 2]  … e forse neppure concettualizzabile senza un contesto di riferimento…
[Dialogante 1]  … un semplice flatus vocis.
[Dialogante 2]  Non esageriamo: su questo flatus si sono addensate tante speranze, tante aspirazioni, per esso è stato versato tanto sangue che non possiamo ignorare…
[Dialogante 1]  … ma neppure porre a fondamento di altro sangue, altra violenza. Insomma vorrei sottrarre al termine quel sovrappiù di ideologico che ne fa una fonte di incalcolabile dolore…
[Dialogante 2]  Ora sei tu a servirti dell’arma della retorica…
[Dialogante 1]  Non credo che i milioni, miliardi di morti per la libertà siano ‘retorici’.
[Dialogante 2]  Loro no, ma l’idea per cui sono morti sì!
[Dialogante 1]  Non è che sopravvaluti la vita umana?

mercoledì 9 aprile 2014

Tratta VII.4 – Liberi nel parlare…



[Dialogante 1]  Eccoci finalmente all’agognata parentesi!
[Dialogante 2]  Perché, finora quelle che abbiamo scritto non erano parentesi?
[Dialogante 1]  Già, forse tutto ciò che diciamo o facciamo non è che una parentesi…
[Dialogante 2]  … entro un’altra parentesi…
[Dialogante 1]  … entro un’altra ancora…
[Dialogante 2]  … e così via, come in certe formule matematiche.
[Dialogante 1]  E quale sarebbe il discorso principale?
[Dialogante 2]  Quello che resta dopo aver chiuso via via tutte le parentesi.
[Dialogante 1]  E nel caso presente?
[Dialogante 2]  Ecco:
Un modo di dire, da qualche tempo molto usato dai politici di qualsiasi colore è: “… senza se e senza ma”, per dar forza al proprio dire…
[Dialogante 1]  … proclamando l’assolutezza…
[Dialogante 2]  … che sarebbe bene evitare.
[Dialogante 1]  Ma perché evitarla?
[Dialogante 2]  Perché gli assoluti sono, come sappiamo, estremamente pericolosi per la convivenza pacifica, in sostanza per la sopravvivenza.
[Dialogante 1]  Sicché non saremmo liberi nel parlare?
[Dialogante 2]  E perché dovremmo esserlo? “ne ferisce più la lingua che la spada”, e non siamo certo liberi di ferire chi ci pare…
[Dialogante 1]  … ma solo quelli che lo stato ci obbliga a ferire.