martedì 16 settembre 2014

Tratta XX.2 – Travagliata storia




[Questa mattina un’ultima modifica al titolo, o meglio al sottotitolo: libri anziché libro.
Ecco in sintesi la travagliata storia di questa titolazione:
Stadio 1                        Ponti
Stadio 2                         Ponti, snodi, parentesi…
Stadio 3                        Ponti, scambi, snodi, con alcune parentesi
Stadio 4                         Ponti, scambi, snodi, parentesi
                                    per un libro che non scriverò mai
Stadio 5                        Ponti, scambi, snodi, parentesi
                                    Appunti per un libro che non scriverò mai
Stadio 6                        Ponti, scambi, snodi, parentesi
                                    Appunti in forma di dialogo
                                                per un libro che non scriverò mai
Stadio 7                        Ponti, scambi, snodi
                                    Appunti in forma di dialogo
                                                con alcune parentesi
                                                            per un libro che non scriverò mai
Stadio 8                        Ponti, scambi, snodi
                                    Appunti in forma di dialogo
                                                con alcune parentesi –
                                                            per libri che non scriverò mai

[coniglietti]

Spero proprio che quest’ultima modifica sia definitiva.
Un fatto curioso:
La convinzione di star scrivendo un nuovo libro dopo i Postini si è delineata in me tra il terzo e il quarto stadio.
Non è ancora consolidata.
Cantalupo 10–VII–011]

lunedì 15 settembre 2014

Tratta XX.1 – Contenimento di che?



 [Del welfare mi sono occupato alcuni anni or sono in un breve scritto, riportato anche in queste Indagini nel Volume IV. Senza far riferimento a quel testo –di cui ho dimenticato il contenuto– riprendo qui, in forma ulteriormente accorciata, l’argomento, lasciando al lettore che ne abbia voglia il confronto con lo scritto precedente.]
* * * * *
[Dialogante 1]  Il termine anglosassone è oggi sulla bocca di tutti, anche di chi, come noi l’inglese non lo sa o sa pochissimo. Abbiamo avuto perfino ministri del welfare.
[Dialogante 2]  Credo che welfare non significhi per tutti la stessa cosa, per esempio per un europeo, un nordamericano o un giapponese.
[Dialogante 1]  Se il welfare viene misurato sullo standard della classe media nei vari paesi, la variabilità non può che essere assai alta.
[Dialogante 2]  Maggiore ancora se traduciamo il termine con ‘benessere’. Qui si entra addirittura nel soggettivo: il benessere minimo può non essere neppure paragonabile al tuo.
[Dialogante 1]  Penso che un concetto così indefinibile sia poco adatto all’uso politico. Eppure la politica se ne serve a oltranza.
[Dialogante 2]  Se traduciamo welfare con “condizioni di vita poco superiori allo stretto necessario”, l’ambiguità resterebbe probabilmente ancora troppo alta per definire utilmente uno standard di vita accettabile da tutti: che vuol dire ‘poco superiori’ o ‘stretto necessario’?
[Dialogante 1]  Che fare allora? Ricorrere al numero, alla quantificazione di questo ‘minimo accettabile’? Ma perché minimo se oggi intere popolazioni vivono ben al di sopra di questo minimo e per altre esso rappresenterebbe già un traguardo?
[Dialogante 2]  Durante la seconda guerra mondiale i popoli europei hanno dovuto, per quanto riguarda il cibo, adattarsi alle quantità prescritta dalla carta annonaria, comunque sempre superiori al ‘minimo accettabile’. Quelli che non si sono attenuti o potuto attenere alla prescrizione governativa hanno dovuto accettare condizioni ben più restrittive.
[Dialogante 1]  Ne concludi che, oggi come allora, la conservazione del welfare è legata a un regime repressivo?
[Dialogante 2]  Forse di contenimento…
[Dialogante 1]  Contenimento di che?
[Dialogante 2]  Contenimento dei consumi, delle spese, della produzione, del guadagno…
[Dialogante 1]  … tutte cose di cui oggi si invoca l’aumento…
[Dialogante 2]  … la famosa o famigerata crescita, senza la quale saremmo condannati alla sparizione…
[Dialogante 1]  … mentre sappiamo benissimo che non è così, che, se qualcosa ci condanna alla sparizione è proprio la crescita materiale.
[Dialogante 2]  Non però altri tipi di crescita, per esempio della consapevolezza.
[Dialogante 1]  Eppure, anche a livello divulgativo, si sta cercando se non altro di spaventare la gente con filmati, più o meno catastrofici, sul nostro immediato futuro…
[Dialogante 2]  … ma, a contrastare l’invadente povertà e più ‘logico’ pensare a una crescita che a un contenimento.
[Dialogante 1]  Che una crescita sia ancora possibile sembra dimostrato dagli ingenti guadagni di una minoranza e dalla gigantesca sperequazione economica tra ricchi e poveri.
[Dialogante 2]  Per assurdo un effettivo welfare si otterrebbe piuttosto accrescendo una povertà controllata che una ricchezza incontrollata.
[Dialogante 1]  La parola-chiave è quindi ‘controllo’.
[Dialogante 2]  Questo andrebbe esercitato in due direzioni opposte: verso il più e verso il meno.
[Dialogante 1]  Ma così si arriverebbe a un livellamento da un lato e dall’altro a un accentramento del potere di controllo che gli attuali intendimenti democratici mostrano di non gradire.
[Dialogante 2]  La democrazia ha evidentemente più facce e non è detto che quella attuale sia la migliore.
[Dialogante 1]  Occorrerà ancora molto studio e anche molta inventiva per progettare una democrazia che vada bene, oltre che a noi tutti, anche alla Terra.

domenica 14 settembre 2014

Tratta XIX.6 – Diritto inegualmente distribuito tra i viventi



[Dialogante 1]  Viviamo. Prendiamolo come un dato di fatto, anche se non come un’ovvietà. Da questo discende che c’è qualcosa come un ‘diritto alla vita’.
[Dialogante 2]  Strana logica inversa: non ‘dato un diritto, noi lo reclamiamo’, ma, ‘data la vita, noi ne reclamiamo il diritto’. Nessun altro animale pensa così.
[Dialogante 1]  Non sappiamo se lo pensi, certo si comporta come se lo pensasse: in un modo o nell’altro l’animale difende la propria vita.
[Dialogante 2]  A parte il fatto che non tutti lo fanno (le api per esempio e gli altri insetti sociali difendono la loro comunità non se stessi come individui che le parentesi, la difesa riguarda la vita, non il ‘diritto’ alla vita.
[Dialogante 1]  Il diritto sarebbe quindi una pleonastica aggiunta nostra…
[Dialogante 2]  … che spesso anteponiamo alla cosa stessa: c’è il caso di qualcuno che sacrifica la vita per il diritto alla vita.
[Dialogante 1]  È tipico della nostra specie corredare i dati di fatto di concetti pertinenti al mondo delle idee, quasi che questi rinforzassero quelli, mentre è piuttosto il contrario, che sono i fatti a dare sostanze alle idee.
[Dialogante 2]  Così tutti abbiamo una gamba destra ma non avrebbe molto senso dire che, siccome l’abbiamo, ne abbiamo anche il ‘diritto’. E dove starebbe questo diritto? nel piede, nella coscia?
[Dialogante 1]  Ritornando poi al primo di questi ‘diritti’, il ‘diritto alla vita’, il problema non sta nel riconoscerlo ma nel rispettarlo.
[Dialogante 2]  E non ti sembra che lo rispettiamo?
[Dialogante 1]  Direi proprio di no. E non solo per la scia di milioni di morti che ogni generazione lascia dietro di sé, ma per il no alla vita che imponiamo a intere popolazioni pur proclamandone il .
[Dialogante 2]  Forse il ‘diritto alla vita’ è inegualmente distribuito tra i viventi. O meglio, siamo noi uomini ad averlo inegualmente distribuito: niente diritti a quelli che ci servono, e, anche tra noi, diritti solo a quelli che hanno la forza di rivendicarli, al diavolo gli altri!

sabato 13 settembre 2014

Tratta XIX.5 – Lente deideologizzante…



[Nel quinto volume di queste Indagini, e precisamente nel libro Parabole, una ve n’è, Quattro chiavi, che tratta, anch’essa in forma metaforica, del medesimo argomento – ‘Libertà’. Questa tardiva ripresa, certo niente più che una debole ridondanza, ha lo scopo di riproporre un tema fortemente e da sempre ideologizzato per tutti gli usi (“Arbeit macht frei” –il lavoro rende liberi– campeggia sul cancello del campo di concentramento di Auschwitz).]


 [Dialogante 2]  Perché ritornare su questo tema che la storia ha consumato fino a renderlo la parodia di se stesso?
[Dialogante 1]  Per molti, moltissimi la parola ‘libertà’ conserva intatta la sua forma propulsiva e dirompente.
[Dialogante 2]  Forse sarebbe bene che, senza toglierle nulla della sua valenza ideale, la sottoponessimo, prima di ogni uso indiscriminato, alla lente deideologizzante di IMC.
[Dialogante 1]  Un atto di prudenza, oggi forse indispensabile. Si pensi alle storture che il concetto di ‘libertà’ produce in campo economico…
[Dialogante 2]  … dove alla libertà di alcuni fa riscontro la schiavitù di altri…
[Dialogante 1]  … alla ricchezza estrema la povertà estrema.
[Dialogante 2]  Credo che prima della libertà venga la sopravvivenza. Chi infatti si gioverebbe della libertà se non restasse vivo?
[Dialogante 1]  Altrimenti detto, la prima libertà da riconoscere quasi come un ‘diritto’ sia quella di vivere.
[Dialogante 2]  Ed è una libertà ancora oggi negata a milioni di persone.
[Dialogante 1]  Domandiamoci ora perché la neghiamo.
[Dialogante 2]  Per il nostro welfare.
[Dialogante 1]  È possibile rinunciare al welfare senza rinunciare alla libertà?
[Dialogante 2]  Un problema che dovremmo risolvere prima che sia troppo tardi.

venerdì 12 settembre 2014

Tratta XIX.4 – Metafora sciolta a metà?



[Dialogante 2]  Tre di questi Appunti sono finiti tra parentesi quadre. Non potevano essere trattati in forma di dialogo?
[Dialogante 1]  Le parentesi quadre vanno intese come un invito diretto al lettore perché si costituisca a terzo elemento di un ‘trialogo’ che tuttavia non richiede una partecipazione esplicita, essendo sufficiente l’accoglimento ‘mentale’ del nostro invito.
[Dialogante 2]  Se dovessimo, come spero, inserire anche queste Tratte nel blog-oblò, ci sarà sufficiente spazio, per chiunque abbia voglia di partecipare.
* * * * *
[Dialogante 1]  Ogni tanto mi domando se i brevi scritti qui raccolti non rispondono a ciò che il lettore si aspetta leggendo il titolo della raccolta.
[Dialogante 2]  Il titolo è chiaramente metaforico e non credo che nessuno si aspetti una carta vincente o qualcosa del genere…
[Dialogante 1]  … e, se anche qualcuno ci fosse, c’è sempre il sottotitolo a rimetterlo sul binario giusto.
[Dialogante 2]  E quale sarebbe il binario ‘giusto’?
[Dialogante 1]  Quello che non porta in nessuna direzione.
[Dialogante 2]  Che vuoi dire?
[Dialogante 1]  Voglio dire che porta in tutte.
[Dialogante 2]  Fingo ancora di non capire. Come può un binario solo portare in tutte le direzioni e contemporaneamente in nessuna?
[Dialogante 1]  Grazie agli scambi, incroci, sui nodi che in ogni istante possono cambiare la direzione.
[Dialogante 2]  Scioglie la metafora.
[Dialogante 1]  Ogni punto dell’universo può farsi snodo per qualsiasi direzione.
[Dialogante 2]  Metafora sciolta a metà?
[Dialogante 1]  Metafora della libertà…?

mercoledì 10 settembre 2014

Tratta XIX.3 – Priorità dell’antagonismo sulla concordia?




Immagine di Andrej Pavlov


Poco dopo l’attacco dell’’Appunto’ precedente troviamo una precisazione di evidente ipocrisia: “Non per convincerlo” (il lettore)… È ovvio invece che mi piacerebbe convincerlo di ciò che sto dicendo, e allora perché negarlo? C’è un genere di ipocrisia che fa parte dei normali rapporti interpersonali e il cui fine è in origine un’offerta di pace come il saluto o il “come stai”. Questa offerta fa presupporre che l’altro sia considerato un potenziale nemico, come di regola tra gli animali non sociali, piuttosto che un amico. Anche tra questi ultimi, per esempio tra le formiche, si osservano rituali di saluto (o di riconoscimento) che valgono a fugare ogni dubbio sull’appartenenza dell’altra alla stessa società.
Perché questa priorità dell’antagonismo sulla concordia?
È facile immaginare una sorta di conflitto permanente di tutti contro tutti per l’occupazione di un territorio, di una fonte di cibo, per la conquista di un partner, per la preminenza su un gruppo; mi sarebbe difficile pensare a un ‘rimedio universale’ contro i conflitti. E a qual fine? Concordia, fratellanza, perfino misericordia e generosità sono invenzioni recenti della specie umana. In natura si trovano tutt’al più dei modelli per così dire ‘meccanici’, o meglio istintuali, che noi abbiamo rivestito da un lato di oggettività scientifica, dall’altro di emotività sentimentale. Questi prototipi naturali hanno permesso la permanenza della vita sulla terra. La loro versione umanizzante non sembra offrire le stesse garanzie. Ci restano due vie. O recuperiamo per intero la sfera istintuale senza inquinarla con resti del processo di ‘ominazione’, o completiamo quest’ultimo fino a cancellare la traccia della nostra ‘animalità’ per ripensare integralmente la nostra umanità fuori dagli schemi correnti.
La prima di queste due vie e la più improbabile perché implica qualcosa come il reflusso del tempo; la seconda, difficilissima ma non impossibile, ci impegna tutti personalmente sia a livello intellettivo, sia nella nostra affettività.]

martedì 9 settembre 2014

Tratta XIX.2 – Giardino dei sentieri che si biforcano



[A dire il vero, questi Appunti come gli altri miei scritti recenti, non si limitano a indurre il lettore a pensare –cosa che certamente era già abituato a fare–, ma vorrebbero proporgli uno stile di pensiero che gli è probabilmente straneo. Non per convincerlo ad adottarlo –non mi piace ‘convincere’, lo ritengo una violenza– ma per fargli conoscere una via oggi percorribile con qualche vantaggio sugli altri, seppure con qualche scomodità.
Ci sono più modi per far conoscere uno ¡stile di pensiero’. Il primo, che alcuni ritengono il migliore perché più rapido ed esaustivo, è presentarne la veste teorica e formale. Molti però –specialmente oggi che la lettura, in particolare di testi teorici, non gode di grande popolarità– preferirebbero altri tipi di approccio. Comunque, per chi fosse interessato, esistono, se non altro in web, più di una trattazione di IMC (ché di questo si tratta) per i buongustai del pensiero. Per chi pensa come comunemente si pensa ci sono in buona quantità i libri che mostrano lo stile metaculturale in atto. Ovviamente è molto difficile ricostruire il nocciolo teorico-filosofico partendo dalle semplificazione spicciola quale la si può leggere in queste Annotazioni o nei Postini, e il tempo di sedimentazione di IMC è indubbiamente maggiore. Ho ritenuto tuttavia opportuno associare all’itinerario-base questo Giardino dei sentieri che si biforcano[1], di lettura certo più gradevole se non proprio allettante.
Un altro vantaggio di questa Vulgata metaculturale è l’essersi rivolta spesso a problemi della quotidianità che nascondono in certo modo la metaculturalità della trattazione, fingendo ingenuità dove questa può esistere solo letterariamente.
È una singolarità di IMC il fatto di essere filosoficamente ovvia, conosciuta e applicata da sempre e in ogni luogo eppure praticamente osteggiata o ignorata ovunque.
E pensare che proprio in lei abbiamo la forse ultima speranza di sopravvivenza!]


[1]             «El jardín de senderos que se bifurcan» è un racconto scritto nel 1941 dal poeta argentino Jorge Luis Borges.

lunedì 8 settembre 2014

Tratta XIX.1 – Esercizi ginnici per la mente




[Le cose che vado scrivendo sono sempre meno definibili: dagli scritti teorico-didattici tipo Musica prima è, molto dopo, L’ipotesi metaculturale alle Metaparole, alle Parabole giù giù fino ai Postini e ora a questi appunti si perde ogni consistenza argomentativa, il discorso si frammenta in mille rivoli, addirittura appunti sparsi, solo parte dei quali possono aspirare alla qualifica di ‘aforisma’, la maggior parte non superando la soglia di un fugace appunto. C’è da domandarsi: se anche fossero pubblicati, questi brevi scritti – qualcuno potrebbe chiamarli ‘pensierini’– troverebbero dei lettori interessati?
Interessati a che? – visto che non c’è un argomento a collegarli e ad attirare su di sé l’attenzione. Ci vorrebbe un lettore disposto a saltare di palo in frasca ma non pretendere da un libro che qualche spunto dal lavorare in proprio, a libro chiuso.
Ecco il proposito di questi libri: non tanto di esporre il pensiero di qualcuno –per esempio dell’autore– e neppure di presentare una successione ‘logica’ di riflessioni su un qualche problema, ma di dare l’avvio a un pensiero divergente, episodico e, al limite, casuale, ma pur sempre vigile e unitario nello stile.
I pensieri hanno uno stile?
Alcuni anni fa ho raccolto un certo numero di riflessioni sui nostri modi di pensare, facendone un volumetto –anche questo frammentario– del titolo Stili di pensiero, che non esaurisce certo questi modi, ma ne tenta una classificazione. Una visione tassonomica di una cosa, così vaga e inafferrabile come il pensiero sembra ed è del tutto inadeguata al suo oggetto. Ciononostante può spingere un eventuale lettore a riflettere lui stesso su di esso, un po’ come queste annotazioni o anche i precedenti postini hanno come principale scopo quello di ‘far pensare’.
Esercizi ginnici per la mente, anzi per il cervello, tanto quanto la ginnastica o una corsa per i campi non sono per braccia e gamba. E se qualcuno vi troverà qualcosa di più, tanto meglio per lui.]

domenica 7 settembre 2014

Tratta XVIII.6 – Sfugge al giudizio…





[Dialogante 1]  Le parentesi che ogni tanto inseriamo nei nostri finti dialoghi sono sensate o no?
[Dialogante 2]  Forse non è il caso di assolutizzare in questo modo la domanda.
[Dialogante 1]  Quale modo?
[Dialogante 2]  La riduzione a un’alternativa semplice o-o. Alcune saranno sensate, altre no, altre ancora saranno sensate per alcuni, insensate per altri. Ci saranno infine delle parentesi che accetteremo o meno secondo i momenti.
[Dialogante 1]  In genere pretendiamo dagli altri la chiarezza –per chiarezza intendendo appunto un sì o un no– in noi stessi accontentandoci di un ‘forse, chissà’.
[Dialogante 2]  L’intero nostro sistema educativo privilegia le alternative semplici – nessuno direbbe che uno più uno fa probabilmente due o che Berlino è forse la capitale della Germania…
[Dialogante 1]  … mentre la realtà raramente risponde in modo univoco sì o no.
[Dialogante 2]  E perché la realtà è ambigua e noi vorremmo che non lo fosse?
[Dialogante 1]  Per dominarla più facilmente. Per ragioni di potere. L’ambiguità sfugge al giudizio e a noi interessa soprattutto giudicare. Assai meno comprendere.
[Dialogante 2]  Di regola diciamo che una cosa l’abbiamo compresa quando l’abbiamo giudicata…
[Dialogante 1]  … come se il giudizio implicasse la comprensione.
[Dialogante 2]  Una domanda cui è difficile rispondere, soprattutto in termini di alternativa semplice: “Il giudizio ha il suo fondamento nella cosa da giudicare, nella persona che giudica o nel sistema di giudizio di cui si serve?”
[Dialogante 1]  Vien fatto di rispondere: di tutt’e tre. Ma in quale percentuale?
[Dialogante 2]  Questa è assai variabile. E ognuno dei parametri che vi partecipano è a sua volta una variabile.
[Dialogante 1]  L’unica cosa chiara è allora l’impossibilità che sia chiaro il giudizio.
[Dialogante 2]  Direi piuttosto che il giudizio, o meglio la sentenza che lo esprime, può essere chiarissimo. Più difficile che sia giusto…
[Dialogante 1]  … con buona pace dei tribunali.