lunedì 17 giugno 2013

Sintonia – opposizione



[572]

L’animale nasce in sintonia con l’ambiente, questa è la sua ‘armonia’.
L’uomo nasce in opposizione all’ambiente, questa è la sua ‘disarmonia’.
Ma l’armonia comprende anche la morte dell’individuo e la distruzione dell’ambiente.
Quindi l’armonia non si oppone alla disarmonia; questa fa parte di quella.

lunedì 10 giugno 2013

Contiguità


'La giovane famiglia' (2002-3), di Patrizia Piccinini


[571]
L’animale è.
L’uomo vuole essere.
Ma anche l’uomo è un animale.
Quindi: tra l’essere e il voler essere c’è contiguità.

domenica 9 giugno 2013

Che vuol dire ‘capire’?


[570]
Che vuol dire ‘capire’?
Conoscere il significato di ogni parola di un discorso
Saperne riconoscere i nessi sintattici
Saperne riconoscere la struttura logica
Saper connettere ciò che si è riconosciuto allo standard culturale del discorso
Saper giudicare della pertinenza del discorso rispetto all’argomento trattato
Conoscere questo argomento o alcune sue configurazioni culturali
Saperle confrontare tra loro
Avere un’opinione propria sull’argomento o saperla costruire
Saper prescindere da essa
Saper condividere
Saper obiettare
Essere disponibili alla comprensione
Essere aperti al diverso
Essere in grado di assumere –provvisoriamente– punti di vista altrui
Essere in grado di decentrare il proprio pensiero.

giovedì 6 giugno 2013

Ragione dell'avversario...

[569]

  • Quando si discute è essenziale capire l’altro?
  • A giudicare da certi dibattiti politici in televisione, si direbbe proprio di no. L’importante è aver ragione dell’avversario anche a costo di confonderlo. Il fatto di avere o no ragione è secondario. Anzi, se la ragione viene ottenuta avendo torto, è anche meglio, come succede non di rado nei tribunali.

lunedì 3 giugno 2013

Postino realistico


[568]
  • Da che cosa hai capito che ha ragione Giovanna?
  • Dal fatto che la ragione mi dice che non può essere Pietro ad avere ragione perché, se anche l’avesse avuta, la ragione di Giovanna avrebbe saputo come estorcergliela.


(Postino realistico)

domenica 2 giugno 2013

Cento anni di primavera...

... pochi giorni fa (29.5.1913).

Per ricordarla, ecco questo curioso lavoro analitico di Malinowski/Bacal utilizzando codici semi-informali ispirati alla cultura del videogioco 'classico'...



(vivamente consigliata la visualizzazione a tutto schermo)

Vittime


Afghanistan, dopo quasi dodici anni di intensive missioni di aiuto internazionale
[567]
  • Sicché, non dovrei né approvare né contestare! Se però c’è una cosa che non mi va di fare, è il compromesso.
  • Lo so, me lo hai detto e ripetuto più volte. Tertium non datur!
  • C’è però la ‘modulazione’ (meta)culturale!
  • Anche questa l’ho già sentita, però non mi ha mai convinto. Mi sembra che distinguerla dal compromesso sia una forzatura ideologica.
  • Può anche darsi, ma quando il compromesso serve a evitare un conflitto, mi pare che valga la pena prenderlo in considerazione. O credi che la conservazione delle posizioni valga le vittime che produce?
  • Ma chi parla di vittime? Qui è questione di interessi economici, di potere.
  • E pensi che gli interessi, il potere, non producano vittime?

venerdì 31 maggio 2013

Ciò che non devi fare

[566]
Il lettore si sarà accorto che questi postini sono quasi tutti costruiti su un medesimo schema: viene affermato, seppure in via ipotetica, qualche cosa. Se ne ricerca una dimostrazione, quanto meno una giustificazione. Infine le si oppone un’affermazione contraria o per lo meno si fa nascere un dubbio.
Perché questa uniformità progettuale, anche se nascosta sotto una variabilità di superficie?
Anzitutto farei bene ad ammettere che una variazione di superficie è alquanto più agevole di una in profondità. Mozart per esempio mantiene spesso i tipi armonici, melodici, formali a lui consueti, e con questi scrive Don Giovanni, Così fan tutte e il Flauto magico, tre oggetti culturali profondamente diversi; Beethoven diversifica le sue Sinfonie sia per linguaggio che per visione del mondo. Al tempo di Bach, anche la diversità è in certo qual modo tipizzante sia esteriormente che nelle intenzionalità espressive. Stravinsky utilizza addirittura linguaggi diversi e di lui si può dire con quale ragione che non si identifica con nessuno o che si identifica con tutti. Nell’assai più modesto caso mio vorrei tacere dell’aspetto musicale e anche di quello letterario, limitando la mia osservazione ai soli postini, di cui  ho già osservato l’uniformità progettuale.
Non è solo la più agevole variabilità di superficie che mi ha indotto a coltivarla di preferenza rispetto a una più approfondita ricerca di altre vie più attente all’essenza. Ci sono anche altre ragioni che vorrei dire di politica educativa –da sempre al centro dei miei interessi– ed è a questa che ho dedicato buona parte dei miei scritti pedagogici e teorici.
Il mondo di oggi tende pericolosamente all’uniformità culturale. Perché dico pericolosamente? Non è un bene che con la diversità diminuiscano anche le occasioni di conflitto?
Non credo sia così. I conflitti nascono più dalla concorrenza, cioè da identiche finalità perseguite con diversa intensità, che da diversità di obiettivi. Questi non solo sono oggi analoghi per tutti e si chiamano genericamente ricchezza e potere; ma anche i mezzi per realizzarli sono suppergiù gli stessi e non tutti hanno il dono della trasparenza. Anzi la maggior parte ha bisogno di leggi ad hoc per rendersi accettabili dalla società. Per queste ragioni l’uniformità degli obiettivi ha come conseguenza l’uniformità dei mezzi e la concorrenza.
  • E a questa uniformità vorresti aggiungerne un’altra, quella dell’opposizione? (Il discorso sembra farsi politico, anzi partitico, ma la sua ambizione è di essere più generale, metapolitico per così dire). Ciò che serve è la diversità, comprendente anche, come caso particolare, l’uniformità.
  • E allora, perché non la usi, questa diversità; è da una vita che vai proponendo sempre la stessa cosa.
  • Alludi a IMC?
  • Non alludo. Constato.
  • È molto difficile non opporre a un’uniformità un’altra uniformità.
    Ci provo, ma non ci riesco.
  • Ma è proprio questo ciò che non devi fare: opporti!

giovedì 30 maggio 2013

Innumerevoli leggende ne parlano…



[565]
Quella che abbiamo narrato non è l’unica leggenda sui postini. Poiché questi sono diffusi presso tutti i popoli, anche le leggende che ne parlano sono innumerevoli. Alcune hanno piuttosto l’aspetto di teorie filosofiche o di credenze religiose, ad esempio l’idealismo; altre si ammantano di rigore scientifico come la psicanalisi o la moderna analisi delle funzioni cerebrali; altre hanno carattere storico-documentario, altre infine ne perseguono lo studio fino ai livelli quantici. La maggior parte di coloro che se ne occupano non accetterà certo di chiamarle ‘leggende’ benché il loro livello di attendibilità non vada molto oltre. In particolare le nozioni che vengono trasmesse ai bambini dalla prima età scolare sono effettivamente piuttosto leggende che dati osservativi. Poco male, si dirà, dopo i dieci anni nessuno crede più ai sette nani. L’adulto crede però ad altre fiabe non meno incredibili, per il semplice fatto che il modello trasmissivo della fiaba si è ormai radicato in lui senza che la scuola o chi per lei si sia presa la briga di neutralizzarlo. Molto di ciò che la scuola insegna conserva il carattere fideistico dei primi ‘dati’ appresi. Ovviamente, non ci sarebbe niente di male se, assieme ai dati, venisse trasmessa anche la cornice ipotetica in cui il dato, ogni dato, si iscrive. Il bambino non può crescere in un universo ipotetico, privo di certezze, anche di quella che nulla vi sia di certo: ne va della sua solidità di individuo, di un corretto sviluppo della sua personalità che, senza punti sicuri di riferimento, rischia di perdersi in un universo isotropo, adirezionale. Ma allora, anziché soccorrerlo con immagini false e improbabili, non allenarlo a una ‘realtà’ probabilistica, unica ‘certezza’ di cui disponiamo. Gli verrebbero risparmiate molte delusioni, molti passi falsi e nel contempo lo vedremmo rafforzarsi nell’accettazione di un mondo privo di appigli che non si trovino in lui stesso. E l’individuo, la personalità forte e solida non può essere quella che si appoggia alla fede e neppure ai fatti, ma è quella che sa farne a meno…
C’è bisogno di personalità solide e forti?           
Non bastano le persone così come sono?

mercoledì 29 maggio 2013

La leggenda dei postini

564
Mi è stato chiesto che origine hanno questi postini. Ecco la risposta.
 La leggenda dei postini
In un sistema planetario molto lontano dal nostro, anzi, neppure appartenente alla nostra galassia, un vecchio pianeta che chiameremo X, attendeva pazientemente che la gigante rossa intorno a cui abitava si decidesse a esplodere in una supernova. X aveva ospitato a lungo la vita, che ora continuava ad accompagnare il declino in forma di nube gassosa, anch’essa animata da moto rotatorio intorno a X.
Giunse finalmente il momento dell’esplosione, da cui si sprigionò un bagliore che dopo miliardi di anni raggiunse i confini dell’universo, risultando visibile anche dalla nostra galassia. Frattanto sulla terra la vita aveva concluso il suo ciclo e si apprestava a iniziarne un altro, per cui tuttavia mancava l’innesco. Le giunse quindi a proposito il bagliore della supernova lontana, che aveva conservato nei molti miliardi dei suoi frammenti il riflesso della vita un tempo trascorsa su X. Questi frammenti, urtando le particelle dell’atmosfera terrestre, si fusero con queste, arricchendole dei loro riflessi. Si venne così a formare un patrimonio di informazioni acquisite del tutto identiche a quelle originali. Sono queste informazioni che a noi appaiono come nubi stagliate contro l’azzurro dell’atmosfera terrestre. La fantasia degli umani ha poi interpretato le nubi come ‘postini’, portatori di messaggi di vita aliena. Ora però resta un dubbio. Poiché il contenuto dei messaggi è identico all’informazione di partenza e noi ci siamo formati su quei contenuti, chi siamo?
Siamo gli abitanti di X o le loro copie?
Oppure siamo ancora i vecchi abitanti della terra che rileggono nelle menti La leggenda dei postini?

martedì 28 maggio 2013

Spuntini

[563]
Riporto qui una serie di ‘spuntini’ (= piccoli spunti), che i lettori potranno, se credono, sviluppare per proprio conto. Non escludo di profittare io stesso di qualcuno di questi ‘spuntini’.
- La rivincita di Croce nel segno di Gramsci
- Il mondo salvato dall’estetica
- Estetica di base
- Un’estetica senza profitto né inquinamento
- Un’estetica fuori
·      dalla concorrenza
·      dalle graduatorie di valore
·      dalla crisi
- Una nuova funzione per l’estetica
- Regola e trasgressione
- Educazione alla consapevolezza
- Logica senza regole
- Critica senza giudizio
- IMC e democrazia

sabato 25 maggio 2013

Qualche riflessione propedeutica a una mutazione culturale (e finalmente xix)


562 (19)
Ho appena pronunciato una bestemmia alle orecchie e non solo dei benpensanti ma anche di coloro che non possono permettersi il lusso di esserlo, e con questi mi scuso, disposto a rinnegare quanto appena detto, se la crisi continuerà ad accanirsi contro di loro. Ma, siccome, nonostante tutto ho ancora fiducia nella mente umana e nella sua capacità di lottare per la sopravvivenza, mi sono lasciato andare all’eccesso del postino n. 561, sicuro che l’eventuale lettore ne coglierà la funzione di stimolo per intensificare un’azione, per ora appena accennata o forse solo immaginata da un ottantaquattrenne utopista.

 – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Chiudo qui quest’altro ciclo di 19 postini, stanco per un verso di un lavoro di cui mi sento sempre meno capace, ma di cui mi illudo che ci sia ancora bisogno, anche se non in questa forma, debolmente letteraria, bensì con ben più energica determinazione fattiva e anche espressiva. Purtroppo però non trovo più l’alveo politico entro cui alloggiarla.

venerdì 24 maggio 2013

Qualche riflessione propedeutica a una mutazione culturale (xviii)




Natura inorganica (2012), di Macoto Murayama
561 (18)
Negli ultimi decenni il Centro Metaculturale si è rivolto principalmente alle questioni epistemologiche e metodologiche di fondo nonché alla loro documentazione, anche divulgativa, riservando gli interventi formativi al mondo degli adulti, insegnanti soprattutto, nei più diversi settori scolastici, ma anche a livello amatoriale, dove si sono registrati risultati sui quali sarà opportuno tornare più in dettaglio.

Vuole l’impostazione culturale della nostra società e, credo, di quasi tutte le altre che nella vita umana venga riservato all’aspetto formativo solo un breve periodo, dopo di ché la vita adulta accantona questo problema, almeno ufficialmente, lasciandolo all’iniziativa privata senza neppure un’adeguata stimolazione. Anche in questo tuttavia è riscontrabile da qualche tempo, da quando cioè il lavoro retribuito è in forte crisi, un sensibile cambiamento. Si moltiplicano le iniziative di autoformazione, il volontariato cerca di riempire i vuoti lasciati dal lavoro che non c’è, l’interesse, e soprattutto dei giovani, si va rivolgendo ad altro che non il guadagno in termini monetari. Il potere economico assiste senza eccessivo entusiasmo a questo lento riappropriarsi, da parte del singolo, del potere decisionale in merito al suo stare al mondo. Gli indizi che ciò stia accadendo sono in effetti ancora deboli e non è certo detto che il mercato e il profitto stiano per cedere a una pressione che, oltretutto, non è riscontrabile dappertutto, ma piuttosto nei paesi colpiti dalla recessione che in quelli emergenti, in forte crescita economica. Tuttavia è nella recessione e non nella crescita che riponiamo oggi la nostra speranza.

giovedì 23 maggio 2013

Qualche riflessione propedeutica a una mutazione culturale (xvii)


560 (17)
Noi del Centro Metaculturale abbiamo concentrato le nostre ricerche –pratiche soprattutto, ma anche teoriche– sul problema formativo: come avviene cioè fin dall’infanzia e nella scuola di base la ‘mutazione’ dalla fase culturale a quella metaculturale nella storia dell’umanità. Non ci nascondiamo però che i risultati finora ottenuti, certamente incoraggianti, hanno tuttavia bisogno di una convalida, la più logica possibile, da parte della scuola, pubblica anzitutto, per evitare qualunque forma di elitarismo o di ghettizzazione. Ma una convalida del genere è ottenibile soltanto con il coinvolgimento politico degli organi dirigenti e questo è a sua volta ottenibile solo con l’assenso politico, che, a causa dell’attuale forma di democrazia, non credo possa essere raggiunto in tempi ragionevoli. Ritornerò con altri postini sul difficile rapporto tra IMC e democrazia. Dobbiamo quindi contentarci, in sede formativa, dei risultati parziali già ottenuti nei decenni passati. Questa limitazione forzata ci ha costretto a spostare la nostra attenzione formativa agli adulti, non sottomessi ai condizionamenti della politica educativa promossa congiuntamente dallo Stato e dalla Chiesa.

mercoledì 22 maggio 2013

Qualche riflessione propedeutica a una mutazione culturale (xvi)



(da Briccone)
559 (16)
L’attacco alla Libia è stato effettuato dai soli paesi ex-colonialisti: dalla Francia innanzitutto e, seppure con funzioni ricognitive, dall’Italia. Questo non potrà non suscitare indignazione nel mondo arabo, anche in quella parte che si è dichiarata avversa a Gheddafi. E i voltafaccia non sono un problema nel panorama politico di oggi e di sempre. I rischi che comporta ogni azione di guerra, non sono un mistero e imporrebbero una prudenza che il protagonismo di alcuni governi sembra ignorare. Ancora una volta la prepotenza del pensiero culturale sta mettendo a rischio la nostra sopravvivenza. Certo, quando l’altra parte è la prima a manifestare stupidità e arroganza culturale è molto difficile non fare altrettanto, soprattutto se si è, o si è convinti di essere, i più forti. Quando poi a questa convinzione si assomma quella di essere anche nel giusto, come nel caso recente di Bush, lo scontro diventa pressoché inevitabile. Non possediamo una metodologia che ci permetta di affrontare in forma non aggressiva il caso di dieci posizioni intransigenti nessuna delle quali disposta, per interesse o caparbietà ideologica, a cedere o a trattare, ma, in millenni di guerre, perlopiù ‘sante’, non ci siamo neppure seriamente impegnati in una ricerca, un tempo forse non indispensabile, di soluzioni metodologiche, non belliche, dei conflitti.

Oggi si comincia a intravedere nelle culture, o meglio nella condizione culturale, la causa prima di questa indignazione. Ancor più si stanno conducendo i primi studi approfonditi su questo argomento, da cui dipende non solo il futuro dell’umanità, ma la stessa possibilità che lo abbia, un futuro.

Di questo siamo più o meno tutti convinti, non al punto tuttavia da investire tempo e denaro nella rifondazione planetaria di uno ‘stile di pensiero’ che ci permetta una sopravvivenza relativamente sicura –c’è sempre di mezzo l’imprevedibile umore dei corpi celesti– su questa terra.