domenica 20 luglio 2014

Tratta XVI.4 – Studi e triangolazioni astronomiche





[Dal terrazzino sul retro della nostra casa, dove da qualche tempo sono abituato a prendere la colazione del primo mattino, una muraglia verde limita a pochi metri la vista. In primo piano una poderosa robinia, tragica per due grossi rami tagliati e festoni di corteccia penduli, copre un’oscura massa di allori che occlude buona parte dell’orizzonte. Sulla destra un grande tiglio appena sfiorito che ancora spende l’intenso profumo dei suoi fiori ormai rinsecchiti, e a sinistra, sopra la casetta di Paola, la rigogliosa chioma di un sambuco e, poco distanti, alcune altre robinie, giovani ma vigorose di fitto fogliame. Il balconcino e la parete ovest della casa sono quindi in ombra per tutta l’estate, il che permette una buona abitabilità anche nei giorni più caldi. Si sta come all’interno di un folto bosco, che col suo verde ha inghiottito mura e finestre della casa vicina, dandoci l’illusione che il resto dell’umanità non giunga fino a noi.
Ma la coperta arborea che ci circonda e copre ha una falla: un piccolo discostarsi del fogliame nella robinia di sinistra, là dove la nera muraglia degli allori si mantiene ancora a una certa distanza, inquadra una porzione di paesaggio collinare, dietro al quale diquadra l’ultimo pendio meridionale del Soratte. La luce che promana da questo squarcio è di un grigio celestrino per la distanza, certo alcuni chilometri fino al Soratte. Ma non è una luce uniforme: al centro del quadratto –cui la nostra robinia e l’alloro fanno di cornice– la sagoma chiara di un paese mi avverte che non siamo soli al mondo e che probabilmente altri ci stanno vedendo come una macchia più chiara sul fondo scuro dei monti sabini. Ma anche la sagoma chiara che sto guardando non è uniforme: nel mezzo l’indice puntato di una torre, forse il campanile della chiesa parrocchiale. Un paese come tanti qui in Bassa Sabina, provincia di Rieti.
Accurati studi e triangolazioni astronomiche mi hanno convinto che si tratta di Filacciano. Poi ho chiesto in giro.
Si tratta di Ponzano in provincia di Roma.]

sabato 19 luglio 2014

Tratta XVI.3 – Lottare col divino




[Dialogante 2]  Se la logica binaria fosse un prodotto umano, non potrebbe distruggersi per forza propria, senza il consumo di chi l’ha fatta. Orbene la logica proprio questo fa: si autoelimina quando abbiamo ancora bisogno di lei. Segno che è un prodotto divino.
[Dialogante 1]  Non basterebbe definirlo ‘alieno’?
[Dialogante 2]  Non credo, perché i principi su cui si basa la logica non sono in alcun modo contingenti e abbiamo tutte le ragioni per ritornarli ‘universali’.
[Dialogante 1]  Ho capito: mi stai prendendo in giro.
[Dialogante 2]  Il cielo me ne scampi. Sto semplicemente provocando me stesso, il mio debole cervello, perché mi liberi del tutto dalla schiavitù del divino.
[Dialogante 1]  E non ti bastano il pensiero e IMC?
[Dialogante 2]  No perché IMC non è che una forma di pensiero, quindi non resta che quest’ultimo a lottare con il divino, come già Giacobbe con l’Angelo e sappiamo che ne uscì con le ossa rotte.
[Dialogante 1]  Diventi addirittura biblico… se non fosse che ti trovo patetico.
[Dialogante 2]  Sto combattendo, da mercenario, una battaglia di ritirata.
[Dialogante 1]  Per avere una benché minima probabilità di successo dovresti provvederti di armi migliori.
[Dialogante 2]  Cioè più forti di IMC?
[Dialogante 1]  Ma IMC non esclude nulla, neppure il divino!
[Dialogante 2]  E qui sta la sua forza. Nel momento che IMC comprende[1] il divino, lo supera. Ho l’impressione di aver vinto la battaglia.
[Dialogante 1]  Quindi l’hai persa…
[Dialoganti 1 e 2, a due]         … perché nel nostro gioco
(piano in eco) dell’oco
vince chi perde,
perde chi vince.



[1]             Nel doppio senso, materiale e intellettivo.

mercoledì 16 luglio 2014

Tratta XVI.2 – Questa logica doveva essere ben fragile...



Un fiore che esplode del fotografo Martin Klimas

[Dialogante 2]  Si diceva dell’autoreferenza. È un punto dove la semiotica sconfina nella metafisica: l’Io di ‘Io sto mentendo’ non è infatti solo un pronome personale ma un effettivo soggetto che si autoelimina con le stesse parole che sta pronunciando. Quell’Io è impossibile, meglio: indecidibile, cioè può essere e nel contempo non essere; quindi l’Io che dice “sto mentendo” è certamente un altro.
[Dialogante 1]  Tu ci giochi con l’autoreferenza, ma Gödel l’ha presa terribilmente sul serio fino a mettere in crisi tutta la logica classica da Aristotele a Hilbert.
[Dialogante 2]  Se ne deduce che questa logica doveva essere ben fragile se è bastata una parola (al limite: ‘mento’) per farla precipitare su se stessa.
[Dialogante 1]  Non condivido la deduzione: perché ciò accadesse c’è voluto tutto il carico di millenni di studi logici. L’odierna crisi della logica classica non si deve a una frase o parola, ma all’interpretazione che le si è data entro quella logica.

domenica 13 luglio 2014

Tratta XVI.1 – La trappola dell'autoreferenza




[Dialogante 1]   Credo che la sulla trappola dell’autoreferenza sia stato detto tutto.
[Dialogante 2]   Eppure l’autoreferenza continua a mietere vittime, e anche questo libretto non fa eccezione.
[Dialogante 1]   Aveva una volta un gatto tra gli altri, che non brillava per eccesso di intelligenza. Un giorno mise la testa in un barattolo da cui non riusciva più a uscire. Non si lasciava prendere, fuggendo non appena sentiva avvicinarsi qualcuno. Restò così tre giorni, digiuno, sbattendo la testa da tutte le parti, finché un vicino di casa riuscì a sorprenderlo e a liberarlo. Compì però l’errore di lasciare sul luogo il barattolo, cosicché dopo poco fu nuovamente avvistato nei paraggi lo strano mammifero della testa di latta.

domenica 6 luglio 2014

La relazione d'aiuto?

mercoledì 2 luglio 2014

Tratta XV.6 – Riconducibile a una geometria...



[Dialogante 2]  Non penso che i problemi si risolvano; si vanificano cambiando l’orientamento del pensiero.
[Dialogante 1]  Altre volte abbiamo sostenuto che non si risolvono, ma si spostano.
[Dialogante 2]  Sono cioè sempre relativi a uno spazio, forse non tri- ma multidimensionale…
[Dialogante 1]  … quindi non afferrabile dai nostri sensi, ma costruibile dalla nostra mente.
[Dialogante 2]  Detto altrimenti, la conoscenza è riconducibile a una geometria.
[Dialogante 1]  Nulla di nuovo. Ne era convinto già Einstein.
[Dialogante 2]  Ma perché cerchiamo sempre di nuovo. Come se non fosse contenuto nel vecchio!
[Dialogante 1]  Basterebbe cioè spostare il punto di osservazione, cambiare l’orientamento dell’oggetto dello spazio multidimensionale, e il vecchio diventerebbe nuovo o viceversa.
[Dialogante 2]  Se non sbaglio, l’oggetto delle nostre riflessioni non è più il mondo, la realtà, ma una ipotetica ‘geometria’, costruita o costruibile dal nostro cervello.
[Dialogante 1]  In definitiva è di questo che ci stiamo occupando…
[Dialogante 2]  … non una psicologia della scienza, ma direttamente una psicologia del mondo…
[Dialogante 1]  … proprio ciò che gli scienziati non vogliono. Il cervello che sia rivolta contro se stesso, meglio si dovrebbe dire: la mente…
[Dialogante 2]  Né potrebbe essere diversamente, perché è la mente a fabbricare la conoscenza, non a trovarla predisposta nella realtà.
[Dialogante 1]  Affermazione ideologicamente dura, niente affatto metaculturale, che per essere accettata metaculturalmente avrebbe bisogno di essere localizzata in qualche UCL.
[Dialogante 2]  Un tentativo di ribellione? In nome di quale UCL?
[Dialogante 1]  Se fosse possibile trovare un UCL in grado di giustificare se stesso –come l’omino che si tira su per i piedi– ecco, sarebbe quello giusto, e la ribellione dovrebbe dirsi riuscita.
[Dialogante 2]  Domanda: Dio è capace di tirarsi su per i piedi?

martedì 1 luglio 2014

Tratta XV.5 – Un sistema autoregulato




[Dialogante 1]  Possiamo considerare il cervello come il sistema regolatore della vita individuale in rapporto all’ambiente…
[Dialogante 2]  … che a sua volta può essere visto come un sistema vivente anch’esso, anche se la parola ‘vita’ si addice solo a una parte di esso.
[Dialogante 1]  Del resto già la separazione tra individuo e ambiente è artificiale e funzionale all’uomo in quanto ‘emergenza biologica’.
[Dialogante 2]  Ma un cervello non è altrettanto un’emergenza biologica? o una mosca, un radiolario?
[Dialogante 1]  Potremmo per esempio considerare, come molti oggi fanno, tutta la biosfera un unico organismo e allora sorge la domanda: quale ne è il sistema regolatore?
[Dialogante 2]  Mi sembra che l’unica risposta possibile sia: la biosfera stessa.
[Dialogante 1]  In altre parole: la vita sarebbe un sistema autoregolato?
[Dialogante 2]  Cioè a dire un sistema senza un ‘fuori’, senza un ambiente con cui fare i conti?
[Dialogante 1]  Abbiamo ancora una volta separato indebitamente ciò che è biologico da ciò che non lo è…
[Dialogante 2]  … mentre vediamo benissimo che il non biologico –l’inorganico– interagisce pesantemente con la vita: una nube di gas, una temperatura troppo alta, troppo bassa sono sufficienti a cancellarla.
[Dialogante 1]  Forse ci conviene includere in un solo sistema l’organico e l’inorganico.
[Dialogante 2]  Eh già, avremmo eliminato l’uno dei due grandi problemi: la nascita del cosmo e quella della vita.
[Dialogante 1]  Resta l’unico problema dell’origine della materia.
[Dialogante 2]  Problema, anche questo, che nasce nel momento in cui il nostro cervello si compiace di distinguere la materia dal nulla.
[Dialogante 1]  Secondo recenti ricerche anche il nulla ha un’energia, è quindi omologo alla materia…

lunedì 30 giugno 2014

Tratta XV.4 – Decisi di esperimentare…



[Dialogante 2]  La libertà consiste nell’autocontrollo?
[Dialogante 1]  Mi aspettavo che dicessi: forse. Comunque il ‘forse’ è assai più formativo del sì e del no. Spinge a pensare di più, a indagare oltre, pur sapendo che il pensiero non supererà mai lo stadio del forse.
[Dialogante 2]  Ed è bene che sia così. Il sì e il no bloccherebbero il pensiero che dal conto suo vorrebbe trovare sempre nuove strade come se le strade ci fossero e non fosse lui –il pensiero– a costruirle.
[Dialogante 1]  È la stessa storia delle tratte. Vie e tratte sono opera nostra e sono rese possibili dagli stessi ‘forse’ che il cervello ci crea a ogni domanda che si pone.
[Dialogante 2]  E perché li ricrea?
[Dialogante 1]  Per sopravvivere. Domande e risposte in continua alternanza solo a questo servono: a tenerci in vita. Ideologicamente: a mantenerci degni di lei.
[Dialogante 2]  Ora esageri con la retorica: un po’ di autocontrollo perbacco!
[Dialogante 1]  Ecco: per un poco l’ho scosso e che ne è venuto fuori? una paccottiglia ideologica in cui le parole acquistano senso solo perché sono detti.
[Dialogante 2]  Ma non è capitato solo in questa sede. Ne siamo testimoni pressoché ogni giorno e noi stessi usiamo delle parole a questo modo.
[Dialogante 1]  È già qualcosa se cominciamo a rendercene conto. Questo intendiamo parlando di ‘autocontrollo’. Non certo esprimere un giudizio, neppure quando è palese la sua perdita. Che non tanto è perdita quanto deliberata rinuncia.
[Dialogante 2]  Ricordo una volta – ero ancora un ragazzo di sì e no venti anni e non mi ero ancora mai ubriacato. Decisi di esperimentare il momento in cui si perde il controllo continuando a bere (credo che fosse whisky, che detesto cordialmente): mi sono sentito malissimo, ho vomitato l’anima, ma il controllo non l’ho perso.

domenica 29 giugno 2014

Tratta XV.3 – L'abitudine all'autocontrollo




[Dialogante 1]  La precedente tratta costituisce indubbiamente una parentesi, anche se non è segnalata graficamente.
[Dialogante 2]  Indubbiamente?
[Dialogante 1]  Si fa per dire. Ma quante parole spendiamo ‘così per dire’!
[Dialogante 2]  Forse la maggior parte di quelle che usiamo.
[Dialogante 1]  Vorrebbe dire che le parole non ci servono solo per comunicare…
[Dialogante 2]  … o forse che la comunicazione non serve solo a trasmettere concetti, ma anche, e forse soprattutto, a creare un contatto, ‘un ponte’ che ci faccia colmare la distanza tra noi e il nostro prossimo.
[Dialogante 1]  È la stessa funzione che ha l’ululato dei lupi o il canto degli uccelli.
[Dialogante 2]  Forse non proprio la stessa. Può darsi addirittura che le parole pronunciate ‘così per dire’ siano meno significative del cinguettio di un passero.
[Dialogante 1]  La ‘significatività’ delle parole non dipende solo da queste ma in buona parte dalla situazione al contorno; spesso ci informano su quest’ultima mentre il significato effettivamente espresso dalle parole è tutt’un altro.
[Dialogante 2]  Le informazioni che ci giungono attraverso di esse non si ritrovano nei vocabolari.
[Dialogante 1]  Le parole si ritraggono dietro il loro suono…
[Dialogante 2]  … o anche dietro la gestualità che le accompagna.
[Dialogante 1]  Come dire che regrediscono allo stato di formazione primaria…
[Dialogante 2]  … cioè non finalizzate alla trasmissione di significati.
[Dialogante 1]  Penso che dovremmo badare a questo scendimento…
[Dialogante 2]  … non tanto per evitarlo quanto per farlo rientrare nella funzionalità significante, come credo si faccia nelle scuole di recitazione.
[Dialogante 1]  A questo punto qualcuno dirà: ma lasciateci parlare come ci pare! Liberi almeno nelle parole!
[Dialogante 2]  Forse l’abitudine all’autocontrollo è proprio ciò che ci rende liberi.
[Dialogante 1]  Forse… sempre forse!

sabato 28 giugno 2014

Tratta XV.2 – Una maggioranza



[Dialogante 2]  Il tuo “credo” esprime un dubbio o una certezza? Il verbo ‘credere’ è ambiguo.
[Dialogante 1]  Certo, è strano che lo si sia scelto per affermare il fondamento di una fede.
[Dialogante 2]  Forse non è questo che si vuole affermare ma il nostro atteggiamento nei suoi confronti: c’è una fede e ci sono io che l’affermo.
[Dialogante 1]  L’affermi per te o per tutti?
[Dialogante 2]  E come potrei, essendo io uno, affermarla per tutti?
[Dialogante 1]  Se fosse così, non ci sarebbe nulla da obbiettare. Ma che senso avrebbe affermare un’ovvietà?
[Dialogante 2]  Il fatto di affermarlo presuppone che non sia un’’ovvietà’ e che ci possa essere qualcuno non d’accordo.
[Dialogante 1]  Il punto è: questo qualcuno, per il fatto di non condividere un’’ovvietà’, è da condannare?
[Dialogante 2]  Dipende.
[Dialogante 1]  Da che?
[Dialogante 2]  Da quanto questa ovvietà è condivisa.
[Dialogante 1]  Cioè, se ho capito bene, non da circostanze fattuali, ma dall’opinione di alcuni.
[Dialogante 2]  Quanti debbono essere questi ‘alcuni’ per determinare un’’ovvietà’?
[Dialogante 1]  Certo una maggioranza!
[Dialogante 2]  Quindi toccherebbe prima stabilire quando, in che condizioni un certo numero di persone –quali, quante?– costituiscono una ‘maggioranza’.
[Dialogante 1]  Supponiamo che tutto –numero, condizioni, opinioni, certezze confluiscono in un’accettazione condivisa– che ne concludiamo? che il nostro ‘credo’ abbia perso di ambiguità?
[Dialogante 2]  Se lo avesse fatto avremmo perso la nostra maggiore ricchezza.
[Dialogante 1]  Credi?
[Dialogante 2]  Credo.