domenica 28 agosto 2016

Tratta XL.1 – Se fossi…



[Se fossi competente di economia
se fossi competente di finanza
se fossi competente di politica
se fossi competente di manageriato
se fossi competente della cosa pubblica
se fossi competente del privato
se fossi competente del commercio
se fossi competente dell’industria
se fossi competente del lavoro
se fossi competente di diritto
se fossi competente dell’organizzazione sindacale
se fossi competente dell’organizzazione statale
se fossi competente dei rapporti internazionali
se sapessi bene che cos’è una banca
se sapessi se le banche sono strutture pubbliche o private
se sapessi che cosa sono le banche centrali
se sapessi che vuol dire la ‘moneta unica’
se sapessi la differenza fra federazione e confederazione
se sapessi perché alcuni sono ricchissimi e molti poverissimi
se sapessi che vuol dire ‘democrazia’
se sapessi che vuol dire ‘Italia’,
mi piacerebbe scrivere un libro dal titolo:

Silvio Berlusconi
ovvero
il fallimento della democrazia in Italia]

lunedì 15 agosto 2016

Tratta XXXIX.6 – … un posto nell’Olimpo…


[Dialogante 2]  È piuttosto improbabile che qualcuno ci dia retta se insistiamo nella denigrazione della condizione culturale a cui noi uomini siamo specificamente legati e a nessun costo sapremmo rinunciare.
[Dialogante 1]  Non si tratta infatti di rinunciarci, ma di innalzarla di livello, di portarla cioè ad un grado di consapevolezza che chiamiamo ‘metaculturale’, ma che non è esterna né superiore a nessuna cultura, anzi probabilmente resterà per qualche tempo al di sotto delle nostre capacità culturali, così come l’istinto vince spesso sulla più approfondita delle riflessioni.
[Dialogante 2]  Ma allora perché insistiamo tanto nella critica al concetto di ‘cultura’?
[Dialogante 1]  Per impedirne la cristallizzazione ideologica, per salvarla dall’ipostatizzazione che ne segnerebbe la fine.
[Dialogante 2]  Una fine prematura, quando non ha ancora sviluppato neppure le sue stesse premesse.
[Dialogante 1]  Allora anche tu pensi che la condizione di riflessività metaculturale sia un’ulteriore tappa dell’evoluzione umana?
[Dialogante 2]  Sì, a patto che a questa come alle altre tappe non attribuiamo una marca di valore crescente. Non credo che valiamo più dei dinosauri e neppure più dei radiolari.
[Dialogante 1]  E Dante, Michelangelo, Bach?
[Dialogante 2]  Noi uomini abbiamo tutti i diritti di assegnare loro un posto nell’Olimpo che abbiamo creato, ma non penso che questo Olimpo culturale abbia il diritto di essere riconosciuto fuori dall’UCL[1] entro cui l’abbiamo creato.
[Dialogante 1]  Anche l’arte quindi, il pensiero non conoscono gli assoluti?
[Dialogante 2]  Certo che li conoscono! E noi con loro, perché sappiamo nominare l’UCL di riferimento. Ma perché mi fai ripetere per l’ennesima volta cose che sai benissimo?
[Dialogante 1]  Repetita iuvant. Siamo didattici!




[1]             Universo Culturale Locale

domenica 14 agosto 2016

Tratta XXXIX.5 – … che ci costringa a ripensare tutto il pacchetto…



[Dialogante 2] In definitiva stai dando la colpa del dissesto biologico in cui viviamo alla cultura, di cui noi uomini andiamo così orgogliosi… 
[Dialogante 1] … e a cui dobbiamo la rapidità del progresso che ci sta conducendo alla fine.
[Dialogante 2] Pur essendo io d’accordo con questa diagnosi, vedo nella cultura l’unica forza che possa farci cambiare rotta. 
[Dialogante 1] Sì, se saprà anche riconoscersi in questo suo aspetto distruttivo, se cioè saprà riflettere su se stessa metaculturalmente, quasi uscendo momentaneamente dalla condizione culturale…
[Dialogante 2] … ma questo, almeno secondo IMC, è impossibile… 
[Dialogante 1] … e per questo ho detto ‘quasi’.
[Dialogante 2] E come pensi ci possa riuscire? 
[Dialogante 1] Appunto autoriflessivamente e relativizzando ogni tappa del suo percorso.
[Dialogante 2] Cioè? 
[Dialogante 1] Evitando di considerarle punto di arrivo, ultima soluzione del problema.
[Dialogante 2] Scusa, ma vedo due possibili direzioni: 
1. da un lato parli di una ‘momentanea’ uscita dalla condizione culturale mentre prevedi un percorso a infinite tappe, 
2. se le tappe sono infinite, non riusciremo mai a percorrerle tutte.
[Dialogante 1] Ad ambedue le direzioni rispondiamo con il concetto di ‘arresto’, che conosci benissimo, ragion per cui che ritengo solo ‘didattiche’ le tue obiezioni.
[Dialogante 2] Ogni tanto abbiamo bisogno anche noi di rinforzarci a vicenda sulla nostra ipotesi, IMC, in quanto è ancora prematuro che un rinforzo possa giungerci dall’esterno.

[Dialogante 1] Comunque, dopo tanti anni un rinforzo non sarebbe male che ci raggiungesse, magari anche negativo, che ci costringa a ripensare tutto il pacchetto, a cominciare dall’ipotesi fondante.

sabato 13 agosto 2016

Tratta XXXIX.4 – … passa da una generazione all’altra.


[Dialogante 1]  No, i poveri coleotteri – e i molti altri insetti – se ne vanno senza aver capito neanche il perché. Le cellule ‘per capire’ si sono sviluppate in altri animali e non in loro.
[Dialogante 2]  Così almeno pensiamo noi, che ci reputiamo gli unici capaci di capire veramente…
[Dialogante 1]  mentre ci accorgiamo ad ogni passo che al passo precedente non avevamo capito niente e bisognava ripensare il tutto.
[Dialogante 2]  Gli animali invece, piccoli o grandi, hanno capito tutto quello che gli serviva di capire e del resto non si preoccupano.
[Dialogante 1]  Li diremmo ‘saggi’ per questo?
[Dialogante 2]  La saggezza è una prerogativa di chi saggio non era ma ci è diventato…
[Dialogante 1]  … e gli animali, per sopravvivere, hanno dovuto esserlo fin dall’inizio, e quindi dovremmo trovare per loro un altro aggettivo…
[Dialogante 2]  … per esempio ‘adattato’?
[Dialogante 1]  Ma è molto strano che uno nasca ‘adattato’ piuttosto che adattarsi un po’ alla volta.
[Dialogante 2]  Forse il processo di adattamento non è individuale ma riguarda tutta la specie.
[Dialogante 1]  Vuol dire che l’informazione necessaria per adattarsi passa da una generazione all’altra.
[Dialogante 2]  Intravedo due vie: o questa informazione viene ‘comunicata’ dagli individui di una generazione a quelli della successiva, come facciamo noi uomini, o viene ‘trasmessa’ per via genetica, cioè viene ricevuta misteriosamente alla nascita, come viene ricevuto il colore degli occhi o la forma del piede.
[Dialogante 1]  In quest’ultimo caso credo che l’adattamento sia molto più lento perché il passaggio dell’informazione richiede molto più tempo, il tempo che passi l’intera generazione che la trasporta.
[Dialogante 1]  Quindi intravedo un conflitto tra le due modalità di trasmissione, e alla lunga uno squilibrio in chi usufruisce di tutt’e due, cioè nella specie umana sopratutto…
[Dialogante 1]  … che però è in grado, grazie alla trasmissione inter-individuale, cioè ‘culturale’ di destabilizzare tutto il sistema biologico del pianeta.


venerdì 12 agosto 2016

Tratta XXXIX.3 – (Storiella evoluzionistica per chi non ne sa proprio niente)


[Dialogante 2]  Questa faccenda dell’occupazione del tempo da parte della nostra specie, credo che dovremmo pensarla meglio.
[Dialogante 1]  Hai ragione. Per cominciare mi sembra che questa occupazione sia cominciata molto prima della comparsa dell’uomo.
[Dialogante 2]  E quando?
[Dialogante 1]  Dalla comparsa della vita, cioè della duplicazione cellulare, quando la singola cellula era al tempo stesso garanzia di un secondo tempo occupato da un’altra cellula nel futuro.
[Dialogante 2]  Occupato sì, virtualmente, come il biglietto di uno spettacolo occupa preventivamente il posto assegnato al suo possessore.
[Dialogante 1]  Ma la semplice duplicazione, non facendo che riprodurre sempre lo stesso modello, non garantiva la vita contro attacchi, non alla singola copia, ma al modello.
[Dialogante 2]  E chi avrebbe potuto attaccarlo se la vita non disponeva che di quell’unico?
[Dialogante 1]  Ecco che, col tempo (qualche centinaio di milioni di anni) gli errori nella riproduzione avevano prodotto altri modelli capaci di duplicarsi. Ma la situazione, con tutti quei modelli rigidi, insidiati da modelli altrettanto rigidi, era troppo statica per sfidare il tempo. E allora la vita ha cominciato a rovistare all’interno delle cellule, differenziando unità più piccole – i geni – combinando e ricombinando le quali ha raggiunto quella variabilità che le permetteva di far fronte ad ogni evenienza.
[Dialogante 2]  In particolare si è accorta che alcune cellule, molto somiglianti tra loro salvo che per alcuni geni, erano molto inclini ad accoppiarsi e ad accrescere così la variabilità delle coppie stesse. E questo supermodello ‘a due’ si è rapidamente imposto eliminando un po’ alla volta tutti i concorrenti con pochissime eccezioni.
[Dialogante 1]  La sua carta vincente è stata proprio l’affidabile occupazione di larghe porzioni di tempo.
[Dialogante 2]  Ora però quest’affidabilità sta venendo meno e la vita dovrà inventare altri meccanismi per sopravvivere alla sua stessa prorompenza.
[Dialogante 1]  Ma fermiamoci un momento qui, alle soglie del futuro. Siamo proprio sicuri che tutto è cominciato con la vita, con la duplicazione cellulare? Prima di duplicarsi ci doveva ben essere qualcosa da duplicare.
[Dialogante 2]  Certo, la ‘materia’.
[Dialogante 1]  ‘Materia’ è una parola che non ci dice nulla dell’oggetto così chiamato. Chi ci dice poi che sia un oggetto come il tavolo su cui, o la penna con cui scrivo?
[Dialogante 2]  Lo diciamo noi, i padroni del linguaggio…
[Dialogante 1]  … ma non delle cose che il linguaggio nomina, perlomeno non di tutte.
[Dialogante 2]  La ‘materia’ è ciò di cui le cose sono fatte.
[Dialogante 1]  Non quindi una cosa, ma una variabile della quale non possiamo dire altro che è diversa per ogni cosa.
[Dialogante 2]  Questo sarà stato vero un tempo, oggi conosciamo delle costanti – materiali o energetiche – comuni a tutto ciò che esiste.
[Dialogante 1]  ‘Costanti’ tuttavia che tali non sono e che ogni generazione di studiosi descrive a modo suo e in forma assai diversa da quello che gli ‘uomini della strada’, quali siamo, pensano siano proprie della materia.
[Dialogante 2]  Non è da escludere tuttavia che, a furia di pensarla diversamente, un bel giorno capiremo una volta per tutte.
[Dialogante 1]  Il cielo ce ne scampi!
[Dialogante 2]  Ma come, non vorresti arrivare a ‘capire’?
[Dialogante 1]  A capire che cosa?
[Dialogante 2]  Tutto quello che c’è da capire.
[Dialogante 1]  Dopo di che non ci resterebbe che scomparire, come oggi i coleotteri.
[Dialogante 2]  … Avessero già capito tutto loro?


[Vedi Musica-società 266. Der Mensch kommtzu sich selbst per collegarci con il pensiero già espresso lì].

giovedì 11 agosto 2016

Tratta XXXIX.2 – … farci pagare d’un sol colpo…



[Dialogante 1]  Anche per gli insetti, come per i mammiferi e gli uccelli, non è tanto l’intervento diretto dell’uomo a provocarne la rapida scomparsa, quanto la sola sua presenza. Le dimensioni dell’uomo di oggi non sono solo lo spazio fisico occupato dal suo corpo, ma quello da lui richiesto per la sua attività e per il suo welfare (per quelli che ne beneficiano). L’animale si contenta in genere da quello da lui occupato dal momento, anche se con la sua territorialità tende a espanderlo virtualmente a danno dei suoi cospecifici e talora anche di specie conviventi. Nell’uomo la territorialità si riveste di ideologia (patria, nazione, razza, religione) che lo porta ad assolutizzare questa sua biologica tendenza e a corredarla di strumenti atti a darle una concretezza ben aldilà di ciò che basterebbe a soddisfarla.
[Dialogante 2]  E non è l’unica tendenza prevaricatrice della specie umana. Ce n’è un’altra, assai più forte e pericolosa, ed è la tendenza a occupare il tempo, quello passato attraverso le rivendicazioni, quello futuro con la progettazione. Nell’animale la progettazione, anche se si proietta nel futuro, lo fa entro limiti che potremmo chiamare di un presente allargato. L’uomo ha bisogno – o almeno si comporta come se avesse bisogno – di uno spazio-tempo infinito, e così dicendo e facendo lo toglie ai suoi conviventi. L’effetto è ovviamente di accumulo perché le esigenze di ieri si assommano a quelle di oggi e domani, fino a superare di molto la generosità del pianeta.
[Dialogante 1]  Non è difficile rendersi conto di questo fatto, che oltretutto ci viene illustrato, si può dire ogni giorno, con dovizia di argomenti. Ciò nonostante continuiamo a far finta che ciò che vediamo e sentiamo siano storie di alieni, abitanti di un mondo che non è più il nostro, posto che lo sia mai stato. Se Dio vuole – e lo vuole sicuramente per i suoi figli prediletti – oggi abbiamo a difenderci la tecnologia, capace di restaurare il pianeta di ogni falla prodotto dall’inarrestabile progresso. Già ora la terra è un reperto archeologico esteriormente rattoppato alla bell’e meglio. Un giorno potrebbe risvegliarsi il suo interno e farci pagare d’un sol colpo tutti i lavori di restauro.


mercoledì 10 agosto 2016

Tratta XXXIX.1 – … fa una certa impression…


[Dialogante 2]  Stanno sparendo…
[Dialogante 1]  Chi?
[Dialogante 2]  I nostri coleotteri…
[Dialogante 1]  Ma in maniera irregolare, imprevedibile. Alcuni si permettono addirittura il lusso di invaderci a migliaia, a milioni. Così quest’anno è toccato a noi l’invasione della galerucella dell’olmo (Galerucella luteola) che l’anno scorso aveva devastato gli olmi di Forano e quest’anno ha pensato bene di fare lo stesso con i nostri.
[Dialogante 2]  Da quel che ricordo è sempre stato un crisomelide comunissimo, ma ancora non ne avevo visto mai un numero così stragrande…
[Dialogante 1]  … che, nella generale regressione della fauna entomologica, fa una certa impressione, come anche le centinaia di afidi disseccati che trovo ogni mattina sul tavolo della colazione. Ho il sospetto che a disseccarli siano le larve di un dittero sirfide di cui una mattina ho trovato sulla stessa tovaglia un esemplare.
[Dialogante 2]  Evidentemente l’estinzione – se di estinzione si tratta – non coglie tutte le specie allo stesso tempo, ed è naturale che sia così…
[Dialogante 1]  … e forse neppure le singole specie d’improvviso, una volta per tutte, ma si estende, con momenti di ripresa, per un tempo più o meno lungo.
[Dialogante 2]  Se si pensa a quanti anni – milioni – ci sono voluti a dare alle specie il loro aspetto attuale, la loro sparizione nel giro di qualche decennio può comunque considerarsi istantanea.
[Dialogante 1]  E di sparizioni del genere, anche nel limite di un paio di ordini (coleotteri, lepidotteri), ne ho potuto osservare parecchi, e anche se trovo al mattino la tovaglia piena di cadaverini di afidi…

[Dialogante 2]  …o anche vengo a sapere di un grosso curculionide asiatico che sta distruggendo le palme italiane, non riesco a parteggiare per le palme, ricordando le tante specie di curculionidi che non vedo più da anni.

venerdì 6 maggio 2016

Tratta XXXVIII.6 – Ne è abolita la gerarchia…


[Dialogante 2]  Come mai anche la nostra proposta di rifondazione della musica a partire da concetti e comportamenti elementari ‘di base’ non ha attecchito?
[Dialogante 1]  In un primo momento ha avuto un riscontro estremamente positivo, di cui ancora oggi, dopo circa quarant’anni, si vedono le tracce. In seguito, attirati da altre finalità, siamo stati i primi a cambiare binario.
[Dialogante 2]  Quindi pensi che la proposta fosse valida?
[Dialogante 1]  Non lo so. Conteneva comunque molte, troppe ingenuità che da sole basterebbero a spiegare un fallimento che peraltro neppure c’è stato.
[Dialogante 2]  C’è stata semmai un’interpretazione riduttiva, quasi che avessimo voluto lanciare un metodo per comporre musiche senza regole, quando invece la nostra proposta riguardava la riflessione sulle condizioni che determinano la nascita di un linguaggio.
[Dialogante 1]  Prima ingenuità: era improbabile che un progetto del genere venisse inteso, soprattutto a livello di scuola primaria, dove tutte gli sforzi formativi sono indirizzati a trasmettere i fondamenti della nostra cultura…
[Dialogante 2]  … e IMC, seppure già nata, non era ancora all’ordine del giorno.
[Dialogante 1]  Seconda ingenuità, molto più sostanziale: i linguaggi – non quelli specialistici ma quelli propri di una cultura a vasta diffusione – non si creano né arbitrariamente né riflessivamente: nascono e crescono come nasce e cresce un prato, col concorso di infiniti impulsi formativi.
[Dialogante 2]  In fin dei conti la stessa ingenuità di Schönberg nel ‘progettare’ il linguaggio dodecafonico.
[Dialogante 1]  Terza ingenuità: la convinzione che si potessero parificare consonanza e dissonanza nella loro azione sull’apparato percettivo e da questo sui meccanismi analitici ed interpretativi posti nel cervello. Di fatto gli si chiedeva di azzerare questi prodotti dell’evoluzione in nome di un’utopia arbitraria.
[Dialogante 2]  Non è proprio così: in Musica prima consonanza e dissonanza non sono parificate, le differenze restano, ma ne è abolita la gerarchia.
[Dialogante 1]  Le ingenuità si pagano.