giovedì 18 dicembre 2014

Tratte di memoria – XXV.3 (Memorie musicali)



Di Schubert conoscevo solo Ständchen, che mi sembrava troppo ‘mediterranea’ (per me i ‘veri’ mari erano il Mare del Nord e il Baltico) e l’Ave Maria, che aveva il torto di essere un’Ave Maria. Poi un giorno, per caso udii alla radio Die Krähe[1] (sarà stato il 1937) e per anni non riuscì a togliermela dalla mente finché, molti anni dopo venne a conoscenza di tutta la Winterreise e fu l’inizio di un’amicizia – purtroppo unilaterale – per la vita.
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Un’altra amicizia unilaterale la devo, sempre via radio, ai settimanali Concerti Martini e Rossi, che mi fecero conoscere l’una dopo l’altra, tutte le Sinfonie di Beethoven, che mi fecero convinto – sbagliando – di essere nato per la musica. Dopo tutto quelle Sinfonie le aveva scritte lui, non io.
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Un terzo caso, anche questo per la vita, lo devo a un Büchlein, un libretto scritto per una tale Anna Maddalena e, poco dopo, al No. 9 di una raccolta da cui si sceglievano alcune composizioni da presentare all’esame di pianoforte in Conservatorio. Solo molto più tardi avrei incontrato Cantate e Passioni.
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Di Chopin sono stato appassionato amico per una decina d’anni, durante i quali imparai tra l’altro tutti e ventiquattro gli Studi – che riuscii a eseguire decentemente – la prima e la quarta Ballate ecc. ecc. Ma il mio amore per lui passava – fisicamente – per le dita e solo in seguito soddisfaceva pienamente anche il cervello. Questo amore restò poi latente per decenni per riaffiorare infine quando le dita avevano dimenticato i tasti del pianoforte.
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L’ultima ‘cotta’ musicale è assai più recente e non si è ancora sedimentata in una condizione di stabilità emotiva. A dirla tutta, non solo Mahler, ma tutti gli autori che mi hanno segnato non hanno raggiunto in me questa condizione, e continuano ad agitarmi, e questa loro agitazione è la mia vita.




[1]             Poesia di Wilhelm Müller (1794-1827) messa in musica da Franz Schubert nella Winterreise, op. 89 no. 15, D. 911 no. 15 (1827).

mercoledì 17 dicembre 2014

Tratte di memoria – XXV.2 (Memoria di cose viste)



Da Chiusa, all’imbocco della Val Gardena, si prendeva un trenino a vapore, di scartamento ridotto che, sbuffando faticosamente, si arrampicava su, lungo la valle fino ad arrivare a Ortisei e oltre, a Selva (che in tedesco fa Wolkenstein) e Plan. In molti tratti gli si poteva comodamente camminare accanto, in altri si sarebbe dovuto quasi correre. Prima di raggiungere Ortisei, dopo un tornante della strada ferrata, si apriva allo sguardo attento del viaggiatore la vista del massiccio del Sella che chiude la valle e, sulla destra il Sassolungo che sfora il cielo. Non avevo visto mai nulla di così alto, più di tremila, mi hanno detto, e io ho subito inteso ‘chilometri’, e da allora per molto tempo ho pensato che il Sassolungo fosse alto più di tremila chilometri. Oggi il trenino non c’è più da un pezzo e, per ammirare i tremila chilometri di altezza del Sassolungo basta percorrere in macchina una ventina di chilometri in dolce salita.
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Pirenei, Parco nacional de Ordesa, con Thomas, estate 1999
Alziamo un sasso ben incassato nel suolo. Un lampo verde oro. La mano esita, per afferrare lo splendido Carabus. Non a caso l’hanno chiamato Carabus splendens. Avevamo trovato sulle Alpi l’auronitens, ma lo splendens era un’altra cosa, un éclat de rouge feu, avrebbe detto Fabre. Ci siamo subito messi in cerca del suo congenere Carabus (Chrysothribax) rutilans, ma, niente da fare, e così ci siamo accontentati di una piccola serie di cinque o sei splendens.
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Sempre sui Pirenei, stesso anno.
Eccoli! Li vediamo, altissimi sopra la nostra testa, ali immobili come travi. Piccoli all’occhio per la distanza, se ne intuiscono le enormi dimensioni. Poco dopo, sotto di noi, nella valle, una decina in volo basso, forse su una carcassa. Con loro alcuni Neophron percnopterus. Infine, a qualche metro da noi un’ombra gigantesca ci copre il cielo per un secondo. Il nostro primo incontro con gli avvoltoi.

lunedì 15 dicembre 2014

Tratte di memoria – XXV.1 Memoria di suoni



Mattino presto. Pioggia sottile, o nebbia addensata. Primi anni Trenta.
Il treno corre veloce per la Lüneburger Heide. Scaglie di fuliggia fuoriuscite dagli sfiatatoi della grande locomotiva, si mescolano alle gocce e imbrattano i vetri delle vetture, ma penetrano anche all’interno. Mia madre mi raccomanda di non toccarmi la faccia.
Fuori i boschi di abete si alternano a radure con qualche casa del tetto spiovente. In basso, tra l’erba, ogni tanto una famiglia di caprioli, mentre, posata sui rami alti o in pesante volo poco sopra gli alberi, le poiane dalle ampie ali fanno sentire, presumibilmente il loro verso, quasi miagolio di gatto in amore.
Su tutto il ‘canto’ spiegato della ruote che, solo qui in tutto il mondo, i treni intonano a contatto col suolo sabbioso della Lüneburger Heide.
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Ottobre 1942. Monte Mario, forse altura dell’Insugherata. Sera.
Ho fatto buona caccia. Buona, s’intende, per un quindicenne appassionato di coleotteri, ma ancora principiante. La campagna è tutta un ronzio, quasi un dolce rumore. È il volo di migliaia di Bubas bison, bel coleottero stercoraro, con testa e corsaletto fantasticamente incisi e farciti di protuberanze. Ogni tanto il suono più basso e il volo più veloce di un Geotrupes spiniger mi spinge ad abbassare istintivamente la testa. È un pacifico popolo di mangiatori di sterco che mi circonda. L’unico a non essere pacifico sono io, la cui boccetta nereggia dei loro cadaveri, troppo pochi per danneggiare le speci, ma in buon numero per arricchire la mia collezione.
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Estate 1972
Gracidio di rane a Settignano, alle porte di Firenze.
Ormai sono sicuro. Questa ragazza, costi quel che costi, non posso, non debbo perderla. Chiedo alle rane. Mi rispondono: gra, gra. È la convalida definitiva.

giovedì 11 dicembre 2014

Tratta XXIV.6 – Fede malposta, anche questa



[Dialogante 1]  Sono ormai più di trent’anni che IMC sta sul tappeto e dodici che ha ricevuto la sua formulazione penso definitiva; eppure continuiamo a lavorarci intorno. Segno della sua costituzionale infinitezza?
[Dialogante 2]  Non saprei dire. Le sue tre definizioni – mi è stato fatto osservare che la terza non è propriamente una definizione – mi sembrano tuttora inattaccabili, eppure ciò non mi rassicura, al contrario mi rende dubbioso.
[Dialogante 1]  Meno male che è così. Le certezze mi spaventano, anche la certezza del dubbio.
[Dialogante 2]  Infatti IMC è costruita in modo da evitare anche questa certezza: basta fabbricare un UCL dogmatico su modello per esempio di una delle grandi religioni ‘rivelate’, e il gioco è fatto.
[Dialogante 1]  Il ‘gioco’, appunto. Ma il dogmatico non accetterà mai di vedere né il suo modello né la sua fede come un ‘gioco’.
[Dialogante 2]  Tanto peggio per lui!
[Dialogante 1]  Non ne sarei così sicuro. Se le fedi non smuovono la montagna, possono però far esplodere le centrali atomiche.
[Dialogante 2]  Queste tanto, presto o tardi, esploderanno comunque.
[Dialogante 1]  Ora sei te a essere assolutista. Non potrebbero non esplodere mai?
[Dialogante 2]  La vita media delle strutture che le compongono è minore della vita media dei materiali che esse contengono. Ciò vuol dire che o il materiale cessa di essere radioattivo prima di poter fornire l’energia per cui è stato stoccato, o che questa energia, non più trattenuta dall’involucro, fuoriuscita in un’esplosione incontrollabile.
[Dialogante 1]  Non credo in questa tua descrizione. Siamo troppo incompetenti per essere credibili.
[Dialogante 2]  Né pretendo di esserlo. Mi basta suscitare il dubbio su un problema, come questo, di sopravvivenza. Credo invece che il solo dubbio che una cosa del genere possa essere credibile dovrebbe bastare a farci rinunciare alle centrali atomiche.
[Dialogante 1]  Fede malposta, anche questa.


mercoledì 10 dicembre 2014

Tratta XXIV.5 – Le domande sono forse mal poste



[La risposta alla domanda finale di XXIV.4. Potrebbe correre proprio il rischio lì segnalato, potrebbe cioè chiudere banalmente una questione banale.
IMC è un’ipotesi banale?
Non mi sento di escluderlo del tutto, se non fosse per il dubbio che ho sulla significatività del termine ‘banale’. Spesso usato in senso spregiativo, i matematici ne fanno quasi un sinonimo di ‘ovvio’, come di qualcosa che si incontra per via senza farci caso. Mentre il ‘banale’ si fa in genere notare, perché lo troviamo frammisto a ciò che banale non è o perlomeno che noi non riteniamo tale.
Esempi di ‘banale’ che smentisce se stesso li troviamo in abbondanza in Mahler, in Mozart e perfino in Beethoven, mai tuttavia in Bach, che sembra refrattario al concetto. In letteratura la ‘banalità’ è legata soprattutto al contenuto, mentre nelle arti figurative è equamente ripartita tra contenuto (significato) e forma. L’astrattismo sembrava, attraverso l’abolizione del rimando a un ‘rappresentato’, aver aggirato il problema, poi però si è visto che anche un semplice accostamento di colori o una troppo prevedibile disposizione di linee poteva essere avvertito come ‘banale’. Ovunque lo si incontri, il ‘banale’ è comunque, sia come oggetto che come giudizio, un prodotto culturale la cui validità non supera i confini dell’UCL che l’ha prodotto.
Veniamo ora a IMC. È o non è un’ipotesi banale?
Scientificamente è probabile che lo sia. Ma all’uso del metodo scientifico non è obbligatorio, anzi forse neppure adeguato nel nostro caso. IMC è nata per l’uso quotidiano, non specialistico, quindi nel suo ambito la banalità potrebbe addirittura non trovare posto. Un giudizio di banalità suonerebbe supponente, pronunciato dall’alto in basso, quindi esso stesso a suo modo ‘banale’ in quanto non commisurato al livello comunicazionale in atto.
IMC risulta banale anche a livello del parlare comune? A giudicare dai suoi equivalenti – ”tante teste, tanti cervelli”, “è questione di punti di vista” e simili – si direbbe di sì ma si tratta effettivamente di equivalenti? O non piuttosto di indebite semplificazioni, banalizzazioni?
Le domande sono forse mal poste. Le frasi surriportate sono preesistenti a IMC, quindi non possono essere lette come sua semplificazione. Tutt’al più è IMC una loro formalizzazione ‘dotta’, escogitata per trovare cittadinanza in un UCL filosofico più accreditato. Sappiamo però che non è così, che IMC è nata in un terreno di esperienze pratiche condotte nelle scuole primarie di paese, lontano dai centri in cui si discute di filosofia. Se delle convergenze vi sono state (cosa peraltro indubitabile), ciò non fa che dimostrare l’unicità progettuale – meglio genetico-evolutiva – del cervello umano da Einstein al quasi estinto contadino della Maremma laziale.
Forse la relativizzazione della banalità, qui tentata, ci porta ad escluderla da un uso discriminante: ciò che oggi giudichiamo ‘banale’ poteva non esserlo affatto pochi secoli fa, o anche, nella contemporaneità, basta un cambiamento di UCL, perché la ‘banalità’ diventi il caso ‘interessante’ per eccellenza. Da quanto detto la domanda se IMC è banale o forse troppo imprecisa per meritare una discussione non banale. Proprio IMC induce peraltro a discussioni che, come questa, rischiano la banalità e non portano a nessun risultato praticamente utilizzabile nella quotidianità. Discussioni di questo tipo servono forse a una sorta di ginnastica del cervello, come l’enigmistica o il gioco degli scacchi. Possono però anche – come capita a me dagli ottanta in poi – ridursi a un vuoto allenamento senza finalità. La teoria di IMC A. tuttavia uno strumento per difendersi da questi assalti di pletoricità: l’arresto, il cui uso tuttavia non è regolamentato e potrebbe giungere immotivato, solo per stanchezza. Al di là si sia o no banale, IMC non ci preserva dalla banalità, anzi per certi versi la incentiva. Sta comunque a noi, alla nostra mente evitarla. Perché ciò possa accadere, dobbiamo imparare a riconoscerla anche quando ci si presenta in veste autorevole e paludata, da professore universitario, o semplice e dimessa, da operatore metaculturale.]

martedì 9 dicembre 2014

Tratta XXIV.4 – Un parametro non trascurabile in sede progettuale



[Dialogante 2]  Piuttosto empirica la tua chiusura alla tratta precedente!
[Dialogante 1]  Sì, ma spesso necessaria per non cadere in UMC.
[Dialogante 2]  L’arresto è comunque uno strumento autoritario o almeno assai usato da chi ne ha l’autorità.
[Dialogante 1]  Per questo andrebbe sempre previsto in sede progettuale.
[Dialogante 2]  Ma come fare a prevederlo se è a discrezione degli attanti?
[Dialogante 1]  È appunto questa discrezionalità che va delimitata dal progetto…
[Dialogante 2]  … oppure va decisa in corso d’opera, ma in forma condivisa, col consenso di tutti…
[Dialogante 1]  … o, ancora, meccanicamente, con un timer per esempio.
[Dialogante 2]  Comunque il tempo è un parametro non trascurabile in sede progettuale.
[Dialogante 1]  Lo si è visto anche recentemente, a proposito della durata dei processi…
[Dialogante 2]  …, come anche nei progetti legati a costi, i quali possono aumentare a dismisura se non si tiene conto, con sufficiente rigore, dei tempi di attuazione.
[Dialogante 1]  Anche nei progetti che prevedono solo l’uso della parola come la conferenza e i dibattiti, la considerazione dei tempi è di grande importanza.
[Dialogante 2]  Il più forte degli argomenti, se diluito in un tempo troppo lungo, perde di incisività e rischia di risultare perdente.
[Dialogante 1]  Se invece lo si costringe in un tempo troppo breve, rischia di passare inosservato o di essere dilavato da argomenti più deboli, ma trattati con più abbondanza.
[Dialogante 2]  Come in ogni cosa, è la pratica la miglior consigliere (frase fatta, ma non trovo di meglio chiusa parentesi, con i suggerimenti dal buon senso (altra frase fatta).
[Dialogante 1]  Vedo che non arretri di fronte alle banalità, ma forse le situazioni banali richiedono che lo sia anche il linguaggio con cui le affrontiamo.
[Dialogante 2]  Osservazione non banale ma che richiede una verifica.
[Dialogante 1]  Pensi che una banalità possa essere resa interessante da una più o meno abile problematizzazione?
[Dialogante 2]  Questo potrebbe essere il caso di IMC?

sabato 6 dicembre 2014

Tratta XXIV.3 – Sostanza e parole




[Dialogante 2]  Propongo di continuare la riflessione su ciò che stiamo facendo e dicendo.
[Dialogante 1]  D’accordo. Purtroppo però il ‘fare’ non è più per noi. Ci resta solo il ‘dire’, anche se non ne abbiamo più molto.
[Dialogante 2]  Possiamo sempre ripetere, magari con altre parole e ci sarà sempre qualcuno a cui sembreranno dette per la prima volta.
[Dialogante 1]  Ma per ripetere – e per più volte – cose dette e ridette, occorre una buona dose di stupidità o di convinzione. Abbiamo tutte’e due, ma non credo in misura eccedente la norma.
[Dialogante 2]  Quindi diciamo cose che possono convincere anche altri.
[Dialogante 1]  Sì, senza neppure sprecare troppe energie.
[Dialogante 2]  Vuoi dire che sono ovvie?
[Dialogante 1]  A noi ormai, dopo averle ripetute mille volte, sembrano ovvie.
[Dialogante 2]  Ma se lo sono, come mai siamo i soli a dirle?
[Dialogante 1]  Tanto per cominciare, non siamo i soli. Le hanno dette in tanti, anche molte prima di noi, forse con parole un po’ diverse.
[Dialogante 2]  Che contano le parole, quando la sostanza è la stessa.
[Dialogante 1]  La sostanza può essere la stessa se non lo sono le parole?
[Dialogante 2]  Penso di sì, altrimenti non sarebbero possibili le traduzioni.
[Dialogante 1]  E sono possibili? Ciò che viene detto in una lingua è identico alla sua traduzione?
[Dialogante 2]  Sì, entro un margine di approssimazione. No, senza quel margine.
[Dialogante 1]  E quando la traduzione avviene da un linguaggio, un sistema segnico a un altro, per esempio dal pittorico al verbale o al musicale, dal gestuale al grammatico?
[Dialogante 2]  Che domanda! Ovviamente è metaforico parlare di ‘traduzione’.
[Dialogante 1]  Le metafore costituiscono una forma di linguaggio?
[Dialogante 2]  Mi sembra che stiamo esagerando con le divergenze.
[Dialogante 1]  Non dimentichiamoci di uno strumento fondamentale per IMC: l’arresto.
[Dialogante 2]  Quando applicarlo?
[Dialogante 1]  Quando di una cosa ne abbiamo abbastanza.

venerdì 5 dicembre 2014

Tratta XXIV.2 – Non vedo perché dovrei vergognarmi e nasconderlo




[In linea generale non mi piace, non mi diverte parlare o scrivere di me. Mi conosco abbastanza (con buona pace di Socrate), e delle parti di me che non conosco sono assai poco interessato. Qualche volta tuttavia capita anche a me di autoosservarmi, più spesso però di osservare ciò che dico e faccio. Nella metafora cui spesso adottata è come se i due interlocutori fittizi si chiudessero nello scompartimento riservato di un vagone. Non so se siano ancora in uso i vagoni a scompartimenti separati. Ricordo che da ragazzo un vagone che non fosse a scompartimenti non era per me un vero vagone ferroviario ma piuttosto un tram indegno di veri viaggi. Agli psicanalisti di trarne delle conseguenze sul piano psichico. Anche gli scompartimenti comunque avevano il difetto di doversi condividere con degli sconosciuti, c’era però sempre la speranza che questi scendessero prima di noi (il noi a quel tempo si riferiva per lo più a me e mia madre). Altra cosa era quando – raramente – lo scompartimento era di vagone letto, dove c’era da star sicuri che non sarebbe entrato nessun altro.
Evidentemente la mia socialità era piuttosto scarsa e tale è rimasta anche quando le mie scelte di vita mi hanno portato verso la più ampia condivisione di tempo e luoghi. Così per esempio, nel decidere su come presentare il testo di questi ponti, ho scelto una duplicazione dell’io narrante che mi permettesse il dialogo senza uscire da me stesso. Per rendere più accettabile il mio egocentrismo ho anche proposto la parabola dell’ Io alla sesta[1], dove l’io raggiunge i confini del cosmo.
Tutto questo per fare ammenda del mio egoismo, per riscattarlo agli occhi miei e degli altri?
No di certo. O che il mio egoismo sia congenito o anche acquisito dall’educazione materna, non vedo perché dovrei vergognarmi e nasconderlo. Il problema – non so quanto riflesso – per me è stato strapparlo alla sterilità e renderlo fruttifero. È in questo sono stato aiutato da tre fortunate circostanze: l’aver assistito (non partecipato) al Sessantotto, l’avere incontrato Paola Bučan, l’essermi trasferito a Cantalupo.]


[1]             Volume V, Applicazioni comunicative, [18] Parabole, n. 82, pag. 152.

giovedì 4 dicembre 2014

Tratta XXIV.1 – La vita l’hanno vissuta per se stessi



[Dialogante 1]  Non sarebbe male che ci fermassimo a riflettere su ciò che stiamo facendo?
[Dialogante 2]  Non un libro, come già detto in apertura, ma un certo numero di frammenti – ponti – congiungenti più o meno a caso i ‘nodi’ di una ‘rete’ che l’UCL in cui viviamo ha costruito nel nostro cervello.
[Dialogante 1]  Prima domanda:
Che parte ha avuto l’io nella costruzione di questa rete?
[Dialogante 2]  Cerco di rispondere:
Spero che la lunga consuetudine, anche operativa, con IMC ci stia concedendo un margine di autonomia del pensiero che le culture di solito non concedono.
[Dialogante 1]  Seconda domanda:
Che cosa ti ripropone con queste Tratte? Pensi che ci passerà sopra qualcun altro oltre noi?
[Dialogante 2]  Non penso che avranno un riscontro sociale immediato, come non l’hanno avuto le Indagini metaculturali in passato. Perché un riscontro ci sia è necessario che gli scritti siano almeno pubblicati, cosa che anche per questi ponti ritengo altamente improbabile, almeno me vivente.
[Dialogante 1]  Scusa se insisto. Ma allora perché continui accanitamente a scrivere?
[Dialogante 2]  Per restare un vivente.
[Dialogante 1]  Quindi il tuo impegno sociale non è autentico? Serve solo a te.
[Dialogante 2]  Che serva a me è indubbio, che serva anche ad altri è una mia speranza.
[Dialogante 1]  Terza domanda:
Ti stupiresti se un domani, anche dopo di te, il consumo arrivasse, e anche abbondante?
[Dialogante 2]  E come potrei, se non ci sarò più?
[Dialogante 1]  Dico, come Faust: “Im Vorgefühl von solchem Glück, genieß ich jetzt den höchsten Augenblick[1].
[Dialogante 2]  Non sono Faust, ne ci tengo ad esserlo. Semmai Goethe, che sapeva essere a un tempo Faust e Mefistofele. Sono stato fortunato, ma non fino a questo punto! Ora però, secondo le migliori tradizioni[2], tocca a me porre domande.
Quarta domanda:
Ha senso vivere per gli altri?
[Dialogante 1]  Mi sembra che a essere insensata è la domanda.
[Dialogante 2]  Ma allora Madre Teresa di Calcutta, Francesco d’Assisi e lo stesso Gesù Cristo?
[Dialogante 1]  Non credo abbiano vissuto per gli altri. La vita l’hanno vissuta per se stessi. È il loro io – o, se si vuole, il loro es – a essere tanto grande da comprendere anche gli altri. Comunque non è questo il caso mio. Se degli altri mi sono occupato – e anche di questo non sono sicuro – , per curiosità, per cercare di capirli come ho cercato di capire i coleotteri.
[Dialogante 2]  Quinta domanda:
L’agire umano risponde a finalità?
[Dialogante 1]  Le ‘finalità’ sono un’invenzione nostra; la vita e l’agire no.
[Dialogante 2]  La vita forse non lo è, ma le azioni sono di nostra responsabilità, le decidiamo in base alla nostra volontà.
[Dialogante 1]  Credi?
[Dialogante 2]  Mi piacerebbe crederlo.
Sesta domanda:
La vita ha un fine?
[Dialogante 1]  Non so proprio come risponderti. Non so neppure se ha una fine a prescindere dalla fine individuale. Credere in un fine, un telos, presuppone uno stile mentale che non è il mio.




[1]             Seconda Parte, Atto V, Großer Vorhof des Palasts. “Nel pregustare una fortuna così grande / adesso godo quel momento eccelso”.
[2]             Probabile allusione alla scena del Wanderer nel primo atto del Siegfried.