domenica 3 aprile 2016

Tratta XXXVIII.4 – Riempimento


[Il precedente paragrafo con alcune osservazioni alquanto ovvie, esprime per giunta dei giudizi anch’essi tutt’altro che peregrini. Perché tali banalità? 
Queste tratte, come d’altronde i precedenti postini, e gran parte delle cose che vengo scrivendo, non hanno pretese di serietà scientifica, anzi non l’hanno neppure di scientificità tout court. Sono piuttosto appunti di vario spessore intellettuale, spesso – come nel caso presente – nulla più che confessioni private, non altrimenti difendibili. Ripeto: perché farle allora?
Si pensa che la parola scritta debba essere soppesata più di quella solo pronunciata. Verba volant… ma di scripta più volatili dei dicta sono piene le carte di tutto il mondo e ora, con l’avvento dei mass-media, anche lo spazio. E non sembra che né lo spazio né la carta si ribellino a questo riempimento. E allora, perché astenersi?]
[Dialogante 1] Come sai, ho scritto, anzi abbiamo scritto una notevole quantità di musica per parole, per la più gran parte tedesche, sia di autori eccellenti che di produzione domestica ….
[Dialogante 2] … e di conseguenza avremmo da riferire in prima persona sui processi mentali che sovrintendono a tale produzione, specie se la componente verbale e quella musicale fanno capo a una stessa persona.
[Dialogante 1] Di fatto però le cose da dire, esplicitabili cioè a parole, sono poche. Forse in tempi musicalmente di maggior solidità grammaticale il compositore aveva più spazio inventivo da dedicare ai rapporti pluridimensionali tra i due linguaggi (verbale e musicale). Attualmente i problemi grammaticali hanno il sopravvento e occupano quasi per intero la mente del musicista. Qualcosa del genere era già accaduto con la musica seriale…
[Dialogante 2] … ma non nella ‘musica della quotidianità’ (come io preferisco chiamare la ‘musica di consumo’), per il semplice fatto che la sua grammatica si contenta di non essere problematica ma di riprendere con alcune varianti di dettaglio la grammatica tradizionale.

[Dialogante 1] E perché la musica ‘altra’ non lo fa?

sabato 2 aprile 2016

Tratta XXXVIII.3 – Stereogramma

[Dialogante 1] Considero la musica uno stereogramma delle facoltà intellettive della specie umana. 
[Dialogante 2] Perché la musica e non un altro linguaggio?
[Dialogante 1] Perché impegna, oltre all’intelletto propriamente detto, la sfera emozionale in forma diretta, cosa che nessun altro linguaggio è in grado di fare, non almeno a livello della musica.
[Dialogante 2] Ma la parola può commuovere tanto e più della musica. 
[Dialogante 1] Grazie al suo significato, ma, se prescindiamo da esso, la parola può coinvolgere emotivamente tutt’al più con l’intonazione, qualcosa che ci porta nelle vicinanze della musica.
[Dialogante 2] La parola tuttavia, con il suo significato sia denotativo che connotativo, può addirittura travolgerci, mentre la musica ha, in realtà, un rapporto troppo blando per influire su di noi in maniera ‘causale’.
[Dialogante 1] Che vuoi dire?
[Dialogante 2] Che con la parola possiamo tradurre in sequenze lineari di suoni alfabetici le strutture complesse di situazioni non lineari e così portare a diretto contatto queste situazioni con il ricevente. 
[Dialogante 1] Un contatto che può essere casualmente dirompente, che non direi però diretto ma ‘mediato’, non tanto dal suono della parola (che potrebbe essere scritta), ma dal suo significato. La musica agisce invece, seppure raramente in maniera ‘dirompente’, per semplice contatto con le apparecchiature ricettive del corpo.
[Dialogante 2] Sai benissimo che anche la musica non si dirige all’orecchio ma alla mente e che l’orecchio è, letteralmente, il portavoce incaricato della trasmissione. La musica ha quindi un suo significato, non necessariamente verbalizzabile ma altrettanto chiaro di quello della parola.
[Dialogante 1] La cosa si fa particolarmente interessante quando i due ordini di significazione si sovrappongono, come nel canto.
[Dialogante 2] Perché l’informazione sia chiara, i due ordini pensi che debbano coincidere? 
[Dialogante 1] Che vuol dire ‘coincidere’ se i modi di significazione sono così diversi, come nella musica e nella parola?
[Dialogante 2] La coincidenza è soprattutto temporale, nel senso che, funzionando i due linguaggi nella contemporaneità, la mente ne riceve i relativi messaggi in sovrapposizione, e allora si hanno tre possibilità: o i messaggi si rinforzano a vicenda, o si contraddicono, o scorrono l’uno sull’altro nell’indifferenza. Naturalmente tra queste possibilità-limite è possibile collocare infiniti casi intermedi che per semplicità verranno riferiti ai casi-limite.
[Dialogante 1] Si apre così un ventaglio di possibili interazioni a discrezione del musicista: normalmente infatti è lui che lavora su un preesistente dato poetico. Più raro il caso in cui la parola si modella sulla musica, comunque è sempre l’interazione a determinare il messaggio nel suo complesso.
[Dialogante 2] Noto che hai parlato di ‘interazione’ non di ‘interpretazione’ (della parola da parte della musica). Questo certamente per sottolineare la pari dignità delle due componenti… 
[Dialogante 1] … parità che per altro non si osserva sempre, soprattutto nell’opera italiana, dove la musica spesso sopravanza la parola, perfino nel caso dell’eccellenza di un Da Ponte.
[Dialogante 2] Un caso a sé è costituito in area germanica dal Lied nel quale sembra rinnovarsi la simbiosi di cui si parla
 – perché non si conoscono esempi completi di notazione musicale – a proposito della lirica greca.
[Dialogante 1] Il terreno comune di parola e musica ha dato, oltre all’opera e al Lied, almeno due altri frutti di incomparabile ricchezza: il madrigale cinquecentesco e la vocalità bachiana (cantate, passioni).
[Dialogante 2] Penso che siamo d’accordo nel considerare il recitativo bachiano, la teatralità dell’aria mozartiana e la penetranza delle melodie schubertiane come i vertici della vocalità occidentale. 
[Dialogante 1] E Wagner?

[Dialogante 2] Wagner è un’altra cosa. È Gesamtkunstwerk, opera d’arte totale, di cui, credo, siamo incompetenti.

venerdì 1 aprile 2016

Tratta XXXVIII.2 – Schivo e riservato

[Ho sentito per due sere di seguito le due Sonate dell’op.14 nell’esecuzione di Sokolov. Non avevo mai dedicato molta attenzione all’op. 14, considerandola una sorta di riempitivo, assieme alla più ampia op. 22, in attesa della prima grande sonata del ‘periodo di mezzo’ (opus 26, 27, 28, e soprattutto i tre capolavori dell’op. 31).
Sta di fatto che sotto le dita di Sokolov, ma soprattutto attraverso la sua mente, le ‘modeste’ Sonate op. 14 hanno dato al termine ‘modesto’ un significato che con la modestia comunemente intesa hanno ben poco a che fare. Beethoven non è mai modesto, anche quando lo sono i mezzi di cui si serve. Queste Sonate non hanno nulla di virtuosistico e non brillano certo per inventiva tecnica come già le op. 10 e 13 (la famosa Patetica, banco di prova per i dilettanti della tastiera, ma anche per i futuri professionisti). Eppure Sokolov mi ha fatto capire quante e quali sottigliezze si nascondono dietro quella dichiarata semplicità. Basterebbe l’ambiguità metrica dell’enunciato tematico dell’op. 14 n. 2 (primo tempo), che Sokolov fa intuire all’ascoltatore pur senza svelarla; o, nello ‘sviluppo’ della n. 1 l’improvviso ‘cedimento’ a una inaspettata ‘facilità’ melodica e metrica quasi estranea a Beethoven. Poi, ancora, sempre nella n. 1, il nient’affatto ‘modesto’ Allegretto, la cui seriosità è ancora accentuata dall’insistenza sulla tonalità di mi (in minore), comune agli altri due tempi; o infine la bizzarria metrica dello Scherzo della n. 2, che, pur chiamandosi così, né occupa il posto né ha la forma dei normali scherzi di sonata (o quartetto o sinfonia), bensì è un evidente Rondò

Questa scelta di due sonate ‘minori’ dell’opera beethoveniana testimonia del carattere schivo e riservato del grande pianista russo, il cui pensiero musicale, unito ad una straordinaria tecnica esecutiva, non ha bisogno di imporsi nelle grandi opere, che pure domina perfettamente, per rilucere in quelle ‘minori’ che attraverso di lui rivelano tutta la grandezza delle altre.]

giovedì 31 marzo 2016

Tratta XXXVIII.1 – Con fiducia e accanimento

[Da anni non ho più un rapporto produttivo con la musica: non compongo più, non suono, non scrivo più di musica se non brevi postini o simili, non mi tengo neppure aggiornato, se non occasionalmente attraverso la televisione, alla produzione più recente, ignoro del tutto il pop, il folk, il jazz, le canzoni e tutta la musica ‘leggera’ o d’intrattenimento. Continuo però ad ascoltare, sempre attraverso i media, la musica del passato, l’unica che per me ha senso chiamare ‘musica’ in quanto basata su una ‘lingua’ (grammatica, sintassi, forma) socialmente riconosciuta ed elaborata in sede alto-colta. Qualcuno osserverà che questo atteggiamento culturalmente aristocratico e antimoderno non corrisponde in nulla a quanto vado dicendo e facendo in altra sede. Lo stesso ‘qualcuno’ potrà, se ha voglia e tempo da perdere, cercare eventuali collegamenti tra queste due facce di una stessa persona.
È vero che in altri tempi mi sono dedicato con fiducia e accanimento a ricercare modi autarchici di costruire linguaggi musicali, ma senza effettivi riscontri culturali né alti né bassi. Non so se il futuro sarà interessato a questi tentativi; io, per parte mia, gli ho abbandonati da tempo, sia in sede teorica che nella pratica compositiva, e non provo nessuna nostalgia. Allo stato attuale il nostro progetto culturale di base è passato per intero all’esperienza grafico-pittorica gestita da Paola, e qui sta dando risultati di tutto rispetto.
Quanto alla musica e al mio rapporto con essa, resta il mio sconfinato amore per la tradizione tedesca da Schütz a Mahler, cui non riesco ad immaginare nulla da aggiungere e che continua ad essere il mio UCL vorrei quasi dire ‘privato’, stante il dilagare di altri tipi di musica per me insignificanti. 
So bene che queste dichiarazioni mi pongono musicalmente fuori dalla contemporaneità e in particolare dal mondo giovanile a cui da troppi decenni non appartengo più, ma che tuttora costituisce il mio ambito vitale.

Scusate, ragazzi, se non condivido il mondo della vostra musica.]

mercoledì 30 marzo 2016

Tratta XXXVII.6 – Un'ipotetica normalità

 
[Dialogante 1] Sono del tutto consapevole che un nostro corso di formazione metaculturale, seppure se riusciremo a farlo, non sarà che una prima scarsa approssimazione a un’ipotetica normalità. Si tratterebbe infatti di una ‘normalità’ alquanto diversa da quella inveterata da millenni: basata non più sul sapere ma sull’esercizio del pensiero.
[Dialogante 2] naturalmente alimentato dal sapere, non più o non solo inteso come accostamento alla verità, ma come strumentario di una palestra del pensiero. 
[Dialogante 1] D’altronde anche l’accrescimento del sapere dipende dalla produttività della mente e questa produttività ha bisogno di essere continuamente esercitata…
[Dialogante 2] … e non tanto dal ‘sapere’ quanto dal ‘pensare’.
Così la produttività di una casa automobilistica si misura più sulla capacità di rinnovare i suoi modelli che sul numero di esemplari venduti di uno stesso modello.
[Dialogante 1] C’è però anche il caso di un modello che ‘tiene il mercato’ per parecchi anni come il Maggiolino della Volkswagen o la 500 Fiat.
[Dialogante 2] Se è per questo anche l’istruzione basata sul sapere si è perpetuata per millenni, Aristotele e Tommaso docent
[Dialogante 1] … e anche per l’istruzione è arrivato il momento di cambiare modello. 
[Dialogante 2] Ma non c’è da spaventarsi: il modello metaculturale non stravolge quello precedente ma lo accoglie in toto aggiungendovi solo la riflessività metaculturale…
[Dialogante 1] … che però non è poco, visto che ci sono voluti millenni per raggiungerla, e ancora oggi le resistenze religioso-ideologiche sono assai forti.
– – – – –
[Dialogante 2] Scusa ma sei sicuro che siamo sul binario giusto?
[Dialogante 1] E come potrei? Non abbiamo altra garanzia che il nostro pensiero.
[Dialogante 2] E ti pare poco?
[Dialogante 1] Ma il pensiero di quelli che non sono d’accordo? 

[Dialogante 2] Pazienza, nient’altro che pazienza!

martedì 29 marzo 2016

Tratta XXXVII.5 – Di vitale importanza


[Dialogante 2] Spero che con l’emergenza della formula autoriflessiva ‘problematizzazione del pensiero’ abbiamo avviato a soluzione il problema di come impostare un corso di formazione per operatori metaculturali.
[Dialogante 1] Immagino che in pratica la ‘problematizzazione del pensiero’ si traduca nella ‘problematizzazione dei contenuti’, così da recuperare per questa via la pluralità degli argomenti che, se intesi contenutisticamente appesantirebbero eccessivamente il corso stesso…
[Dialogante 2] … la cui finalità non è infatti l’appropriazione, da parte dei corsisti, di specifiche conoscenze settoriali, ma la capacità di riconoscere presupposti e fondamenti epistemici. 
[Dialogante 1] Ma, per raggiungere questi fondamenti – attraverso la catabasi metaculturale – occorre comunque una non superficiale conoscenza degli argomenti.
[Dialogante 2] Sì, ma un tipo diverso di conoscenza, che non entra nel dettaglio tecnico e riguarda piuttosto lo ‘stile di pensiero’, la mentalità messa in opera dagli stessi specialisti negli scritti di carattere divulgativo.
[Dialogante 1] Oggi esiste infatti una buona letteratura, rinforzata da un’eccellente documentazione visiva, che tratta in forme accessibili a chiunque problemi anche complessi di scienza, ecologia, antropologia, sociologia, etc.
[Dialogante 2] Piuttosto scarso è invece, soprattutto tra i giovani, un interesse più che superficiale per argomenti anche di vitale importanza per il nostro presente e futuro… 
[Dialogante 1] …e tra gli scopi di una formazione metaculturale c’è in primo luogo quello di accendere questo tipo di interessi e di disporre la mente ad accogliere la connessa problematica.
[Dialogante 2] Penso che ci troviamo di fronte a problemi formativi di nuovo genere che non si risolvono certo con un singolo corso. Ci vorranno probabilmente degli anni perché il solco tra il cittadino comune e il cittadino ‘che sa’ sia colmato e a colmarlo dovranno impegnarsi alla pari gli uni e gli altri.


lunedì 28 marzo 2016

Tratta XXXVII.4 – Autocompensatorio

[Dialogante 2] Il pensiero metaculturale sarebbe imbattibile perché afferma tutto e il contrario di tutto, quindi, sommando, non fa che affermare il nulla.
[Dialogante 1] È facile e anche logicamente corretto dire così, ma le conseguenze di questo nulla possono essere positive per la nostra sopravvivenza.
[Dialogante 2] E come? 
[Dialogante 1] Scomponendo il nulla nelle sue metà contraddittorie, eliminandone una e conservandone l’altra.
[Dialogante 2] E quale elimineresti? 
[Dialogante 1] Qui sta il problema. Di primo acchito verrebbe da rispondere quella negativa. Ma poi ci si accorge che il più e il meno non sono equamente distribuiti nelle due metà…
[Dialogante 2] … inoltre che non hanno lo stesso valore per tutti (ciò che per gli uni è positivo per gli altri è negativo e viceversa) così è quasi impossibile accordarsi su cosa eliminare e cosa conservare.
[Dialogante 1] Fin’ora siamo sopravvissuti conservando ed eliminando a caso, secondo la legge del – momentaneamente – più forte. Ora però le forze in gioco sono tali che, se venissero in campo nella loro interezza, ci cancellerebbero da ogni domani…
[Dialogante 2] … quindi meglio ritornare al nulla metaculturale
[Dialogante 1] Non penserai però a questo nulla come ultima spiaggia prima del no! all’azione. Mentre quest’ultimo è assenza del movimento, stasi assoluta, vedrei il nulla metaculturale come movimento assoluto, moto browniano, autocompensatorio, a somma zero ma diverso in ogni suo intorno, per piccolo che sia.
[Dialogante 2] IMC, luogo del perenne cambiamento, dell’irrequietezza cosmica. 
[Dialogante 1] Ti stai librando nella retorica dell’infinito.
[Dialogante 2] IMC mi permette anche questo, perché non dovrei profittarne. 
[Dialogante 1] Un nulla molto liberale che accoglie anche il tutto…
[Dialogante 2] …generando con lui anche l’esistente… 

[Dialogante 1] E consegnandolo al tempo.

sabato 19 marzo 2016

Tratta XXXVII.3 – La solita trappola del verbo essere in funzione ontologicamente fondante


[Dialogante 2]  Forse ieri ci siamo lasciati andare a prematuri entusiasmi. Anche una mosca distingue tra una cosa dolce e una che non lo è…
[Dialogante 1]  … ma non lo sa comunicare.
[Dialogante 2]  Anche questo non è detto sia vero. Le api, per esempio, hanno sviluppato un vero e proprio linguaggio per comunicare con le compagne.
[Dialogante 1]  Si tratta di insetti sociali…, tuttavia hai ragione: anche gli animali distinguono e talora sanno anche comunicare ciò che hanno distinto, ma non per questo diremo che le loro distinzioni sono culturali.
[Dialogante 2]  Lo diremo soltanto per quelle riferibili a concetti fra loro distinti…
[Dialogante 1]  …e andrebbe bene se sapessimo con chiarezza distinguere i concetti. Questi invece assai spesso sfumano gli uni negli altri…
[Dialogante 2]  …e non sappiamo neppure bene che cos’è un concetto…
[Dialogante 1]  …e che cosa è una qualsiasi cosa oltre ad essere ‘quella cosa’.
[Dialogante 2]  La solita trappola del verbo essere in funzione ontologicamente fondante.
[Dialogante 1]  Lasciamo perdere queste ovvietà. Continuo comunque ad essere affascinato dalla lapidaria semplicità di quella frase, che tutt’al più vedrei così integrata:
TUTTE LE DISTINZIONI CONCETTUALMENTE
CONVALIDATE SONO CULTURALI
Questo perché sono i concetti ad essere culturali non le distinzioni.
[Dialogante 2]  Ha tutta l’aria di essere una scappatoia.
[Dialogante 1]  E se fosse? L’importante sarebbe essere sfuggiti al pericoloso attacco tirando in salvo anche la preziosa frase.
[Dialogante 2]  Ma perché ci tieni tanto?
[Dialogante 1]  Per i suoi due corollari che qui ripeto:
Il pensiero metaculturale non le riconosce (quelle distinzioni)
Ogni distinzione (concettualmente convalidata)
può essere metaculturalmente mediata.

[Dialoganti 1 e 2, a due]  Abbiamo così mantenuto aperta la tratta in direzione della pace.

venerdì 18 marzo 2016

Tratta XXXVII.2 – Le convalide non possono che giungere dall’esterno


[Dialogante 2]  E a questo punto vi siete fermati.
[Dialogante 1]  No, mi sono fermato io a relazionare sull’incontro, perché ho avuto l’impressione di aver toccato un punto nodale.
[Dialogante 2]  Per testarne la forza occorrerà lasciarlo agire per qualche tempo da solo. Le convalide non possono che giungere dall’esterno.
[Dialogante 1]  Qualche volta si producono anche dall’interno, come nel caso della consequentia mirabilis.
[Dialogante 2]  È poco probabile che sia questo il caso…
[Dialogante 1]  …a favore del quale parla il suo prodursi del suo pensiero emergente, cioè non localizzabile con precisione.
[Dialogante 2]  Comunque hai ragione quando dici che è bene lasciarlo riposare un poco, o meglio lasciarlo agire per proprio conto…
[Dialogante 1]  … tanto più che c’è dell’altro da riferire.
[Dialogante 2]  Dai, sputa!
[Dialogante 1]  Abbiamo visto che i contenuti di qualsiasi tipo sono culturali; che lo sono perfino quelli inter – o transculturali; che di conseguenza non appartengono al pensiero metaculturale; che tra gli stili di pensiero vi è anche quello metaculturale, ma che non siamo in grado di definirlo, non almeno a livello che ci interessa per un corso di base. Abbiamo allora riflettuto e discusso sul fatto che non riuscivamo a delimitare una categoria specifica del pensiero metaculturale.
[Dialogante 2]  Ma un pensiero senza un contenuto è un controsenso. Tanto più è insensato un corso incentrato su un pensiero senza contenuto. E allora?
[Dialogante 1]  Per la seconda volta in un pomeriggio ci ha tirato d’impaccio il ‘pensiero emergente’.
[Dialogante 2]  E quale?
[Dialogante 1]  Visto che il problema si faceva sempre più acuto, abbiamo scelto come ‘contenuto’ del pensiero metaculturale appunto
LA PROBLEMATIZZAZIONE DEL PENSIERO
[Dialogante 2]  Spiegati meglio.
[Dialogante 1]  Possiamo immaginare il pensiero – ma si tratta di una semplificazione provvisoria e di comodo – come composto di unità concettuali tenute assieme da flessibili strutture di collegamento – analoghe alle aristoteliche particelle ‘sincategorematiche’. Ebbene sia le unità concettuali – ‘categorematiche’ per Aristotele – sia quelle ‘sincategorematiche’. Perderebbero, in questa visione la loro solidità e diverebbero ipotetiche, indimostrabili una volta per tutte e valide soltanto entro UCL definiti e dichiarati.
[Dialogante 2]  Una chiara derivazione da IMC.
[Dialogante 1]  Certamente, e non poteva essere diversamente. Tipicamente metaculturale è infatti il percorso circolare che da un problema ha fatto nascere come suo contenuto il problema stesso.

giovedì 17 marzo 2016

Tratta XXXVII.1 – Tutte le distinzioni sono culturali


Ieri (9-9), in uno dei molti incontri di preparazione per il progettato corso di ‘formazione per operatori metaculturali’, abbiamo ripreso il tema delle competenze che tale operatore dovrà avere, e ancora una volta non siamo riusciti a stabilirne un elenco soddisfacente. Qualsiasi disciplina culturalmente definita ci è sembrata esterna al progetto, se intesa contenutisticamente, come a scuola o nelle università. Un poco meglio sono andate le cose quando dalle discipline siamo passati alle inter- o transdiscipline (logica, semiotica, informatica…) ma poi si è visto come anche queste, nella loro crescente specificazione, hanno ormai assunto uno statuto disciplinare, del tutto analogo a quello delle discipline tradizionali. Abbiamo quindi preso in considerazione i presupposti culturali delle discipline e interdiscipline: su che cosa si basa, a quali esigenze risponde, che ‘stile di pensiero’ utilizza la tale o la talaltra disciplina. Questo tipo di indagine, certo assai stimolante, ci è sembrato tuttavia poco adatto ad un corso di base come vorrebbe essere il nostro. L’abbiamo quindi tenuto in serbo per eventuali per eventuali fasi future di approfondimento.
Ci siamo rivolti a questo punto, non più agli oggetti del corso, ma agli strumenti mentali con cui affrontarli, all’analisi cioè, da noi trattata – teoricamente e praticamente – in vari ambiti (musicale, visivo, verbale) sia dal punto di vista culturale che da quello metaculturale, per lo più in associazione al momento produttivo. Questo punto non ha presentato per noi particolari difficoltà, data la nostra pluridecennale esperienza in materia. Ma ci stiamo muovendo ancora alla periferia di una metodologia effettivamente metaculturale. Ciò nonostante molte delle indicazioni offerteci da questo approccio possono essere seguite con profitto anche in un corso come questo che stiamo cercando di progettare.
Abbiamo quindi esaminato una distinzione di cui si legge anche nei progetti ministeriali: tra sapere e saper fare. Distinzione certo utile in molti casi, quindi da tenere operativamente presente, ma anch’essa non pertinente al pensiero metaculturale. A questo momento si è profilata – tipico caso di ‘pensiero emergente’ – la seguente proposizione:
TUTTE LE DISTINZIONI SONO CULTURALI
con il seguente corollario:
Il pensiero metaculturale non le riconosce.
Questo non vuol dire naturalmente che non se ne serve. Se non lo facesse, sarebbe condannato a vivere in un universo indistinto, troppo prossimo a UMC. Ma non gli assegna un piano conoscitivo di particolare rilevanza.
Procedendo di qualche passo nella stessa direzione possiamo dire che:
Ogni distinzione può essere metaculturalmente mediata
Una piccola tratta in direzione della pace.]


mercoledì 16 marzo 2016

Tratta XXXVI.6 – Raggiunta l’età della ragione


[Dialogante 1]  Dici giustamente che la struttura mentale del cittadino dipende dall’assetto politico della società. La mia generazione è cresciuta sotto la dittatura fascista. Io personalmente ho vissuto anche, seppure di sguincio, la dittatura nazista e, raggiunta l’età della ragione, ho aderito coscientemente all’ideologia comunista, pur rifiutandone l’assolutismo.
[Dialogante 2]  Oggi, da noi in occidente, ha vinto la democrazia, alla quale sia tu che io aderiamo con convinzione. Eppure non ci sentiamo vincenti.
[Dialogante 1]  Una parola, ambigua e plurisignificante, come ‘democrazia’, non crediamo sia sufficiente a definire una linea politica…
[Dialogante 2]  … e, da quanto si è detto, neppure un orientamento formativo.
[Dialogante 1]  La nostra democrazia è asservita al capitale quanto e più delle passate dittature, e in questo sta il nostro assolutismo. Se anche siamo ‘liberi’ di pensarla diversamente, proprio l’assolutismo democratico distrugge questa conclamata ‘libertà’.
[Dialogante 2]  E ci riesce attraverso l’imposizione di un unico modello di democrazia: il modello del ‘consenso’, del ‘popolo sovrano’. È un modello che avrebbe senso dopo aver conquistato la ‘libertà del pensiero’, non prima. E questa libertà siamo ben lontani dall’averla conquistata: da un lato la pressione della Chiesa cattolica a cui non ci è stato insegnato di resistere, dall’altro i pregressi modelli fascista e comunista, tutt’ora operanti in assenza di una relativizzazione metaculturale, infine una formazione che per proclamarsi ‘democratica’ ha di fatto rinunciato al suo fondamento critico. Ciò che resta è una superficiale libertà elettorale, pronta a vendersi al migliore offerente, cioè a coloro che promettono maggiori guadagni e benessere a carico di chi non ha più guadagno ne benessere.
[Dialogante 1]  Su questa descrizione in negativo della democrazia ‘reale’ molti potranno concordare, quello che manca è la descrizione di una credibile alternativa in termini positivi. Ed è per questo che ritorno, ormai per la terza volta, a parlare di una fase preliminare di studio. Un (debole) inizio il lettore potrà trovarlo nelle Indagini metaculturali di cui le presenti tratte non sono che un corollario.


martedì 15 marzo 2016

Tratta XXXVI.5 – Ineluttabilità della globalizzazione


[Dialogante 1]  Vedo che stiamo convergendo sull’ineluttabilità della globalizzazione…
[Dialogante 2]  … come conseguenza della globalizzazione delle esigenze. Se avessimo ciascuno esigenze diverse…
[Dialogante 1]  … non ci sarebbe mercato, non ci sarebbe concorrenza ne monopolio…
[Dialogante 2]  Ci sarebbe l’uniformità della diversità, …
[Dialogante 1]  …e non so cosa preferire, se il troppo uguale o il troppo diverso.
[Dialogante 2]  Appunto credo nella necessità di un preventivo momento di studio che consideri:
A)     La possibilità di divaricare le esigenze.
B)     La pluralità di risposte a ciascuno di esse.
C)     La possibilità di accorpare entro progetti comuni risposte diverse.
[Dialogante 1]  Le difficoltà maggiori penso stiano in C…
[Dialogante 2]  … per cui esistono però modelli già collaudati: i supermercati o le industrie i cui prodotti, pur diversissimi, si basano su un unica materi prima (legno, ferro…) o su unico modo d’uso (prodotti alimentari, abbigliamento…).
[Dialogante 1]  Non vedo chiaramente la differenza con ciò che sta già accadendo.
[Dialogante 2]  Le differenze stanno soprattutto in A e B. Così, per divaricare le esigenze bisognerebbe divaricare le offerte.
[Dialogante 1]  Ma queste sono fin troppo diversificate: siamo sommersi da annunci pubblicitari di prodotti polivalenti, sgrassanti, conservanti, lucidanti, ammorbidenti…
[Dialogante 2]  Per questo ho detto ‘divaricare’, non ‘differenziare’. Si tratta di spostare l’attenzione di un possibile acquirente verso nuovi ambiti di spesa che stimolino anche nuovi interessi. Penso in particolare ai bambini, oggi avviati verso un’uniformità di scelta che spaventa. Non si tratta di tifare per una squadra o un’altra, per una marca di jeans o l’altra. La scelta è la stessa: per l’omologazione consumistica.
[Dialogante 1]  Mi sembra che l’inversione di rotta spetti ai sistemi formativi, in primis alla scuola…
[Dialogante 2]  … che però è strettamente legata al potere politico, che è il primo responsabile del nostro stallo culturale.