sabato 23 gennaio 2010
Ogni vantaggio ...
mercoledì 13 gennaio 2010
Elogio della metamorfosi
Oggi portiamo qui un articolo assai pertinente pubblicato da Edgar Morin ne Le Monde di domenica scorsa.
[Aggiornamento 14.1.10, ore 17:43 - pure La Stampa di oggi ha deciso di riportare questo articolo]
Quando un sistema è incapace di trattare i suoi problemi vitali, si deteriora e si disintegra, oppure è in grado di suscitare un meta-sistema in grado di trattare i suoi problemi: si metamorfizza. Il sistema Terra non è in grado di organizzarsi per trattare i suoi problemi vitali: i pericoli nucleari, che peggiorano con la disseminazione e forse la privatizzazione dell’arma atomica; il deterioramento della biosfera; un’economia mondiale senza vera regolazione; il ritorno delle carestie alimentari; i conflitti etno-politico-religiosi che tendono a diventare guerre di civiltà.
Può considerarsi che l’amplificazione e l’accelerazione di tutti questi processi rappresentano lo scatenamento di un formidabile feed-back negativo, processo attraverso il quale si disintegra irrimediabilmente un sistema.
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Ciò che è probabile è la disintegrazione. Ciò che è improbabile, ma possibile, è la metamorfosi. Cos’è una metamorfosi? Ne vediamo esempi innumerevoli nel regno animale. Il bruco che si chiude in una crisalide comincia allora un processo che è allo stesso tempo di autodistruzione e di autoricostruzione, secondo un’organizzazione ed una forma di farfalla – non più di bruco–, pur rimanendo lo stesso. La nascita della vita può essere concepita come la metamorfosi di un’organizzazione fisico-chimica, che, arrivata ad un punto di saturazione, ha creato la meta-organizzazione vivente, che ha prodotto delle qualità nuove, pur comportando le stesse costituenti fisico-chimiche.
La formazione delle società storiche, nel Medio Oriente, in India, in Cina, in Messico, nel Perù costituisce una metamorfosi a partire da un aggregato di società arcaiche di cacciatori-raccoglitori, che ha prodotto le città, lo Stato, le classi sociali, la specializzazione del lavoro, le grandi religioni, l’architettura, le arti, la letteratura, la filosofia. E anche il peggio: la guerra, la schiavitù. A partire dallo XXIº secolo si pone il problema della metamorfosi delle società storiche in una società-mondo di un nuovo tipo, che includerebbe gli Stati nazione senza sopprimerli. Poiché la prosecuzione della storia, cioè le guerre, da parte di Stati provvisti di armi di distruzione, conduce alla quasi-distruzione dell’umanità. Mentre, per Fukuyama, le capacità creatrici dell’evoluzione umana sono esaurite con la democrazia rappresentativa e l’economia liberale, dobbiamo pensare che –al contrario– sia la storia ad essere esaurita e non le capacità creatrici dell’umanità.
L’idea di metamorfosi, più ricca dell’idea di rivoluzione, ne conserva la radicalità trasformatrice, ma la collega con la conservazione (della vita, dell’eredità culturale). Per andare verso la metamorfosi, come cambiare via? Pur se sembra possibile correggere alcuni mali, è completamente impossibile rallentare il moto tecno-scientifico-economico-civilizzatore che porta il pianeta ai disastri. E tuttavia la storia umana ha spesso cambiato strada. Tutto comincia, sempre, da un’innovazione, da un nuovo messaggio deviante, marginale, modesto, spesso invisibile ai contemporanei. Così hanno cominciato le grandi religioni: buddismo, cristianesimo, islam. Il capitalismo si sviluppò come parassita delle società feudali, dopodiché prese finalmente sopravvento, e le disintegrò con l’aiuto delle monarchie.
La scienza moderna si è formata a partire da alcuni spiriti devianti dispersi, Galileo, Bacon, Descartes, quindi creò le sue reti e le sue associazioni, si introdusse nelle università nel XIXº secolo, quindi nello XXº secolo nelle economie e gli Stati, arrivando a diventare uno dei quattro potenti motori della navicella spaziale Terra. Il socialismo è sorto in alcuni spiriti autodidatti e marginalizzati del XIXº secolo per diventare una formidabile forza storica nel XXº secolo. Oggi, tutto è da riconsiderare. Tutto è da ricominciare.
Tutto è difatti ricominciato, ma senza che lo si sappia. Ne siamo nella fase degli inizi, modesti, invisibili, marginali, dispersi. Poiché esiste già, su tutti i continenti, un brulicare creativo, una moltitudine di iniziative locali, nel senso della rigenerazione economica, o sociale, o politica, o conoscitiva, o educativa, o etica, o della riforma di vita.
Queste iniziative non si conoscono reciprocamente, nessuna amministrazione le considera, nessun partito ne prende conoscenza. Ma sono il vivaio del futuro. Si tratta di riconoscerle, registrarle, ordinarle, indicizzarle, e combinarle in una pluralità di cammini di riforma. Queste strade multiple potranno, sviluppandosi congiuntamente, combinarsi per formare la via nuova, quella che ci condurrebbe verso l’ancora invisibile e inconcepibile metamorfosi. Per elaborare le strade che si congiungeranno nella via, occorre liberarci delle alternative limitate alle quali ci costringe il mondo della conoscenza e del pensiero egemonici. Così occorre, allo stesso tempo, mondializzare e demondializzare, crescere e decrescere, sviluppare ed avvolgere.
L’orientamento mondializzazione/ demondializzazione significa che, se occorre moltiplicare i processi di comunicazione e di planetarizzazione culturali, se occorre che si costituisca una coscienza “di Terra-patria”, occorre anche promuovere, in modo demondializzante, l’alimentazione di prossimità, gli artigianati di prossimità, i commerci di prossimità, l’orticoltura periurbana, le comunità locali e regionali.
L’orientamento crescita/decrescita significa che occorre fare crescere i servizi, le energie verdi, i trasporti pubblici, l’economia plurale fra cui l’economia sociale e solidale, le iniziative d’umanizzazione delle megalopoli, le agricolture ed allevamenti di fattoria e biologici, ma occorre fare diminuire le intossicazioni consumiste, i prodotti alimentari industrializzati, la produzione di oggetti monouso e non riparabili, il traffico automobile, il trasporto merci su strada (a profitto del trasporto ferroviario).
L’orientamento sviluppo/avvolgimento significa che l’obiettivo non è più fondamentalmente lo sviluppo dei beni materiali, dell’efficacia, della redditività, del calcolabile, ma è anche il ritorno di ciascuno verso le proprie necessità interne, il grande ritorno alla vita interiore ed al primato della comprensione dell’altro, dell’amore e dell’amicizia.
Non basta più denunciare; ci occorre ora enunciare. Non basta ricordare l’urgenza. Occorre sapere anche cominciare la definizione delle vie che condurrebbero alla Via. A questo proviamo a contribuire. Quali ragioni ci sono per sperare? Possiamo formulare cinque principi di speranza.
1. L’emergenza dell’improbabile. Così la resistenza vittoriosa, ben due volte, della piccola Atene davanti alla formidabile potenza persiana, cinque secoli prima della nostra era, era altamente improbabile e permise la nascita della democrazia e quella della filosofia. Allo stesso modo era inatteso il congelamento dell’offensiva tedesca davanti a Mosca in autunno del 1941, quindi era improbabile la controffensiva vittoriosa di Joukov cominciata il 5 dicembre, e seguita l’8 dicembre dall’attacco di Pearl Harbour che fece entrare negli Stati Uniti nella guerra mondiale.
2. Le virtù generatrici/creatrici inerenti all’umanità. Così come esistono in ogni organismo umano adulto delle cellule staminali provviste delle capacità polivalenti (totopotenti) caratteristiche delle cellule embrionali, ma disattivate, nello stesso modo esistono in ogni essere umano, in ogni società umana, delle virtù rigeneratrici, generatrici, creatrici, in uno stato dormente o inibito.
3. Le virtù della crisi. Contemporaneamente alle forze regressive o disintegrative, le forze generatrici e creatrici si destano nella crisi planetaria dell’umanità.
4. Proprio in rapporto con questo si combinano le virtù del pericolo: “Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che ci salva.” L’opportunità suprema è inseparabile dal rischio supremo.
5. L’aspirazione plurimillenaria dell’umanità all’armonia (paradiso, quindi utopie, quindi ideologie libertaria/socialista/comunista, quindi aspirazioni e sommosse giovanili degli anni 1960). Quest’aspirazione rinasce nel brulicare delle molteplici iniziative disperse che potranno nutrire le vie riformatrici, chiamate a congiungersi nella nuova via.
La speranza era morta. Le vecchie generazioni sono disincantate dalle false speranze. Le giovani generazioni si trovano nella desolazione, perché non ci sono più cause come quella della nostra resistenza durante la seconda guerra mondiale. Ma la nostra causa portava in essa stessa il suo opposto. Come diceva Vassili Grossman di Stalingrado, la più grande vittoria dell’umanità è stata allo stesso tempo la sua più grande sconfitta, poiché il totalitarismo staliniano ne è uscito vincitore. La vittoria delle democrazie ristabiliva allo stesso tempo il loro colonialismo. Oggi, la causa è inequivocabile, sublima: si tratta di salvare l’umanità.
La speranza vera sa che essa non è certezza. È la speranza non del migliore dei mondi, ma di un mondo migliore. L’origine è dinanzi a noi, diceva Heidegger. La metamorfosi sarebbe effettivamente una nuova origine.
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Filosofo e sociologo. Nato nel 1921, è direttore di ricerche emerito nel CNRS, presidente dell'Agenzia Europea della Cultura (Unesco) e presidente dell’Associazione per il Pensiero Complesso. Nel 2009, ha pubblicato tra altri scritti “Edwige, l’inseparabile” (Fayard). Da leggere ugualmente, “Il pensiero turbolento – Introduzione al pensiero d’Edgar Morin”, di Jean Tellez (edizioni Germina)
Con la nostra riconoscenza a Valentina Aveta per la revisione della traduzione italiana
domenica 10 gennaio 2010
Sopravvivenza?
Parliamo di sopravvivenza? Ma si dai!
Questa risposta potrebbe però essere irriflessa, quasi istintiva e riferita piuttosto alla propria persona o tutt'al più all'umanità circonvicina. Alla sopravvivenza di una tribù amazzonica o della nostra stessa civiltà tra un migliaio di anni ci mostreremmo assai meno interessati e poco disposti a sacrificare anche solo una piccola parte del nostro benessere attuale. La nostra congenita miopia per ciò che è lontano da noi nello spazio e nel tempo poteva forse essere un vantaggio evolutivo fin quando le nostre capacità di occupazione mentale dello spazio e del tempo erano limitate a piccoli intorni del qui ed ora. Oggi questa miopia sembra ci stia conducendo a una rapida estinzione. Ma sempre la stessa miopia ci fa sopravvalutare tale possibile estinzione rendendoci indifferenti nei confronti di altre estinzioni sia passate che presenti.
In questo senso IMC è più radicale di altre ipotesi. Il suo orizzonte ideologico non ammette compromessi: se ci teniamo alla sopravvivenza, dobbiamo renderci disponibili alla relativizzazione metaculturale –che, ricordiamo, non ha a che fare con la relativizzazione assoluta– e accettare le conseguenze che ne derivano.
E –per raccordare tra loro queste generali considerazioni sui rapporti tra UMC e sopravvivenza– vorremmo indicare nella relativizzazione metaculturale la costante metodologica da trasferire in ogni operazione che intendiamo compiere sul 'reale' o sul 'pensato'.
domenica 3 gennaio 2010
...pensieri festivi 2 - (C.C.B)
Cari amici,come augurio per il 2010 - pur già così minacciato dal perdurare delle violenze e ingiustizie, degli abusi e soprusi, della dominazione e dello sfruttamento - vorrei affidarvi un pensiero che unisce due grandi figure del nostro tempo Arundathi Roy e John Berger.
La citazione, tratta dall'Introduzione di Maria Nadotti, "Dialogato con John Berger", al volume Modi di vivere (Bollati Boringhieri, 2004), fa riferimento alla prefazione di Berger al volume di Roy, Power Politics: “In quelle pagine le parole dell’uno si intrecciano a quelle dell’altra, in un dire a due che si propone come un possibile modo di abitare l’individuale tempo di vita. Ecco la loro proposta”:
Essere pienamente vivi nel nostro mondo, così com’è. Mettersi vicini a coloro per i quali questo mondo è diventato intollerabile, e ascoltarli... L’unico sogno che vale la pena di avere è di vivere finché si è vivi e di morire solo quando si è morti. Che cosa significa esattamente? Amare. Essere amati. Non dimenticare mai la propria insignificanza. Non abituarsi mai alla violenza indicibile e alla volgare disparità della vita che ci circonda. Cercare la gioia nei luoghi più tristi. Inseguire la bellezza là dove si nasconde. Non semplificare mai ciò che è complicato e non complicare ciò che è semplice. Rispettare la forza mai il potere. Soprattutto ossrevare. Sforzarsi di capire. Non distogliere mai lo sguardo. E mai, mai dimenticare.
Felice 2010 a tutti!
Claude Cazalé Bérard
sabato 2 gennaio 2010
Pensieri Festivi...(1)
Un certo giorno, suo figlio di sette anni invase il suo santuario deciso ad aiutarlo nel suo lavoro. Lo scienziato, nervoso per l’interruzione, chiese al bambino di giocare da un’altra parte. Ma vedendo che era impossibile mandarlo via, pensò a qualcosa che potesse distogliere la sua attenzione.
A un certo punto trovò una rivista, dove c’era una mappa del mondo: giusto quel che ci voleva.
Con delle forbici ritagliò la mappa in piccoli pezzi e la diede al figlio con un rotolo di nastro adesivo dicendo: “Dato che ti piacciono i rompicapi, ti sto dando il mondo tutto rotto perché lo ripari senza l’aiuto di nessuno”.
Dopodiché calcolò che il piccolo ci avrebbe messo dieci giorni per ricomporre la mappa , ma non fu così.
Passate alcune ore, udì la voce del bambino che lo chiamava con calma: “Papà, papà, l’ho già fatto tutto, l’ho finito!.
Dapprima il padre non credette al bambino. Pensò che era impossibile che alla sua età fosse riuscito a ricomporre una mappa che mai aveva visto prima.
Diffidente, lo scienziato alzò lo sguardo dai suoi scarabocchi con la certezza di trovare un lavoro degno di un bambino, ma con sua sorpresa la mappa era completa. Tutti i pezzi erano stati messi al loro posto. Com’era possibile? Come ne era stato capace il bambino?
Allora il padre domandò con sorpresa a suo figlio: “Figliolo, tu non sapevi com’era il mondo, come hai fatto?
“Papà – rispose il bambino – io non sapevo com’era il mondo, ma quando tu hai tolto la mappa della rivista per ritagliarla, ho visto che dall’altra parte c’era la figura di un uomo. Allora ho girato i ritagli e ho cominciato a ricomporre l’uomo, che quello sì, sapevo com’era fatto…
Quando sono riuscito a sistemare l’uomo, ho girato la pagina e ho visto che avevo anche sistemato il mondo”.
Natività, Correggio
martedì 29 dicembre 2009
Violenza
Dare a qualcuno un pugno sul naso senza ragione è violenza.
E con ragione?
Il guaio è che le ragioni si trovano sempre, come la STORIA, anche recente, insegna. Forse il primo passo della violenza sono proprio le RAGIONI che –pensiamo– ci autorizzano a usarla. A ben guardare la CONDANNA a morte di un colpevole non differisce gran che dalla condanna a morte di un innocente: violenza di uomini su un uomo. È vero che nel primo caso la violenza ha le sue ragioni nella violenza connessa dal ‘colpevole’, il quale però avrà avuto anche lui le sue ragioni …
Quello che stiamo facendo è un DISCORSO massimalista e fortemente IDEOLOGICO: parificare tutte le violenze in nome di un’idea unica e astratta di ‘violenza’. Non pretendiamo affatto il CONSENSO su queste posizioni che neppure noi condividiamo. Allora perché presentarle?
Perché sono possibili e neppure scartabili a priori. Ne potrebbe derivare per esempio che nell’amministrazione della GIUSTIZIA è bene separare la RICERCA dei fatti e della RESPONSABILITÀ dalla VALUTAZIONE della COLPA e dall’assegnazione della PENA. Quest’ultima infatti non fa che aggiungere violenza a violenza senza che la seconda cancelli la prima. Lasceremo quindi liberi i delinquenti? Ovviamente no, ma la condanna non andrebbe PERCEPITA, neppure da chi la subisce, come PUNIZIONE o, peggio, come VENDETTA, della SOCIETÀ, ma solo come ristabilimento di un EQUILIBRIO rotto dalla violenza. In molti paesi la giustizia viene già amministrata cosí.
sabato 19 dicembre 2009
Il segreto di Nikola Tesla...
Ci sono invenzioni e\o scoperte che possono cambiare il corso della storia, di conseguenza il mondo in cui viviamo. Quanto è possibile scegliere quando ci troviamo di fronte ad un bivio?
A voi la possibilità di crearvi un idea a riguardo...
mercoledì 16 dicembre 2009
Ah, il cocco, il cocco!
Niente meno che un invertebrato ... utilizzando strumenti!
Uno dei primi casi mai osservati dai biologhi ...
domenica 13 dicembre 2009
Dagli Esercizi Speculativi (Parte II di IMC) ... Cuuuultura
Tutti abbiamo una cultura. Alcuni ci tengono anzi moltissimo ad essere ‘rappresentanti’ di una cultura. Forse tutti lo siamo; forse nessuno lo è. ma che vuol dire ‘cultura’? Ascoltate e saprete tutto.
giovedì 3 dicembre 2009
lunedì 30 novembre 2009
domenica 22 novembre 2009
Incontro ad Arthè

"Ci interessa la vostra opinione. Natulamente vi dirò anche la mia..."
B.P.
lunedì 16 novembre 2009
Piano B: non finire in carcere
Travaglio ci spiega in maniera chiara ed efficace alcuni termini che spesso sentiamo in giro in questi giorni.
sabato 7 novembre 2009
kebelapoessiakazzo!

Abbiamo avuto pochi giorni fa una gratissima sorpresa: la nostra amica Antonella Gargano ha avuto la gentilezza di produrre una trascrizione dell'intervento di Boris Porena, pronunciato poco più di un anno fa, nel convegno romano sulla da lui ammiratissima poetessa tedesca Nelly Sachs. Grazie Antonella!
[Rigobaldo prende la parola: Prima di trascriverlo qui, mi permetto, come insignificante redattore del blog, di riferire un aneddotto: quando abbiamo riletto con Boris l'intervento, la sua attenzione si è soffermata sulla poesia della Sachs con la quale ha iniziato detto intervento (So rann ich aus dem Wort: ...). Dopodiché ci ha regalato ... il dotto commento col quale mi permetto di intitolare questo post.]
Godetevela.
Composizioni per Nelly Sachs
So rann ich aus dem Wort:
Ein Stück der Nacht
mit Armen ausgebreitet
nur eine Waage
Fluchten abzuwiegen
diese Sternenzeit
versenkt in Staub
mit den gesetzten Spuren.
Jetzt ist es spät.
Das Leichte geht aus mir
und auch das Schwere
die Schultern fahren schon
wie Wolken fort
Arme und Hände
ohne Traggebärde.
Tiefdunkel ist des Heimwehs Farbe immer
so nimmt die Nacht
mich wieder in Besitz [1].
In questa lirica di Nelly Sachs, contenuta in Flucht und Verwandlung, è presente l’idea di un ‘grondare’, un ‘uscire dalla parola’ allo stato liquido. Leggere di più ...
È una parola impegnativa “das Wort”, anche perché densa di riferimenti sia religiosi o più ancora mistici. In Nelly Sachs l’elemento mistico è fondamentale, e qui la parola sembra quella evangelica del Vangelo di Giovanni. «Ein Stück der Nacht / mit Armen ausgebreitet»: penso che questo gesto visivo, sia quello verbale che quello delle braccia, abbia sollecitato la mia volontà di traduzione in un gesto musicale. Ne è nata quindi una linea ondulata, che in qualche maniera apre e chiude queste braccia – «nur eine Waage / Fluchten abzuwiegen» –, dove c’è l’idea della bilancia che immaginiamo statica, ma che rimanda anche ad un continuo movimento. E se si guarda infatti la linea melodica, appare caratterizzata da un salire e da uno scendere. «Nur eine Waage / Fluchten abzuwiegen / diese Sternenzeit / versenkt in Staub / mit den gesetzten Spuren», così scrive Nelly Sachs in questi versi di difficile interpretazione. Ma direi che non è tanto importante il significato delle parole, quanto il suono di esse, anche se spesso noi cerchiamo comunque di interpretare, leggendo la poesia come se leggessimo prosa. Ma la poesia non è un teorema. Quindi anche la traduzione musicale è largamente arbitraria, intuitiva in un senso elementare. E poi, nella poesia di Nelly Sachs, ci sono immagini ricorrenti che denotano leggerezza: «Das Leichte geht aus mir». C’è sempre questo senso della salita verso l’alto, nubi, fumo, gesto, qualcosa che tende sempre verso la dissipazione dell’atmosfera. Di qui viene una leggerezza, che si traduce in leggerezza della poesia. La poesia di Nelly Sachs è estremamente lieve, leggera, non poggia mai i piedi a terra, come invece quella di Paul Celan. In questo senso i due sono molto lontani l’una dall’altro, pur essendo vicini in termini di sensibilità, di argomenti, di senso tragico. Ma mentre il senso tragico di Celan si traduce sempre in una sorta di peso, di incubo tremendo che ti investe, la stessa tragicità in Nelly Sachs libera sé e te da questo peso. E sembra quasi impossibile per quel peso che potesse trasmutarsi in una lieve nuvola che rosata si perde all’orizzonte. Proprio qui sta la magia di Nelly Sachs e metterla in musica è stato piuttosto difficile. Si rimane al tentativo e alla buona volontà di trasformare in musica le parole.
In un’altra poesia, tratta anch’essa da Flucht und Verwandlung, c’è comunque in lei, poetessa ebrea, continuamente l’idea della salvazione, l’idea che qualcuno debba salvare qualcun altro:
Wie leicht
wird Erde sein
nur eine Wolke Abendliebe
wenn als Musik erlöst
der Stein in Landsflucht zieht
und Felsen die
als Alp gehockt
auf Menschenbrust
Schwermutgewichte
aus den Adern sprengen.
Wie leicht
wird Erde sein
nur eine Wolke Abendliebe
wenn schwarzgeheizte Rache
vom Todesengel magnetisch
angezogen
an seinem Schneerock
kalt und still verendet.
Wie leicht
wird Erde sein
nur eine Wolke Abendliebe
wenn Sternhaftes schwand
mit einem Rosenkuß
aus Nichts - [2].
La terra è pesante per tutti, soprattutto quella che un giorno ci ricoprirà. Ma in Nelly Sachs il peso si libra verso l’alto. Ed è forse proprio l’immagine di questa leggerezza che mi ha attratto e che ha determinato anche la scelta dello strumentale, il violino e il mandolino. Raramente ho scelto nelle mie composizioni l’utilizzo di strumenti a pizzico, che non amo particolarmente. Ma qui il suono che muore sul nascere e scompare mi sembrava adatto per questo tipo di poesia. C’è poi la ripetizione – tre volte si ripete «Wie leicht wird Erde sein» – che è tra gli elementi che attirano chi voglia in qualche modo creare un connubio tra parola e suono. C’è il suono della parola che qui, «Wie leicht wird Erde sein», si presenta – io almeno l’ho letto così –con questo gesto discendente. «Wie leicht wird Erde sein / nur eine Wolke Abendliebe»: sono immagini ‘facili’, immediate, che significano nient’altro che quello che dicono. Inutile andare a cercare metafore, sono immagini: «eine Wolke», ad esempio, non è una metafora, è un’immagine di una poetessa visionaria.
In Nelly Sachs anche le pietre enormi, le rocce – «und Felsen die / als Alp gehockt / auf Menschenbrust» – si dissolvono: «der Stein in Landsflucht zieht». In Celan il peso ce lo porteremmo appresso fino alla fine, ci schiaccerebbe, in lei anche questo si risolve. C’è poi un’immagine abbastanza dura, la «schwarzgeheizte Rache», una vendetta resa nera dal calore, che viene attirata magneticamente dall’angelo della morte. Siamo già in una fase di risoluzione di questo peso, ma è ancora pur sempre l’angelo della morte che conduce. Ed è singolare come quest’angelo della morte abbia un vestito bianco, di neve e non nero, un colore la cui scelta in questo contesto determina liberazione, è atto salvifico anziché gesto di annientamento. «Kalt und still verendet»: il peso, quel peso tremendo, si è dissolto.
Nell’ultima strofa la traduttrice ha trovato un ritmo molto dolce, molto italiano per questa bellissima immagine cosmica di qualcosa di stellare, di un bacio di rosa fatto di nulla:
Come lieve
sarà la terra
solo una nube d’amore a sera
quando scomparve qualcosa di stellare
con un bacio di rosa
fatto di nulla ... [3]
Qui tutto termina non nella leggerezza, ma addirittura nel nulla, che poi è un nulla che ha evidenti riferimenti con il mondo della mistica. Questa idea della sparizione è ricorrente in mistici come Meister Eckhart, è uno dei cardini del pensiero mistico che la Sachs riprende, ma con leggerezza. Non c’è mai in lei la citazione dotta; per questo, dal punto di vista letterario, Nelly Sachs non è una ‘letterata’, è qualcosa di diverso, che vive appunto di questa leggerezza.
Ma ritorniamo al tema musicale. Come sceglie un musicista il suo testo? Certo l’argomento della lirica di Nelly Sachs –quel ‘peso’– ha la sua importanza, ma soprattutto interessante è il modo in cui la poetessa distrugge, vanifica questo peso. E questa è un’operazione abbastanza singolare e interessante. Nella scelta di un testo ci può essere il caso, ci può interessare l’argomento, o ci può interessare la figura del poeta. Per quanto mi riguarda la maggior parte delle cose che ho musicato sono di Goethe, che per me è un punto di riferimento. Dunque c’è la persona di un poeta, e c’è la poesia stessa, soprattutto come la poesia è detta, non tanto quello che dice, ma come viene detto. È l’accostamento delle parole che conta: la poesia ha questo in più rispetto alla prosa. Anche se è vero che c’è una prosa dove viene fatta una scelta attentissima delle parole, dove l’accostamento arriva a fare scintille fra le parole (basta pensare a Thomas Mann, a Kafka, o a tutti gli autori di un certo rispetto), ma nella poesia c’è sempre qualcosa di più, c’è il ritmo, c’è in molti casi addirittura la rima, che oggi è svalutata, ma che è uno degli elementi importanti del pensiero poetico, proprio perchè attraverso il suono si realizzano associazioni sonore che altrimenti non potrebbero essere fatte. Viene in mente internet, che attraverso un link consente di girare tutto il mondo: anche il poeta fa così attraverso associazioni sonore, ritmiche, di argomento, di forma. Si pensi a quella ripetizione «Wie leicht wird Erde sein» che, musicalmente, è impressionante, è la forma della poesia che induce la connessione, che è la congiungente tra i due mezzi espressivi. E poi c’è il “Klang”, la musicalità, la bellezza della lingua che contempla in un certo senso se stessa.
Mi auguro di essere riuscito a rendere l’idea di cosa spinge un musicista a mettere in musica le parole di una lirica. In questo senso Schubert è l’esempio inarrivabile, che si identifica con tutta la complessità della poesia. Non è solo l’argomento, non è solo la forma di una poesia che si ritrova nei suoi Lieder, è un insieme di tutte queste cose. Schubert riesce a far scattare la scintilla anche là dove uno degli elementi non è niente di eccezionale. Molte delle poesie messe in musica da Schubert sono oggettivamente mediocri, ma non sono più mediocri nel momento in cui c’è Schubert. Se, ad esempio, si leggesse la Winterreise di Wilhelm Müller, senza pensare alla musica, sarebbe ancora la Winterreise? Io sono un grandissimo estimatore di Müller, ma posso essere sicuro che avrei lo stesso entusiasmo che ho per i versi di Müller se non ci fosse dietro la musica di Schubert.
Qualche anno fa, nel 2003, ho scritto una poesia dedicata a Nelly Sachs, nella quale alcuni termini sono una mia ‘invenzione’, come nel caso di «Läufte», che non si trova nel vocabolario, ma che ho costruito sulla base di una associazione con l’esistente «Zeitläufte». E con questa lettura, nella versione tedesca e poi nella versione italiana, vorrei concludere il mio intervento:
An Nelly
Schwerelos schwebt dein Wort
über unsagbarer Trauer,
kindlich greises Judenhaupt.
Es breiten sich aus deine Arme
– Erlösergebärde –
falbes Licht umfassend
ferner Galaxien.
Immer noch unerlöst
gleiten wir
in beschleunigten Läuften
unaufhörlich
nichtswärts.
A Nelly
Senza peso la tua parola si libra
sopra indicibile lutto,
grigio capo di bambina ebrea.
Si aprono le tue braccia
–gesto di redenzione–
ad accogliere falba luce
di lontane galassie.
Non ancora redenti
scivoliamo
in corse accelerate
senza posa
verso il nulla.
(1) N. SACHS, Fahrt ins Staublose. Die Gedichte der Nelly Sachs, Suhrkamp Verlag, Frankfurt a. Main 1961, p. 327 («Grondai così dalla parola: // un frammento di notte / a braccia spalancate / una bilancia solo / per soppesare fughe / in questo tempo stellare / calata nella polvere / impressa d’orme. // È tardi ormai. / Ciò che è lieve mi lascia / e ciò che è greve / già vanno via le spalle / come nubi / braccia e mani / libere nel gesto» [N. SACHS, Poesie, a cura di I. Porena, Einaudi, Torino 2006, p. 75]).
(2) N. SACHS, Fahrt ins Staublose. Die Gedichte der Nelly Sachs, cit. pp. 256-257. («Come lieve / sarà la terra / solo una nube d’amore a sera / quando dissolta in musica / trasmigrerà la pietra // e rocce, / incubi ammucchiati / sul cuore dell’uomo, / pesi di tristezza, / sprizzeranno dalle vene. // Come lieve / sarà la terra / solo una nube d’amore a sera / quando la nero accesa vendetta / magnetizzata /dall’angelo sterminatore / morrà fredda e muta / sulla sua gelida veste. // Come lieve / sarà la terra / solo una nube d’amore a sera / quando scomparve qualcosa di stellare / con un bacio di rosa / fatto di nulla…» [N. SACHS, Poesie, cit., p. 67]).
(3) N. SACHS, Poesie, cit., p. 67.
