[Non sono particolarmente interessato agli aspetti autobiografici della
vecchiaia quale la sto vivendo da parecchi anni. Posso solo dire che, almeno
nella forma in cui mi si è presentata, è tollerabile. Di più, è a tratti
piacevole, anche se non credo per chi mi sta intorno. Non per Paola per
esempio, su cui grava più che su di me il peso dei miei anni. Che in realtà non
sono poi molti, stando allo straordinario allungamento della vita media
verificatosi negli ultimi anni. E non è tanto l’allungamento in sé il fatto
positivo quanto il miglioramento della qualità di vita che l’attuale medicina e
farmacologia consentono alla vecchiaia di oggi rispetto a quella del passato.
Anche i servizi assistenziali e l’attenzione che la società presta all’anziano
gli rendono questa fase estrema dell’esistenza, tutto sommato, forse meno
ostile delle precedenti. Sottratto al pungolo degli obblighi, alla pressione
della concorrenzialità, alle responsabilità verso gli altri e verso se stesso,
l’individuo assapora qualcosa come la libertà fittizia di chi non può più nulla
e, se qualcosa ancora conta, è solo per ciò che ha fatto. Da lui non ci si
aspetta nulla se non che muoia. Per alcuni è una condizione pesante di
frustrazione, per altri di leggerezza insostenibile, alcuni infine vi si
accomodano senza problemi. Penso che, perdurando, addirittura aggravandosi la
situazione economica mondiale, i problemi saranno per chi verrà dopo di noi,
figli, nipoti, pronipoti. A questi il nostro egoismo di cittadini ‘arrivati’
non ci ha pensato ne ci vuole pensare. La nostra vecchiaia trascorre ancora
sull’onda di un passato welfare. Si è
garantiti a sufficienza dai tracolli futuri. Ha chiuso gli occhi davanti a chi
non poteva garantirsi, e oggi assiste, protetta, ai primi di quei tracolli. I
vecchi di oggi portano la responsabilità di quello che sarà domani il
fallimento biologico di Homo sapiens.
Anch’io sono tra quelli.]
mercoledì 3 giugno 2015
mercoledì 20 maggio 2015
Tratta XXXIII.6 – Cerchiamo di non essere ipocriti
[Dialogante
2] Se le cose che ci stiamo dicendo diventassero di pubblico dominio, molti ci
accuserebbero di presunzione, di incompetenza, di ideologismo. E noi avremmo
ben poche armi con cui difenderci.
[Dialogante
1] Credo che dovremmo riuscirci anche senza armi.
[Dialogante
2] E qui che si annida l’ideologia: nell’usare il pensiero come arma…
[Dialogante
1] … mentre non dovrebbe uscire dai propri limiti, che sono quelli di non
essere null’altro che pensiero tra altri pensieri…
[Dialogante
2] … in libera concorrenza?
[Dialogante
1] No, tutt’al più sottoposti a selezione darwiniana, indipendente da
qualsiasi ‘volontà’ concorrenziale.
[Dialogante
2] Cerchiamo di non essere ipocriti. Anche se manca la volontà, non manca la
convinzione o per lo meno qualche buona ragione per proseguire sulla strada intrapresa.
[Dialogante
1] Direi che questo rientra ancora nella normalità di chi lavora su ipotesi e
non su certezze. IMC ha lo statuto di ipotesi ma proprio in forza di esso chi l’assume
è in certo qual modo tenuto a considerarla certezza fin quando non ne venga
dimostrata l’inconsistenza.
[Dialogante
2] Nel caso di IMC l’inconsistenza è dimostrata dal suo rapporto anomalo con
la contraddizione, il che ci deve rendere ancora più prudenti nel proporla come
strumento risolutivo delle crisi.
[Dialogante
1] D’accordo, ma con tutte la cautela possibile dobbiamo pur sperimentarne il
funzionamento che oltretutto, come sappiamo, non modifica la culturalità degli
oggetti cui si applica, ma la porta a consapevolezza, nel contempo
relativizzandola.
[Dialogante
2] Semmai è proprio quest’ultimo punto, la ‘relativizzazione’ che incontrerà
le maggiori difficoltà. IMC cominci con il relativizzare se stessa.
[Dialogante
1] Già fatto. Provvedono ora gli altri assoluti a fare lo stesso.
[Dialogante
2] Una trappola?
[Dialogante
1] Veda un po’ il lettore.
martedì 19 maggio 2015
Tratta XXXIII.5 – Eppure i problemi di cui si discute in sede politica sono tutt’altri…
[Dialogante
1] La soluzione darwiniana non riguarderebbe nel nostro caso le persone, ma le
culture, o forse ancora le persone, ma attraverso le culture…
[Dialogante
2] … anzi altro lo stadio culturale tout-court
in opposizione a uno metaculturale. E non siamo assolutamente in grado di
calcolare statisticamente quanto tempo ci vorrà perché la transizione sia
compiuta…
[Dialogante
1] … anche perché non sappiamo:
a.
se sia effettivamente cominciata
b.
se stia procedendo con un incremento annuale significativo
c.
se stia procedendo uniformemente in tutte le culture del pianeta
d.
qual’è la probabilità che vi siano fasi più o meno lunghe di riflusso culturale
e.
qual’è il tempo che ci resta perché la tecnologia raggiunta il suo punto
critico
f.
se il pianeta ci concederà ancora questo tempo.
[Dialogante
2] Se poi consideriamo che non è affatto detto:
g. che lo stato metaculturale sia di nostra soddisfazione
h.
che sia sufficientemente stabile a garantire la nostra sopravvivenza per un
tempo ragionevole
i.
il che vuol dire che il pianeta sia in grado di sostenerlo, ne consegue che il
nostro rapporto con la vita in generale e con la Terra è fortemente instabile…
[Dialogante
1] … e la sopravvivenza di tutto questo complesso assai poco probabile. Eppure
i problemi di cui si discute in sede politica sono tutt’altri. E non solo da
noi, ma in tutto il mondo, anche in quei paesi che, più assai del nostro,
mostrano di essere consapevoli del problema dei problemi.
[Dialogante
2] Il fatto è che la consapevolezza non basta a modificare comportamenti
radicati culturalmente. La consapevolezza deve raggiungere il livello
antropologico della metaculturalità, cosa che è ancora lontana dal fare.
[Dialogante
1] Manca del tutto una volontà formativa in questo senso. Mancano anche gli
strumenti formativi che solo ora si cominciano a studiare.
lunedì 18 maggio 2015
Tratta XXXIII.4 – Spesso una parola tira l’altra…
[Dialogante
2] Dopo tanto parlare siamo rimasti al palo: non sappiamo distinguere un
prodotto inquinante da uno che non lo è.
[Dialogante
1] Ricordiamoci di IMC e proviamo a pensare metaculturalmente.
[Dialogante
2] Tanto per cominciare: non ha senso attribuire a oggetti o pensieri la
qualifica di ‘inquinante’ o ‘neutri’ o ‘corroboranti’, se non si specifica il
termine di riferimento. ‘Noi’ come individui, come società, come specie, come
viventi, come enti. A seconda di dove imponiamo l’arresto,
potremmo avere risposte anche antitetiche.
[Dialogante
1] Ne conseguirebbe che il concetto di ‘inquinamento’ è fortemente
relativizzabile?
[Dialogante
2] Perché ‘fortemente’? È relativizzabile e basta.
[Dialogante
1] Hai ragione. Spesso una parola tira l’altra, come le ciliege.
[Dialogante
2] Anche questo è vero. Ma andiamo avanti!
[Dialogante
1] Se il concetto di inquinamento è relativo come qualsiasi altro, cerchiamo
di definire l’UCL per cui è valido.
[Dialogante
2] Ma prima ancora di definire, se possibile, questo UCL, chiariamoci sul
termine stesso ‘inquinamento’.
[Dialogante
1] Non necessariamente chi è stato inquinato ne soffre. Le anofeli inquinate
godono ottima salute. A star male sono quelli che le anofeli hanno punto. Fino
allo scoppio della guerra i nazisti stavano benissimo. A star male erano quelli
che non si sentivano tali.
[Dialogante
2] Cioè l’inquinamento può manifestarsi anche in seconda battuta e forse anche
a distanza di anni.
[Dialogante
1] E anche allora può darsi che gli infettati siano dannosi per altri, non per
se stessi.
[Dialogante
2] Vuol dire che l’inquinamento viene percepito solo all’interno di un certo
UCL, fuori dal quale neppure si può dire che ci sia.
[Dialogante
1] Stiamo attenti a non cadere nel ‘relativismo assoluto’.
[Dialogante
2] Finché avremmo un punto d’arresto, non corriamo questo pericolo.
[Dialogante
1] E noi, ce l’abbiamo questo punto d’arresto?
[Dialogante
2] Certamente: la sopravvivenza. Se Hitler ce l’avesse assicurata, anzi se l’avesse
assicurata a tutto il genere umano e, oltre, alla vita stessa sul pianeta, non
l’avremmo più visto come un agente inquinante, ma come un salvatore, un novello
Gesù Cristo. Ma non sarebbe stato Hitler.
[Dialogante
1] Ma chi potrebbe oggi assicurare la vita al nostro pianeta con tutti i suoi
abitanti?
[Dialogante
2] Nessuno, o forse tutti insieme, se compissimo la mutazione antropologica da
animale culturale ad animale metaculturale.
[Dialogante
1] Anche se dovesse essere questa la salvezza, una mutazione del genere non si
compie in un giorno e neppure in un anno. Ce ne vorrebbero parecchi di anni, e
poi le mutazioni non si decidono a tavolino e nessuno sa se è proprio la
direzione giusta quella in cui ci stiamo muovendo.
[Dialogante
2] L’ultima volta che una mutazione di portata simile si è verificata è stato
duemila anni fa, o meglio ha avuto inizio allora, ma quasi subito la condizione
culturale ha ripreso il sopravvento impedendole di realizzarsi appieno.
[Dialogante
1] È la tua vecchia idea basata su un’arbitraria interpretazione della figura
di Gesù.
[Dialogante
2] Come se le interpretazioni non fossero tutte arbitrarie!
[Dialogante
1] Così come le mutazioni tutte casuali e adirezionali…
[Dialogante
2] … cioè non inserite in un disegno
intelligente.
[Dialogante
1] Ci stiamo vistosamente contraddicendo: dapprima allineandoci decisamente
con gli oppositori dell’idea di un ‘disegno intelligente’ poi però invocandolo
quando ci fa comodo, come adesso, per riuscire dall’impasse in cui ci siamo cacciati.
[Dialogante
2] A parte che, in quanto metaculturali, la contraddizione non dovrebbe
spaventarci, non mi sembra neppure che ci siamo caduti. La mutazione di cui
sopra potrebbe essere incorso già da molti millenni e Gesù, come altri, niente
più che mutanti occasionali, sempre più favoriti dalle condizioni ambientali…
[Dialogante
1] … e quindi sempre più numerosi.
[Dialogante
2] Un ragionamento che si addice ai cristiani, ma anche ai topi.
domenica 17 maggio 2015
Tratta XXXIII.3 – … illumina forse l’oggetto ma abbaglia l’occhio…
Una fotografia di Mark Mawson
[Dialogante
2] Ma c’è almeno una categoria di prodotti n.i.
[Dialogante
1] E qual’è?
[Dialogante
2] Quella dei prodotti artistici. L’ARTE assolve qualsiasi prodotto dall’essere
inquinante.
[Dialogante
1] Vuoi dire che anche una bomba H, se disegnata Le Corbusier, cessa di essere
inquinante o perlomeno lo è meno di una di fattura antiestetica? Wagner ha
assolto Hitler con l’avergli prestato alcune delle sue idee?
[Dialogante
2] Non dico questo, ma Wagner resta quello che è, anche se Hitler si è servito
di alcune sue idee.
[Dialogante
1] Così dicendo non fai altro che affermare che l’arte e la propaganda sono
due variabili indipendenti e che sono possibili prodotti artistici n.i.
Altrettanto quanto prodotti inquinanti anche se sono artistici.
[Dialogante
2] In generale quindi converrebbe considerare tutta l’arte come ‘sospetta’ – per
dirla con Thomas Mann – , se non altro perché offusca il pensiero con l’estetica.
[Dialogante
1] Qualcuno direbbe al contrario che lo chiarisce illuminandolo con la luce
del ‘bello’.
[Dialogante
2] Altri direbbe che illumina forse l’oggetto ma abbaglia l’occhio e così via.
[Dialogante
1] Vedo che, come il prodotto dell’ingegno, così anche quello d’arte non
garantiscono nulla quanto l’inquinamento.
[Dialogante
2] E neppure il pensiero, dal momento che viene espresso in un qualsiasi
linguaggio.
[Dialogante
1] E il pensiero non espresso, tenuto per se?
[Dialogante
2] Inquina la persona che lo ha…
[Dialogante
1] … e una persona inquinata, non potrebbe essere pericolosa per altri?
[Dialogante
2] Stiamo tornando pericolosamente vicini alla censura preventiva dei regimi dittatoriali.
[Dialogante
1] Più che
sulla censura, preventiva o no, sarebbe meglio lavorare sulla formazione,
affinché ci metta in condizione di percepire l'inquinamento, anche se rivestito
di ingegno o di eccellenza artistica. Potremmo così
tributare il dovuto riconoscimento a quest’eccellenza, pur mantenendoci immuni
dal loro potere inquinante.
lunedì 20 aprile 2015
Tratta XXXIII.2 – A patto che non si concretizzino oggettualmente
(appena dopo la battaglia di Kursk, Luglio 1943)
[Dialogante 2] Che ne dici se ci facessimo venire qualche
idea su una crescita, o produzione n.i. (‘non inquinante’)?
[Dialogante 1] D’accordo. Per cominciare, quali sono i
prodotti n.i.?
[Dialogante 2] Quelli dell’ ‘ingegno’, secondo che recita la
SIAE.
[Dialogante 1] Tutti? Anche la bomba atomica è stata un
prodotto dell’ingegno.
[Dialogante 2] E tale sarebbe rimasta se non l’avessero
fatta cadere in testa ai giapponesi.
[Dialogante 1] In questo senso la bomba H è rimasta entro i
limiti…
[Dialogante 2] … anche se un certo inquinamento l’ha
prodotto lo stesso in fase di sperimentazione e di collaudo.
[Dialogante 1] Diciamo allora che n.i. sono solo i prodotti
del ‘pensiero’, a patto che non si concretizzino oggettualmente.
[Dialogante 2] Sicché il pensiero di un Hitler, se si
diffonde in un’intera nazione, è n.i. finché non incomincia a produrre carri
armati.
[Dialogante 1] Certo che no. Anche il pensiero può essere
massimamente inquinante.
[Dialogante 2] E come si fa a distinguere quello inquinante
da quello che non è?
Per un religioso l’ateismo è inquinante, per un ateo lo è la religione. Per l’Islam il Cristianesimo è inquinante, viceversa per un cristiano.
Per un religioso l’ateismo è inquinante, per un ateo lo è la religione. Per l’Islam il Cristianesimo è inquinante, viceversa per un cristiano.
[Dialogante 1] Si tratta comunque di concetti che nulla
hanno di assoluto…
[Dialogante 2] … vallo a dire a un cattolico, a un
musulmano!
[Dialogante 1] Effettivamente anche il pensiero può essere
un veleno, una droga…
[Dialogante 2] … ma non perseguibile per legge.
[Dialogante 1] Un tempo c’era il reato d’opinione…
[Dialogante 2] … che in democrazia non esiste più, anche se
l’opinione viene espressa.
[Dialogante 1] Ti sembra giusto?
[Dialogante 2] Vuoi la mia opinione qualunque sia?
[Dialogante 1] Certo; non rischi nulla, al più un pugno sul
naso.
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