martedì 10 marzo 2015

Tratta XXXI.4 – …quasi si trattasse di opere d’arte



La cosa che sempre mi meraviglia in Paola e che in qualche modo mi ha contagiato è la tendenza a fare di ogni esperienza personale un arricchimento collettivo. Non so quanto ciò sia voluto o quanto sia conseguenza ‘naturale’ di un carattere come il suo, singolare commistione di due opposti: approfondimento individuale e disponibilità alla condivisione.
Così il solitario percorso in ambito grafico-pittorico si è aperto infine agli altri. Dapprima ai giovanissimi con una quadriennale esperienza nelle scuole primarie di Montopoli (un comune della Bassa Sabina non lontano da Cantalupo), esperienza ampiamente documentata in uno dei libri delle Indagini metaculturali[1] in corso di pubblicazione. Quindi con più cicli annuali di incontri settimanali presso la sede del Centro Metaculturale qui a Cantalupo.

A un paio di questi cicli ho preso parte, non però attivamente ma come osservatore esterno, emozionalmente coinvolto da un processo in costante ascesa, settimana dopo settimana, a partire da un inizio in appariscente e apparentemente banale verso composizioni concettualmente complesse anche se tecnicamente alla portata di chiunque.
Per chiarire questa apparente contraddizione proverò a descrivere uno di questi incontri. Variamente distribuite nell’ambiente, i partecipanti hanno a disposizione fogli e strumenti vari per disegnare (matite, penne, gessetti, cere…). Paola consegna un progetto, evidente elemento di una catena progettuale in corso di sviluppo dalle settimane precedenti. Questi progetti o catene progettuali non definiscono alcuno specifico oggetto – neppure astratto – da riprodurre, ma solo un insieme alquanto aperto di ‘regole’ o ‘comportamenti’ da seguire. Esempi:
  •         gruppi di elementi semplici o complessi da distribuire irregolarmente sul campo (il foglio) così da lasciare da qualche parte uno spazio vuoto
  •         alternare addensamenti e rarefazioni di elementi semplici
  •          ricoprire tutto il campo con elementi curvilinei di diversa grandezza e colore
  •               …



La parte più interessante degli incontri è costituita, oltreché dalla fase esecutiva del progetto, dalla consecutiva fase analitica: i disegni vengono fissati alla superficie libera dell’ambiente, analizzati e discussi collettivamente da tutti partecipanti. Questa fase dura spesso anche più di un’ora, durante la quale ciascuno ha modo di penetrare il pensiero compositivo di ogni altro attraverso il riflesso nel pensiero di tutto il gruppo. È come se per un certo tempo ognuno avesse a disposizione un supercervello plurimo. Condizione indispensabile perché ciò avvenga – e tale condizione dopo poco diventa abituale per tutti – è la totale messa da parte di ogni competitività, di ogni voglia di eccellere, questa resta intatta tuttavia nei confronti del proprio percorso formativo, all’interno del quale ogni tappa viene percepita come il superamento della precedente. Gli ultimi incontri, particolarmente interessanti, hanno avuto come argomento la costruzione di serie di disegni. Queste serie – si è visto nel corso delle settimane – possono essere
  • trasformazionali (continue oppure discontinue)
  • non trasformazionali (episodiche).

In quest’ultimo caso l’appellativo di ‘serie’ risulta particolarmente problematico e controverso, spesso giustificato solamente da fattori esterni, per esempio cronologici (disegni composti tutti in uno stesso anno o mese o giorno).
Non ricordo se ho già parlato, qui o nei Postini, di come Paola abbia dato realtà a un immagine di ‘operatore culturale di base’ – oggi ‘operatore metaculturale’[2] – ipotizzata negli anni Settanta-Ottanta, immagine secondo cui l’operatore, non avendo nulla da ‘insegnare’, si sedeva in disparte mentre tutto il lavoro, compositivo o analitico, veniva eseguito dal gruppo dei partecipanti. Ebbene, è proprio questo cui ho assistito nell’incontri settimanali con il gruppo; era sufficiente la sua presenza, diciamo così, ‘simbolica’, perché il meccanismo si mettesse in azione, producendo risultati di tutto rispetto.
Un ultimo momento che mi sembra utile ricordare la cura e l’entusiasmo con cui negli ultimi incontri dell’anno l’ingente quantità di disegni prodotti sono stati raccolti, catalogati e riassegnati ai vari autori che gli hanno amorevolmente custoditi in apposite cartelle quasi si trattasse di opere d’arte.
Ovviamente non lo sono… Ma ne siamo sicuri? Dove passa il confine che racchiude l’arte? L’arte è ‘racchiuso’?



[1]        Vedi [10d] Esperienze grafico-pittoriche, nel Volume III – L’Ipotesi metaculturale delle Indagini metaculturali.
[2]             Vedi [21] L’operatore metaculturale nel Volume VI – Testi integrativi delle Indagini metaculturali.

lunedì 9 marzo 2015

Tratta XXXI.3 – … a un singolo mestiere o a un’unica professionalità…



Normalmente siamo usi associare ogni persona adulta a un singolo mestiere o a un’unica professionalità. Oggi a dire il vero la situazione che stiamo vivendo obbliga l’individuo a rendersi disponibile a varie attività per le quali gli tocca, spesso in breve tempo, farsi un’adeguata competenza. Gli vengono incontro in questo le discipline trasversali o ‘transdiscipline’ – prima fra tutte la logica – , che tuttavia non occupano un posto stabile tra le ‘materie’ scolastiche. Anche IMC è tra queste ancorché in attesa di un riconoscimento ‘ufficiale’.
Già negli anni Settanta Paola ci ha dato una prova della transdisciplinarietà di IMC, in particolare nella sua versione di pratica culturale di base. Tale pratica sviluppata dal Centro Metaculturale (allora Centro Musica in Sabina) inizialmente nel solo settore musicale, aveva prodotto sperimentalmente un insieme di ‘criteri logici (o gestaltici) elementari’ che stavano dando buoni frutti nel campo della composizione sonora. Questi stessi criteri sono stati trasferiti da Paola nella composizione grafico-pittorica con risultati ancora più probanti e soprattutto di immediata evidenza sensoriale. La natura eminentemente geometrica dei criteri elementari, anche se nati in relazione al parametro ‘tempo’, si adattava assai bene alla pratica del disegno, che non fa uso del suddetto parametro. Hanno così visto la luce in rapida successione centinaia – forse migliaia – di composizioni grafiche sia astratte o materiche, sia figurale o rappresentative. Queste ultime non seguivano tuttavia i consueti codici della figuratività o della verosimiglianza, ma si riferivano a stereotipi di invenzione, per lo più di facile eseguibilità ma fortemente caratterizzati. Questa abbondante produttività sia prolungata per parecchi anni e tuttora si manifesta a tratti con immutata fantasia. Ad essa si devono anche alcune composizioni di più ampie dimensioni, tra le quali spiccano alcune di manifesto contenuto simbolico. Ovvero questo ‘ manifesto contenuto’ acquista solo secondariamente valenza di simbolo, quando sono stati percepiti analiticamente i rapporti costruttivi delle complesse ma chiarissime composizioni.
Solo a questo punto, cioè dopo un’intensa sperimentazione in proprio, la nuova attività della violoncellista Paola Bučan ha raggiunto quella maturità che le ha permesso di riversarsi all’esterno, sulla formazione di operatori metaculturali in campo grafico-pittorico.

sabato 7 marzo 2015

Tratta XXXI.2 – L’analisi di un qualsiasi oggetto risponde sempre a un particolare progetto d’uso



Per molto tempo oltre il mio periodo formativo ho tenuto in non cala l’aspetto esecutivo della musica sottovalutando anche i problemi filologici e interpretativi. Eppure mi capitava anche di suonare in pubblico per il decentramento che negli anni Settanta e Ottanta era di moda. Suonavo anche passabilmente bene quando non c’erano da superare eccessivi scogli tecnici, ma la musica era per me quasi esclusivamente un fatto compositivo.
Poi entrò nella mia vita Paola col suo violoncello. Era all’epoca molto giovane e la grande espressività del suo modo di suonare era certo dovuto alla sua naturale musicalità. Ma che vuol dire ‘musicalità’. Là per là non ho indagato, poi, col passare degli anni, al termine generico e poco significativo di ‘musicalità’ ho sostituito quello di ‘intelligenza musicale’, che ha il vantaggio di raccordare la musica al più vasto campo dell’intelligenza umana. Certo in questo caso il suo sviluppo specifico si deve in buona parte all’eccellente scuola di cui Paola ha potuto beneficiare in patria (l’ex Jugoslavia), a cominciare dall’insegnamento paterno. Ma lo straordinario approfondimento della comprensione musicale e soprattutto del rapporto tra comprensione e resa comunicativa è stata una conquista degli anni successivi, fondata su un originale modo di analizzare il testo musicale: l’analisi in funzione esecutiva.
L’analisi di un qualsiasi oggetto risponde sempre a un particolare progetto d’uso. Non ha senso sostenere l’oggettività di un’analisi, neppure quando si propone di scoprire come il suo oggetto è fatto. E di questo Paola si deve essere convinta attraverso l’attività ‘di base’ lungamente esercitata nel Centro Metaculturale, e così ha sviluppato il suo ‘stile analitico’ che studia da vicino l’interazione tra analisi strutturale della composizione, analisi stilistica basata sulla conoscenza storica del linguaggio musicale e analisi fisico-comportamentale dei movimenti corporei necessari a tradurre in suoni i risultati di questa analisi. L’interpretazione musicale e la relativa tecnica ricevono in tal modo un decisivo apporto razionale che nulla toglie alla spontaneità esecutiva, anzi le aggiunge la consapevolezza del proprio agire. Questo ampliamento della didattica – non riservata ai soli ‘talenti’, che fino a un certo punto suppliscono con loro intuito – si riflette ovviamente sullo stile interpretativo della stessa Paola, di cui rimpiango solo il giovanile slancio esibizionistico, al quale è oggi subentrato lo slancio generoso di chi vede realizzato in altri la sua propria volontà di ‘far capire’.

lunedì 16 febbraio 2015

[BP × PB per il suo 64.esimo] - Tratta XXXI.1 – Autonomia?

simbiosi

Perché questo attestato di gratitudine da parte di uno che ha la gratitudine[1] in scarsa considerazione?
Perché qui si tratta di gratitudine ‘ontologica’, non solo e non tanto per ciò che la persona fa per un’altra – in questo caso per me – , ma per quello che è, anzi per la semplice circostanza di esserci. Di persone che ci sono è pieno, sovraccarico il mondo, ma di persone che ci sono come ci sei tu credo fermamente che non ci sei che tu.
Quando ero piccolo mi domandavo spesso se gli altri si sentivano io come mi ci sentivo io. E sono venuto a conclusione che no, a sentirmi io come mi ci sentivo io c’ero solo io. Oggi ne sono ancora convinto, ma la cosa mi sembra di poco conto: probabilmente tutti si sentono io come mi ci sento io. E se anche fossi il solo a sentirmicisi, e conterebbe?
Ora però, da circa quarant’anni, anche un tu si è differenziato da tutti gli altri ‘tu’ che compongono la mia vita di relazione. Ma, a differenza della singolarità del mio io, che con il tempo si assottiglia, la singolarità del tuo tu cresce ai miei occhi – e non solo a questi – fino a cancellare tutto il resto. È come se non solo la mia vita materiale, ma anche il mio pensiero, il mio modo di essere dipendessero da questo tu, o anche coincidessero con esso. Certo, siamo due persone e per ciò stesso diverse. Ma la stessa parola ‘diverso’ ha radicalmente mutato dissenso da quando ti conosco. Laddove per il comune sentire la diversità implica un quanto di estraneità, nel caso tuo – e fin dal primo momento – la tua diversità ha fatto parte del mio essere io. Non credo che la cosa sia reciproca perché mi sembra di avvertire in te una maggiore autonomia di quella che provo io nei tuoi confronti. Anzi, posso dire di non provarla affatto, quest’autonomia, e di non desiderarla neppure. La cosa strana è che non per questo credo di essere meno ‘libero’. Non so bene cosa la parola significhi; qualsiasi cosa sia, sei tu che me la spieghi.



[1]        Vedi Gratitudine, in [17] Metaparole – Glossario metaculturale, nel Volume V – Applicazioni comunicative delle Indagini metaculturali.

venerdì 6 febbraio 2015

Tratta XXX.6 – Meccanismo unificante



[Dialogante 2]  Vedo che ogni volta che sorge una dualità, per noi è un problema.
[Dialogante 1]  Così come ogni volta che pensiamo di averla superata, la conquistata singolarità si biforca.
[Dialogante 2]  La ben nota triade dialettica?
[Dialogante 1]  Lo schema è forse lo stesso, ma gli ingredienti non lo sono e soprattutto non lo è il meccanismo unificante: IMC non è una ‘sintesi’ perché crea un proprio piano di riferimento.
[Dialogante 2]  Non siamo abbastanza esperti da escludere un’omologia o una convergenza.
[Dialogante 1]  In ogni caso IMC non ‘unifica’ ne ‘supera’ gli elementi della dualità; li lascia convivere nella loro diversità culturale, ma su un piano ‘metaculturale’ che ne impedisce lo scontro.
[Dialogante 2]  Il fine dell’operazione è quindi il mantenimento della pace pur preservando le differenze.
[Dialogante 1]  Questo dal punto di vista ‘politico’. Ma lo stesso vale per l’aspetto cognitivo: la terra gira intorno al sole da un punto di vista eliocentrico, non avrebbe senso affermarlo da un punto di vista geocentrico.
[Dialogante 2]  Non è che gli antichi avessero torto, ne che i copernicani avrebbero ragione. La ragione è di chiunque sappia pensare e dichiari presupposti del suo pensiero.
[Dialogante 1]  Quante morti premature gli uomini avrebbero risparmiato semplicemente adottando questo tipo di relativismo!
[Dialogante 2]  Che toglie assolutezza a chi pretende di averla in assoluto (in UMC)…
[Dialogante 1]  … e la concede a chi accetta di circoscriverla localmente (entro UCL dichiarati).
[Dialogante 2]  Purtroppo solo pochi accettano che la verità abbia un luogo…
[Dialogante 1]  … e preferiscono diluirla in UMC senza avvedersi che una verità diluita all’infinito non è più rintracciabile…
[Dialogante 2]  … perché la verità stessa è un luogo.

giovedì 5 febbraio 2015

Tratta XXX.5 – La fede spiega tutto



[Dialogante 1]  Credo che nei ragionamenti appena fatti, abbiamo trascurato una cosa importante.
[Dialogante 2]  Quale?
[Dialogante 1]  Che introducendo come elemento unificante il concetto di ‘movimento’ abbiamo anche introdotto il fattore tempo, di cui tuttavia non abbiamo parlato.
[Dialogante 2]  Pensi che questo fattore potrebbe risollevare le sorti del ‘disegno intelligente’?
[Dialogante 1]  Vediamo. La parola ‘disegno’, come anche nell’uso comune, non significa solo uno stato di cose (per esempio un insieme di tratti su un foglio) ma anche un progetto da realizzarsi nel tempo.
[Dialogante 2]  E così anche il ‘disegno intelligente’ andrebbe inteso in senso potenziale…
[Dialogante 1]  … magari neppure percepibile allo stato attuale, ma evidente solo in un futuro ancora lontanissimo.
[Dialogante 2]  Una tale interpretazione presuppone un atteggiamento mentale che non abbiamo voluto prendere in considerazione: la fede spiega tutto pur non spiegando nulla.
[Dialogante 1]  Con la fede non si discute. Ma, dal momento che il ‘disegno intelligente’ si offre alla mente almeno come ‘ipotesi’ da considerare razionalmente, siamo autorizzati a escludere la fede come elemento probatorio.
[Dialogante 2]  Ed eccoci ancora alle prese con una dualità: ‘fede e ragione’, fides et ratio, come dice il Vaticano…
[Dialogante 1]  … che comunque avverte il pericolo e crede di superarlo rafforzando al massimo la congiunzione – un trucco linguistico rivestito proditoriamente di ontologia.
[Dialogante 2]  Forse non lo crede neppure, perché basta che altri – possibilmente molti altri – lo credano.
[Dialogante 1]  Per noi il problema è ora: come superare anche questa dualità?
[Dialogante 2]  Ma perché superarla? Non potremmo conviverci?
[Dialogante 1]  Forse, ma a certe condizioni.

mercoledì 4 febbraio 2015

Tratta XXX.4 – Mobilità del vivente



[Dialogante 2]  Il tuo ragionamento va probabilmente molto oltre ciò che i suoi fautori intendono per ‘disegno intelligente’. Mantiene tuttavia una dualità difficilmente accettabile: quella tra ‘materia’ e ‘intelligenza’, molto simile a quella ben nota tra ‘materia’ e ‘spirito’.
[Dialogante 1]  Una qualche dualità bisognerà pure ammetterla per non restare paralizzati nell’Uno-Tutto.
[Dialogante 2]  Basterebbe tuttavia attribuire alla materia la qualità del ‘movimento’ che il dualismo sarebbe superato.
[Dialogante 1]  La materia stessa potrebbe essere definita come ciò che si muove, e ingloberebbe anche l’altro termine ‘spirito’ o ‘intelligenza’ che sia.
La prima manifestazione dell’intelligenza potrebbe essere infatti il movimento di un’ameba nell’atto di fagocitare un pezzetto di materia.
[Dialogante 2]  Resterebbe però sempre l’opposizione tra la mobilità del vivente – qui l’ameba – , e l’inerzia della materia fagocitata.
[Dialogante 1]  Ma quale inerzia? Le particelle che compongono la materia sono in continuo, forsennato movimento. Non solo, ma in perenne trasformazione l’una nell’altra. Anche da ‘materia’ a ‘energia’.
[Dialogante 2]  E l’energia non sapremmo da che parte classificarla: da quella della ‘materia’ o da quella immateriale dello ‘spirito’.
[Dialogante 1]  Comunque dalla parte del movimento.
[Dialogante 2]  Ed eccoci di nuovo a ‘ciò che si muove’, alla ‘materia’. Pensi di aver dimostrato nel concetto eracliteo di movimento l’identità di ‘materia’ e ‘intelligenza’?
[Dialogante 1]  Come già detto l’altra volta, non so bene che cosa significa ‘dimostrare’. Mi basta ‘mostrare’. Il ricevente deciderà poi se del ‘mostrare’ farà un ‘dimostrare’.
 [Dialogante 2]  In filosofia non riusciamo ad andare oltre Parmenide ed Eraclito.
[Dialogante 1]  Una delle due: o siamo troppo limitati noi, o quei due hanno conosciuto il limite della conoscenza.
[Dialogante 2]  Preferisco la seconda che hai detto, perché quei limiti sono anche quelli di IMC.

lunedì 26 gennaio 2015

Tratta XXX.3 – Parmenidea, immutabile alterità



[Dialogante 2]  Stiamo girando intorno all’argomento annunciato come vespa intorno a un pezzo di carne. È ora che lo affrontiamo – l’argomento, non il pezzo di carne – , anche se, come sempre, non ne abbiamo la necessaria competenza pur ritrovandoci nel cranio un cervello di medie dimensioni e prestazioni
[Dialogante 1]  Cominciamo con l’identificare l’argomento tramite il termine generalmente creato per esso: il Disegno intelligente. Questo termine sta un po’ alla volta sostituendo, presso gli avversari dell’evoluzionismo, l’altro, ormai fuori moda: ‘creazionismo’ (quello del vecchio barbuto per intenderci).
[Dialogante 2]  Nella nuova dizione manca qualsiasi riferimento diretto ad un ‘creatore’. Si parla impersonalmente di un ‘disegno’ senza mai nominare un ‘disegnatore’.
[Dialogante 1]  E fin qui possiamo anche dirci d’accordo. Quello che infastidiva in precedenza era l’umanizzazione dell’atto creativo che ci riportava indietro ai tempi di Senofane di Colofone (V secolo A.C.) che criticava i suoi contemporanei per aver pensato gli dei in sembianze umane, da cui conseguirebbe che i cavalli li pensano in sembianze equine.
[Dialogante 2]  Un vistoso resto di umanizzazione si trova comunque nell’aggettivo ‘intelligente’. Perché il ‘disegno’ dell’universo dovrebbe essere ‘intelligente’?
[Dialogante 1]  Perché noi lo possiamo capire.
[Dialogante 2]  E perché lo dovremmo capire? In sottofondo resta inespressa l’ipotesi che qualcuno avrebbe fatto il mondo così com’è per farcelo capire.
[Dialogante 1]  Ma noi non lo capiamo affatto, o meglio cerchiamo solo di capire l’immagine che volta per volta ce ne facciamo.
[Dialogante 2]  Oppure, se mai lo capiamo, è perché siamo fatti come lui, siamo dalla stessa parte.
[Dialogante 1]  Ritengo però poco probabile che la nostra comprensione aggiunga noi e lui, a meno che l’essere non si identifichi con il conoscere.
[Dialogante 2]  Anche questa è una vecchia ipotesi, avanzata più di quarant’anni fa in Musica-società[1], ma poi non più inseguita.
[Dialogante 1]  ‘Intelligente’ potrebbe voler dire semplicemente che vi riconosciamo una qualità che lo accomuna a noi, così come ci accomuna la materia di cui siamo fatti.
[Dialogante 2]  Tu parli dell’universo, mentre il tema è il ‘disegno’. E un ‘disegno intelligente’ dev’esserlo stato fin dall’inizio; i disegni o lo sono o non lo sono. Non ‘evolvono’ verso l’intelligenza.
[Dialogante 1]  Vuoi dire che l’ipotesi è statica come quando si credeva che le specie animali fossero state create come le vediamo oggi, immutabili nel tempo, e che quelle che non si trovano più – di gran lunga la maggioranza – , fossero semplicemente estinte senza lasciar una discendenza.
[Dialogante 2]  Quindi l’intelligenza sarebbe un a priori dell’essere, distribuito a caso tra le sue varie forme. Mi sembra impossibile che degli esseri che, a detta loro, l’avrebbero ricevuta in dote – parlo dell’intelligenza – , non sappiano vederne anzitutto la modalità e la condannino all’immutabilità di un a priori.
[Dialogante 1]  Ma hai mai pensato che una certa dose di immobilismo ce l’hai anche tu?
[Dialogante 2]  E in che cosa ce l’avrei?
[Dialogante 1]  Nel fatto che non riesci a leggere dietro la formula del disegno intelligente altro da ciò che le parole strettamente significano. Una lettura metaforicamente più disponibile avvicinerebbe forse quella forma a un modo di pensare affine al nostro.
[Dialogante 2]  Spiegati meglio.
[Dialogante 1]  Supponiamo che, come esistono molteplici forme animali diverse fra di loro – e su questo punto non possiamo che convenire – , esistano forme di intelligenza anch’esse intelligenti, senza che tra loro ci sia un legame genetico (e fin qui potrebbe esserci l’accordo). L’espressione ‘disegno intelligente’ potrebbe quindi definirsi cumulativamente a vari tipi di intelligenza. Non si vorrebbe in sostanza dire altro che l’essere, parallelamente alle sue manifestazioni, diciamo così, ‘materiali’, altre ne esibisce che potremmo attribuire a una polimorfa qualità che chiameremmo ‘intelligenza’. E la parola ‘disegno’ potrebbe indicare l’universo nella sua parmenidea, immutabile alterità.


[1]             Vedi n. 266, pag. 131 sg. (in tedesco), in [1] Musica-società nel Volume I – Prodromi delle Indagini metaculturali.