domenica 31 luglio 2011

Una cinquina teologale (e v)

[154]
Talora penso che ogni cosa sia anzitutto, forse esclusivamente un segno. Se la realtà di Dio fosse semiotica, questo basterebbe ad affermare che tutto lo è. Un uccello che vola sarebbe segno di un “uccello che vola” che, a sua volta sarebbe segno di un ““uccello che vola””, e così via, all’infinito, a meno che non intervenga l’arresto e con lui il ‘collasso’ da segno a realtà. Sarebbe così un più o meno arbitrario ‘arresto’ l’artefice del mondo, quello che altri chiamano “Dio”. È chiaro che si tratta di una fantasia semiotica senza fondamento. Mi domando però qual è il fondamento dell’ipotesi che dal segno ‘uccello che vola’ ci permette di raggiungere la realtà di un uccello che vola. Ricordo che questa domanda mi ossessionava fin da giovane, ma che non ho mai osato darle importanza per non cadere nel ridicolo. Oggi però, che questa paura mi ha abbandonato, l’affido a questi ‘postini’ che raccolgono le insensatezze che un anziano si può permettere per il solo fatto di esserlo. Dal resto non sono neppure sicuro che non appartengano alla medesima categoria anche i famosi teoremi di Gödel, solo che lui, quando li ha formulati, era ancora quasi un ragazzo e io continuo a dubitare a ottanta tre.

[Fine della cinquina teologale]

sabato 30 luglio 2011

Una cinquina teologale (iii)

[153]
Dio, un problema semantico? Tradizionalmente il problema ontologico per eccellenza: dove cercare un fondamento per l'essere se non nell'idea di Dio? Per secoli, millenni è stato così, poi, con Cartesio, il principio fondante si è trasferito sull’io, presto però sostituito dal anonimato del ‘fenomeno’, poi dell’Io idealistico. Affezionate a un Dio-persona sono rimaste le religioni, anche se non tutte. Sembrerebbe un anacronismo nell’ora tecnologica dove perfino le immagini, le voci, i pensieri vagano nello spazio senza legarsi a nessun corpo, eppure è un fatto che gli uomini non riescono a staccarsi da uno ‘stile di pensiero’ che gli ha accompagnati per tanti anni anche senza riscontro alcuno nella realtà. So benissimo che su questo punto non concorderanno i fedeli di qualsiasi religione, per i quali il mondo stesso testimonia della presenza di Dio, è cioè segno prima ancora che sostanza e come tale fa di Dio un problema semiotico, risolvibile attraverso la sola interpretazione. Sia che questa sia pubblica garantita da un’istituzione come la Chiesa –presso i cattolici– sia ‘privata’ garantita dalla coscienza del singolo –presso i protestanti–, è sempre l’interpretazione, non la lettera, ad avere l’ultima parola.

venerdì 29 luglio 2011

Una cinquina teologale (iii)

Cristo tenuto da uomini seminudi (1940-1941) – Marsden Hartley, 1877 - 1943
[152]
Alcuni anni fa ho costruito, a mio uso e consumo, un'interpretazione 'aberrante' della figura di Cristo, interpretazione cui non attribuisco alcun valore di verità, che tuttavia ritengo 'possibile' al pari di altre, più accreditate. L’ho esposta più volte, non ricordo dove; eccone comunque una versione sintetica.

Il Dio della Bibbia, Jehova, aveva ormai passato il segno: crudele, giustiziere, vendicativo, corruttibile, la gente ne aveva abbastanza. Ma non sapeva come liberarsene. Per salvare il suo popolo e tutta l’umanità un giovane palestinese ebbe un’idea: se avesse potuto dimostrare di essere figlio ed erede di Jehova e gli stessi uomini avessero eliminato, sarebbero divenuti liberi e autonomi. Organizzò quindi il proprio sacrificio e vi si sottopose di propria volontà. Solo che gli uomini non capirono e resero vano il suo gesto facendo di lui il nuovo Dio. Gesù, intelligentemente aveva visto un problema semantico là dove i suoi contemporanei vedevano un problema ontologico, anzi teologico. E così la pesante eredità biblica, anziché essere eliminata, ricadde tutta intera sulle vittime.

giovedì 28 luglio 2011

Una cinquina teologale (ii)

[151]
Tra le religioni 'pericolose' ho nominato per prima quelle monoteiste, e non solo per i danni prodotti al genere umano nel corso della storia, ma anche per il modello di società che hanno proposto. Ricordo che molti anni fa ne parlai con un sacerdote niente affatto sprovveduto, anzi abile predicatore, capace sicuramente di convincere molte persone delle sue ragioni. Si dimostrava –e forse era– un sincero democratico, attento al prossimo, fortemente critico del consumismo e delle diseguaglianze economiche. Per un certo tempo la nostra conversazione fluiva in buon accordo, fin quando ebbi la sciagurata idea di equiparare l’assolutismo religioso a quello politico. Non era ancora metaculturalmente maturo da evitare un terreno che si sarebbe rivelato sdrucciolevole per entrambi. Lui infatti, dopo qualche tentativo di contestare la mia posizione, si irrigidì nel suo dogmatismo, mentre io dal conto mio continuavo a pretendere dall’interlocutore che adottasse lo stile di pensiero più consono alla nostra discussione: quello logico-razionale. Oggi, probabilmente, cercherei di adeguarmi al destino dell’altro, dogmatico-fideistico, ricercando quanti più punti di convergenza possibili, nella convinzione che un affrettata chiusura del dialogo danneggerebbe ambedue impedendo a lui di capire me e viceversa.

Ma allora, è facile obiettare, la pericolosità dell’assolutismo religioso non può che crescere a contatto con un assolutismo ‘laico’ altrettanto determinato. È anche evidente che uno stile di pensiero dogmatico-fideistico ha una maggiore difficoltà al dialogo con il diverso di uno stile relativistico-metaculturale. Ne consegue che se si vuole attenuare la pericolosità di quello, conviene sfruttare l’elasticità di questo. Si osserva invece spesso che il relativismo tende, in presenza di un forte dogmatismo, a farsi dogmatico lui stesso, come nella nota e autocontraddittoria affermazione “tutto è relativo”. L’ammorbidimento prodotto dalla variante metaculturale, che non rifiuta il dogmatismo ma lo lega a un luogo culturale (un UCL) riconosciuto e dichiarato, potrebbe forse diminuire la probabilità di una collisione tra opposti stili di pensiero.

Chi aderisce a IMC non dovrebbe dimenticare che questa ipotesi non è nata per entrare in concorrenza con altre più solidamente ancorate nella storia, ma per accrescere le loro probabilità di sopravvivenza sottraendole al pericolo del reciproco annientamento. Chi crede in Dio, in un qualunque Dio, non dovrebbe temere di essere sopraffatto da chi non ci crede, così come chi non crede deve essere libero, ovunque, di non credere.

mercoledì 27 luglio 2011

Una cinquina teologale (i)


Vishnù allungato sul serpente Ananta - Museo Nazionale di Cambogia
[150]
Reputo oggi pericolose, addirittura letali tutte le religioni, ma soprattutto quelle monoteiste, cosiddette 'rivelate': ebraismo, cristianesimo, islam. Che la loro pericolosità confini con la morte è ampiamente documentato dalla storia. Nessuna epidemia ha mai causato tante vittime quanto la guerra dei cent’anni o le conversioni forzate in Africa, America, Asia. Ma anche quante epidemie sono nate al seguito di guerre di religione in ogni parte del mondo! Le più efferate atrocità sono state commesse proprio in nome di una qualche religione, e questo non solo in tempi lontani, di presunta ferocia primitiva, ma ancora oggi, tra popoli di antica civiltà.

Come è possibile questo? Pressoché tutte le religioni, specialmente quelle che si ritengono superiori, non fanno che predicare l’amore, la fratellanza universale, ciascuna pensando di essere depositaria dell’unica interpretazione corretta di questa ideologia. Perché di ideologia si tratta nella maggioranza dei casi, e non dei comportamenti che esse ne sembrerebbero sottintendere. E quelle non sono altro che indicatori di potere, un potere che si autogiustifica dall’alto, ma che poi viene esercitato nella palude del quotidiano.

domenica 24 luglio 2011

Terzo –e ultimo– 'commento d'autore'

[149]
Come 'autore', ma senza pretesa di autorità in proposito, ripeto qui un mio dubbio che mi accompagna da molti anni, ma che un logico riterrebbe logicamente insensato: la riduzione alla monoplanarità che, grazie alla gödelizzazione, unifica struttura e semantica di un enunciato logico non ne cancella l'effettiva biplanarità, ma la nasconde dietro un'unica struttura grafica che attraverso l'interpretazione viene restituita alla duplicità originaria. A evidenziare tale duplicità – riconducibile alla saussuriana duplicità di ‘struttura’ (significato) sul segno, ho scelto di servirmi della proposizione “Io sono vera” anziché, come solitamente “Io sono falsa”. Data la simmetria concettuale di vero/falso (‘vero’ = ‘non falso’ e viceversa), ciò ha comportato solo un piccolo allungamento dell’espressione comprovante l’indecidibilità di “Io sono falsa”, e anche “Io sono vera” precipita nell’indecidibilità.

E siamo alla disperazione di Faust, cui è preclusa la conoscenza, non recuperabile neppure attraverso l’introspezione.

sabato 23 luglio 2011

Secondo commento alla sestina risolutiva dell'autoreferenza

[148]
Questo postino non fa altro che riproporre sotto mentite spoglie IMC, e queste mentite spoglie sono niente meno che i primi versi del Faust di Goethe –dopo i vari prologhi– e un famoso detto di Socrate. La lunga parafrasi che scomoda due ‘grandi nomi’ della cultura universale e un non meno famoso teorema –a dire il vero i teoremi e i parafrasati sono due– della logica formale. Le definizioni originali di IMC risultano peraltro molto più rigorose –e anche comprensibili– di questa tardiva e arzigogolata riproposizione. Allora perché?

È probabilmente in gioco il gusto della variatio, del bis in idem, ma è anche vero che, se già la pura e semplice ripetizione del già detto non ne costituisce un perfetto equivalente (per il diverso contesto) così una ripresa variata può aggiungervi –o togliere– tratti anche essenziali. Nel nostro caso il richiamo a Goethe e Socrate porta su questi ultimi l’interesse del lettore, agendo come un rinforzo di autorità, anche se questo rinforzo devia in realtà l’attenzione facendo passare più facilmente un concetto scomodo che probabilmente i due autori chiamati in causa non avrebbero condiviso.

venerdì 22 luglio 2011

Primo commento alla sestina risolutiva dell'autoreferenza

[147]
Un 'commento d'autore' rischia di essere di nessuno o assai scarso interesse in quanto si presume, specie quando il commentato è ancora fresco, che tra i due ci sia buona concordanza. Questo tuttavia può non essere vero, se per esempio l’autore è solito navigare in UMC senza legarsi stabilmente a un qualsiasi UCL. Non so se ciò corrisponda all’inesausta ricerca faustiana o all’ancoraggio interno indicato da Socrate, o ancora a un perenne oscillare tra i due.

Per Il piccolo commento di cui qui è questione non è necessario ricorrere a una tale alternativa. È sufficiente osservare come diversi ‘stili di pensiero’ producano effettivamente itinerari esperienziali diversi. La tragicità dell’itinerario faustiano porta all’autoannientamento da cui può salvarlo solo l’intervento ‘dall’alto’. La via socratica rifiuta questo intervento e resta nell’ambito della morale senza avventurarsi in ipotesi di salvezza. O forse possiamo dire che il pensiero di Goethe ricerca e sperimenta oltre i limiti dell’io, mentre Socrate ripone la sua fiducia proprio entro quei limiti.

giovedì 21 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (vi)


un orso si rinfresca nel Bioparco di Roma ieri 20 Luglio 2011
Giorgio Cosulich/Getty Images
[146]
Ho chiamato questi ultimi postini la 'sestina risolutiva'. L'aggettivo 'risolutiva' assume tuttavia in questo caso un significato alquanto diverso del consueto, in quanto la soluzione consiste nel rinvio sine die della soluzione stessa. In altre parole non vengono individuati il tempo o il luogo in cui essa si dà, ma è come se restasse fluttuante nell’indecidibilità, pur essendo decidibile ovunque e in ogni momento. Il ‘collasso’ dal virtualmente possibile al realmente avvenuto è una funzione dell’UCL – dell’Universo Culturale Locale e della sua variabilità. Come si vede, siamo nel dominio dell’Ipotesi Metaculturale (IMC). Secondo questa ipotesi ogni problema ammette almeno una soluzione entro un UCL che si tratta di individuare o di costruire, cosa che è sempre possibile anche se non facile da realizzare. Sono ormai molti anni che IMC esiste e dà buoni risultati. Risultati, ovviamente, non legati necessariamente a una cultura precostituita, tali però da generare essi stessi, all’occasione, una nuova cultura.

[Fine della sestina risolutiva dell’autoreferenza]

mercoledì 20 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (vi)


[145] ‘Non c'è due senza tre’, e, se sono indecidibili sia la falsità di una proposizione sia la sua verità, allora sono indecidibili tutte le proposizioni e ha ragione Faust quando dice di non poter sapere nulla, e cade nel vuoto la raccomandazione di Socrate, che oltrettutto, essendo autoreferenziale, esibisce da sola la sua insensatezza.

Insomma, all’uomo non sarebbe concessa alcuna conoscenza dimostrabile. Per Goethe tuttavia la conoscenza e possibile per immagine: ciò che accessibile alla nostra conoscenza non sarebbero le cose, ma il loro simulacro, il riflesso inconsistente dell’inconoscibile.

A questo riflesso, affine al ‘fenomeno’ kantiano, possiamo modernamente attribuire una ‘realtà culturale’, di cui saremmo noi stessi gli artefici, se non come singoli individui, come collettività. Una collettività non universale ma locale, osservabile nello spazio e nel tempo. Di qui la non omogeneità della conoscenza, fonte di discordie e di prevaricazione, giacché ogni ‘realtà culturale’ pretende all’universalità, anche e soprattutto quando ritiene di averne l’immagine esclusiva.

martedì 19 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (v)


[145] 'Non c'è due senza tre', e, se sono indecidibili sia la falsità di una proposizione sia la sua verità, allora sono indecidibili tutte le proposizioni e ha ragione Faust quando dice di non poter sapere nulla, e cade nel vuoto la raccomandazione di Socrate, che oltrettutto, essendo autoreferenziale, esibisce da sola la sua insensatezza.

Insomma, all’uomo non sarebbe concessa alcuna conoscenza dimostrabile. Per Goethe tuttavia la conoscenza e possibile per immagine: ciò che accessibile alla nostra conoscenza non sarebbero le cose, ma il loro simulacro, il riflesso inconsistente dell’inconoscibile.

A questo riflesso, affine al ‘fenomeno’ kantiano, possiamo modernamente attribuire una ‘realtà culturale’, di cui saremmo noi stessi gli artefici, se non come singoli individui, come collettività. Una collettività non universale ma locale, osservabile nello spazio e nel tempo. Di qui la non omogeneità della conoscenza, fonte di discordie e di prevaricazione, giacché ogni ‘realtà culturale’ pretende all’universalità, anche e soprattutto quando ritiene di averne l’immagine esclusiva.

lunedì 18 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (iv)


[144] L'autoreferenza –una proposizione che dica di sé stessa per esempio "Io sono vera"– rasenta l'insignificanza. Nel caso infatti che chi la pronuncia mentisse, diverrebbe “Io sono falsa”, proposizione notoriamente indecidibile (provate a darle il valore vero, allora sarebbe falsa, oppure il valore falso, allora sarebbe vera). Ma, se è indecidibile la falsità di una proposizione, mi sembra perlomeno strano che sia decidibile la sua verità.

Siccome molte migliaia di cervelli pensanti certo meglio di me non hanno trovato nulla da eccepire all’indecidibilità del famoso paradosso di Epimenide cretese (“Tutti i Cretesi sono bugiardi”, sintetizzabile in “Io mento”) ritengo logicamente infondata la mia obiezione. Resto comunque in attesa che mi venga chiarita la sua infondatezza. Il mio sospetto è che, come per dimostrare l’indecidibilità della proposizione autoreferente “Questa frase è falsa” è stato necessario sfaldare su due piani la sua semanticità (il suo significato), così per dimostrare l’indecidibilità della proposizione “Questa frase è vera” è necessario un ulteriore sfaldamento.

domenica 17 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (iii)

[143]
Il famoso consiglio di Socrate, conosci te stesso, è il più difficile da seguire, anzi, a rigor di logica, impossibile, e lo sapevano già i Greci, che conoscevano benissimo le trappole dell'autoreferenza. E allora, perché Socrate da finta di niente?
Perché è un’inguaribile moralista, che non rinuncerebbe mai all’occasione di lanciare ai posteri una bella massima solo perché logicamente inconsistente.

Più avvertito, Goethe apre il suo poema dichiarando che all’uomo è preclusa ogni conoscenza (quindi anche quella di se stesso).
Alla fine ammetterà per l’uomo una conoscenza mediata.
Alles Vergänglich ist nur ein Gleichnis” [Tutto l’effimero non è che metafora.]

Trasferibilità e Convergenza


Annuncio ufficiale: questa mattina è stata conclusa la discussione sul libro "Convergenza e Trasferibilità". Ci siamo (anche se rimane qualche dettagliuccio pratico).

sabato 16 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (ii)


Oedipus Rex, di Max Ernst (1922)
[142]
γνῶθι σεαυτόν
(Socrate)
[Conosci te stesso]