domenica 14 aprile 2013

Reciproco guadagno (XIX)


538 (18)
  • Quindi sei per il compromesso, e io che credevo fossi intransigente in IMC.
  • Credi si possa essere metaculturalmente intransigenti?
  • Sì, per sopraggiunta arteriosclerosi…
  • … pensiero gentile!
  • Comunque una soluzione di compromesso non è una gran cosa…
  • Più che di compromesso parlerei di modulazione (meta)culturale…
  • …come se non fosse la stessa cosa!
  • Puoi anche vederla così. Io però ci vedo una differenza…
  • …e quale sarebbe?
  • Nel compromesso ognuno cede all’altro una parte della sua ragione, nella modulazione (meta)culturale non ci sono cessioni ma reciproco guadagno.
  • Come può esserci guadagno se i due addendi sono di segno opposto?
  • Proprio qui sta il punto. In IMC non valgono le leggi della matematica: anche due grandezze di segno opposto possono sommarsi, indipendentemente dal segno, e il risultato essere comunque positivo.
  • Certo che vi arrangiate le cose come vi fa comodo!
  • Come va bene per tutti e due.
  • Allora secondo voi IMC è la chiave per la soluzione dei conflitti?
  • Penso di sì.
  • E allora perché non la usiamo quando serve?
  • Perché c’è sempre qualcuno che l’ha nascosta.
  • E quel qualcuno è sempre lo stesso?
  • Ovviamente no! Ma, anche se cambia, non cambia la sua funzione.
  • E quale sarebbe la sua funzione?
  • Quella di accrescere i capitali mondiali.
  • Metaculturalmente per tutti?
  • Ovviamente no. 

venerdì 12 aprile 2013

Un piccolo passo avanti… (XVIII)



[537 (17)]
  • Sono ormai più di trent’anni che tu vai baloccando con IMC senza essere riuscito a convincere nessuno. Non sarebbe ora di cambiare musica?
  • Per cominciare; non è mai stata mia intenzione di convincere qualcuno. IMC non nasce come ideologia o religione, non può quindi essere insegnata o appresa. Osserva il comportamento del pensiero individuale in rapporto a quello collettivo.
  • È quindi una teoria o, se preferisci, un’ipotesi di teoria?
  • Non parlerei di ‘teoria’ e neppure di ‘ipotesi di teoria’. È piuttosto un tentativo di riprodurre a parole il modo di funzionare del cervello indipendentemente dal dove e dal quando.
  • Una pretesa universalista, che però il nostro UCL non ha accettato.
  • Perché dici questo? Il nostro UCL non solo l’ha accettata, ma funziona così da sempre.
  • Questo lo dici tu in base a IMC e con evidente fallo di interferenzialità, il solito serpente che si morde la coda. Sei vecchio, il tuo pensiero gira su se stesso, non produce più niente di nuovo.
  • Non credo l’abbia mai prodotto. Né questa era la sua ambizione. E, quanto al girare su se stesso, l’ha sempre fatto e non solo lui. Forse la circolarità è l’essenza del movimento, e il moto rettilineo non ne è che un’estrema variante.
  • Non ti accorgi neppure che stai dicendo sempre la stessa cosa.
  • Me ne accorgo eccome! Ma anche la tua critica è sempre la stessa e mi sembra che neppure tu te ne accorga.
  • Per forza! Non cambia la critica, non cambia la replica, come nei dibattiti politici in televisione.
  • E se ci scambiassimo i ruoli?
  • Che cambierebbe? Solo il posto intorno al tavolo.
  • E se assumessimo, in via sperimentale e provvisoria, ciascuno gli argomenti dell’altro, fingendo che siano i nostri?
  • Forse li capiremmo meglio e concorderemmo su alcuni punti.
  • Un piccolo passo avanti…

mercoledì 10 aprile 2013

Anziani di tutto il mondo, unitevi! (XVII)



fotografia di Rebecca Martínez del progetto "preTenders"
[536 (16)]
Non i soli vecchi ricordano…

… anzi, un giovane ricorda meglio perché gli riesce più facile imprimere nelle cellule cerebrali lo stampo mnestico di un’esperienza vissuta con maggiore intensità che in età matura o da vecchi. Ma il piacere del ricordo aumenta con l’età, che s’incarica di trattenerne gli aspetti più gradevoli occultando più o meno il resto. È voce comune che i vecchi vivano di ricordi, ma il ricordo è un’attività ricorsiva: si può ricordare di aver ricordato, di aver ricordato… e a ogni passaggio la mente non resta passiva, ma agisce sul ricordo trasformandolo fino a farne un oggetto alquanto diverso dall’input originario. In questo senso la memoria è creativa e lo è anche ogni sua replica. Di conseguenza è creativo il pensiero dell’anziano, seppure indirettamente, in quanto agisce su un materiale accumulato in precedenza. Ma quale pensiero può vantarsi di agire diversamente? Non pensiamo tutti, ricorsivamente, cose già pensate chissà quante volte?
Pensare è ricordare: questa non è certo nuova, anche se qualcun altro aveva già detto che è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume.

E allora: anziani di tutto il mondo, unitevi! E continuate a pensare. Anche il vostro pensiero, pur se già pensato, non può che essere nuovo come qualsiasi altro.

lunedì 1 aprile 2013

Rimembranze (XVI)


535 (15)
Si dice che i vecchi vivono di ricordi. E, come in tutte le cose che ‘si dicono’, c’è del vero in questo. Certo, l’anziano, spesso costretto a vita sedentaria, ha poche occasioni di esperire il mondo nell’azione concreta. Ma anche l’azione riflessa nella mente non è semplice ripetizione, ma scoperta di un nuovo insospettato, nascosto tra le pieghe del già noto. Il ricordo supera il ricordato aggiungendovi l’emozione del ricordare. La memoria attiva la mente tanto quanto e forse più che l’esperienza diretta. D’altronde anche il ricordo è un’esperienza, distinta e di tutt’altra natura da quella cui dovrebbe somigliare.

Alcuni postini or sono, uno dei curatori della serie ha rinvenuto e pubblicato in apertura una fotografia di Sergio Cafaro al pianoforte, scattata sessantadue anni fa. A Sergio mi legava già allora un’amicizia fondata, più ancora che sulla professione –Sergio era pianista e compositore– sulla comune passione per i coleotteri e la natura in genere. È quindi doppiamente naturale che io abbia di lui e delle innumerevoli ore trascorse insieme ricordi come di nessun altro. Non solo dell’amico e compagno di tante cacce più o meno fortunate, ma anche delle cacce cui non avevo partecipato di persona, ma delle quali mi aveva parlato con tale entusiasmo e vivezza di particolari, che le ascrivo oggi tra i miei più stabili ricordi. Alla sua morte, pochi anni fa, scrissi sulla nostra amicizia una poesiola –credo riportata anche su questo oblò (o in qualche altra parte)– che vorrebbe dare l’idea di un’amicizia che ci ha mantenuto giovani per un tempo assai più lungo del dovuto.

Ma la memoria ci conserva a noi stessi fin da quando articoliamo le prime parole. Anzi, sembra che la  memoria lunga sia più tenace di quella corta. In effetti anch’io sono particolarmente affezionato ad alcuni ricordi d’infanzia, frequentemente ricorrenti nel dormiveglia. Così la corsa di un treno a vapore per la Lüneburger Heide, di sera, tra boschi alternati a radure, su cui ogni tanto di intravedevano pascolare piccoli raggruppamenti di caprioli, mentre sopra le cime degli alberi volteggiavano gli uccelli in procinto di lasciarsi andare su un ramo per il riposo notturno, presto sostituite dall’oscura silhouette di un gufo o di un allocco. Oppure, pochi anni più tardi, sotto un tronco marcescente, l’improvviso brillio dell’elitra di un Carabus o di una Chrysolina; o anche –ma questo era molto prima– la vista, da dietro l’Alpe di Siusi, del Sassolungo, più alto della volta del cielo, il bel volo planato di una Limenitis populi sopra il torrente Gardone.

Che sarebbe la vita se la memoria non fingesse unità là dove non c’è che pluralità dispersa? Che sarebbe l’io se la memoria non lo costruisse pietruzza su pietruzza, alitandoci sopra il soffio dell’individualità?

domenica 31 marzo 2013

Annerire i miei quaderni... (XV)




534 (14)

Riaprendo: i vecchi si sentono vecchi?

Forse quando lo stato di salute li costringe. E può darsi che spesso sia così. Nella mia esperienza –ripeto- le cose stanno altrimenti. Non è lo stato di salute né l’età a costringermi alla vecchiezza. Lo è stata la musica dal momento in cui si è rifiutata alla mia mente; lo sono stati i coleotteri da quando si sono rifiutati alla mia cattura. E ora temo lo divengano questi postini, se cesseranno di annerire i miei quaderni. Sono loro la mia difesa; se dovessero recedere dal loro incarico, d’improvviso sarei assalito dagli 84 che incombono. Non credo infatti che troverei altri 84 disposti ad assumere la mia difesa in un processo con così scarse probabilità di successo.

giovedì 28 marzo 2013

Rinascita sotto altra forma (XIV)


[533 (13)]

I vecchi si sentono vecchi?

Pur essendo competente per età, ho difficoltà a dare una risposta.

Forse ne avrei di meno se le risposte potessero essere molte e diverse.

Mi sono sentito vecchio più volte, anche da giovane, e ogni volta in un altro modo.

Per esempio, intorno ai quarant’anni, mi ci sono sentito certamente più di ora che ne ho quasi 84.

Ma non è stata l’unica volta.

Considero la vecchiaia un fenomeno ricorrente nella storia di un individuo.

E ogni volta precede una rinascita.

Rinascita sotto altra forma.

Che sia così anche l’ultima volta? Molti lo credono.

Io no. Né vorrei che fosse così. Me l’impedisce il senso della forma.

La forma aborre l’infinito. Si dà solo nella finitezza.

Anche quando l’infinito è il suo argomento.

martedì 26 marzo 2013

Le cose, gli oggetti invecchiano? (XIII)


[532 (12)]
Le cose, gli oggetti invecchiano? Ho già accennato nel postino precedente al fatto che di molte parole facciamo un uso che potremmo dire ‘metafonico’ in quanto, trasferendole da un campo esperienziale a un altro, ne trasformiamo anche il senso. Un animale –compreso l’uomo– ‘vecchio’ ci dà l’idea di un animale indebolito dall’età vicino alla morte, una ‘città vecchia’ è piuttosto un’attrattiva turistica da conservare il più possibile. L’antiquariato è un commercio redditizio, i cui oggetti vengono stimati proprio in ragione della loro età. Viceversa un giovane in cerca di lavoro viene sottostimato per la stessa ragione. Ma quest’ultimo non è un oggetto e la sua valutazione segue altri criteri.

Ricordo che da bambino avevo un orsacchiotto di stoffa, spelacchiato e malridotto, vecchissimo all’apparenza, ma non per me, che lo consideravo amico e coetaneo. Del resto anche i genitori e i nonni non hanno età per i nipoti, finché questi sono in età infantile; la coscienza del tempo –o dovremmo dire la sua costruzione– si forma a poco a poco, quando se ne comincia ad avvertire l’utilità. Il tempo di per sé è utile? Certo, nella misura in cui la cultura gli assegna un ruolo nella razionalizzazione dell’esperienza. Gli altri animali hanno il concetto di tempo?

Forse non il concetto (e a che gli servirebbe?); credo però che ne abbiano l’esperienza non razionalizzata. Un giovane leone percepisce la ‘vecchiaia’ di un rivale con cui misurarsi, così come questo sa quando gli conviene girare alla larga. I viventi conoscono bene gli innumerevoli ‘indicatori di tempo’ che essi stessi si sono dati per orientarsi cronologicamente. Una sfinge comincia a battere le ali all’arrivo del crepuscolo per raggiungere prima della notte la temperatura corporea necessaria all’involo.  Il corpo stesso invia al cervello i segnali che avvertono l’animale vecchio di non avventurarsi in un’impresa superiore alle sue forze. Così come danno via libera al giovane, anche se questo non garantisce il successo.

Le cose, gli oggetti sono indifferenti al tempo; anche un sasso, un pianeta ‘misurano’, per così dire, il tempo con i loro cambiamenti, solo i viventi sono in grado di ‘leggere’ le loro misurazioni.

domenica 24 marzo 2013

‘Vecchio’ (XII)


[531 (11)]
La parola ‘vecchio’ e  i suoi derivati ‘invecchiare’, ‘invecchiamento’, ‘vecchiaia’ ecc. ricavano la loro semantica, o meglio il loro alone connotativo dall’esperienza della vita umana così come gli uomini la verbalizzano. Non avrebbe molto senso dire che una stella o un albero sono ‘vecchi’ se non li riferissimo al nostro modo di essere o diventare vecchi. Di per sé abbiamo a che fare solo con stadi diversi di processi trasformazionali, e tutto ciò che chiamiamo ‘realtà’ è descrivibile in termini di processi e trasformazioni meglio che di stati ed essenze. Ma le associazioni che risveglia in noi il termine ‘ vecchio’ sono tutt’altre da quelle che risveglia il termine ‘giovane’. Una farfalla appena uscita dalla crisalide la vediamo giovane, anche se ha alle spalle una vita intera da bruco. Homo sapiens è ancora giovane come specie, anche se a rappresentarla prendiamo un uomo di settanta anni; considerato come genere è alquanto più vecchio, come mammifero ancora molto di più, come essere vivente conta due o tre miliardi di anni.

Una volta deciso il termine di riferimento le cose si chiariscono, come per tutte le parole prive di valore assoluto. Solo che molto spesso ci dimentichiamo di aver deciso noi quel termine e assolutizziamo tutto ciò che ne deriva. Gli antichi romani erano antichi fin dalla nascita, i dinosauri sono rettili ‘preistorici’ anche se non è chiaro a quale storia ci si riferisca. Complice di questa ambiguità è il verbo essere, che finge  determinazione anche là dove questa è logicamente impossibile. Ma la parola non è soltanto un veicolo del pensiero logico. Per là passano molteplici ‘stili di pensiero’. L’errore –errore nel senso di ‘confusione’, ‘errare senza meta’– non nasce dalle parole, ma dal loro uso, e questo varia a seconda dello stile di pensiero cui l’assoggettiamo. Molto spesso di questo stile non ci rendiamo conto. Più grave, anche se non infrequente, il caso che ce ne rendiamo conto benissimo, ma facciamo in modo che il destinatario delle nostre parole lo scambi per un altro. Ne sanno qualcosa coloro che professano ideologie e religioni.

sabato 23 marzo 2013

E ancor meno il suo punto di arrivo (XI)


[530 (10)]
No, la vecchiaia assolutamente non piace e ancor meno il suo punto di arrivo. Eppure, in media, la sopportiamo in odio a quel punto. Con qualche eccezione, però. Ricordo ancora, dopo più di sessant’anni, un’anziana signora, malata di cancro, che chiedeva –educatamente ma con fermezza– di essere lasciata morire. I medici però le rifiutarono cristianamente (!) l’estremo aiuto, condannandola ad altri due mesi di sofferenza.

Non voglio però parlare della morte, ma ancora della vecchiaia, che, bene o male, è vita, più consapevole, forse, di esserlo che non le sue fasi precedenti. È più raro che sia un anziano, e non un giovane, a spingere sull’acceleratore quando non è il caso.

Quando ha inizio la vecchiaia?

Ho conosciuto vecchi di quarant’anni e anche meno. Io stesso a quell’età mi consideravo finito, senza più un futuro né come uomo né come professionista. E non posso dire di essermi sbagliato, perché, dopo quella precoce vecchiezza, la mia vita ha avuto un secondo inizio, una seconda gioventù, cosicché quella che sto attualmente vivendo posso dirla una seconda vecchiaia. Questa è indubbiamente assai più gravosa dal punto di vista fisico che non la precedente. Quanto a equilibrio interno –un tempo si sarebbe detto ‘spirituale’– è incomparabilmente più stabile dell’altra. E per una ragione molto semplice: il ‘vecchio’ di allora non vedeva un futuro per il suo passato, pur avendolo, il vecchio di oggi sa di non avere un futuro, ma conosce quello che è stato il suo per tanti anni e sa che non ne avrebbe desiderato uno migliore.

E che ne è dell’unicità dell’io?

Un io scisso, plurimo, privo di centralità?

Questa è l’esperienza della mia vita, ma credo di poterla augurare a chiunque altro, se non alla mia stessa specie animale.

venerdì 22 marzo 2013

Benservito... senza tanti complimenti... (X)


[529 (9)]
La Natura –uso questo termine nell’abituale senso fortemente ideologizzato– non tiene in nessun conto la vecchiaia e, quando è giunto il momento, ci dà il benservito senza tanti complimenti. A dire il vero non si cura neppure dei giovani, quelli però in genere se la cavano da soli, mentre ai vecchi non resta che andarsene, volenti o nolenti. Negli animali è così da sempre: il leone, quando perde i denti, muore di fame, il bufalo, quando non ce la fa più a correre, si lascia sbranare dai leoni (con i denti), le vespe, che non sopportano il freddo, muoiono tutte (salvo la regina) all’arrivo dell’inverno. Anche gli orsi e i castori soffrono il freddo, ma per loro (e altri) la morte si è fatta gentilmente sostituire –pro tempore– dal letargo. A nessun animale –con una sola eccezione– è venuto in mente di usare la vecchiaia per opporsi alla morte. Semmai per assecondarla. Solo l’uomo ha intrapreso un’inutile battaglia contro la vecchiaia, per lo più con l’unico risultato di prolungarne la sgradevolezza, spesso di acuirla. Leopardi si augurava di non doverne varcare la “detestata soglia”, oggi può capitare di vivere più di un quarto della vita seduti su quella soglia. Che fare allora? rifiutare questa stagione estrema della vita? accettarla con rassegnazione? nasconderla dietro ridicoli ceroni e trattamenti di lifting? trattandola come nemica aizzandola contro di noi?

E se non facessimo nulla e lasciassimo fare lei, non però con rassegnazione ma con curiosità e interesse. Dopotutto è cosa che sta capitando a noi o capiterà in futuro e non dovremmo cercar di capire di cosa si tratta? Osservare invecchiare: può darsi che non sia il più dilettevole dei filmati, ma è quello che ancora non abbiamo visto almeno non con noi come protagonisti, e non dovremmo assistervi con partecipazione? Sappiamo già come andrà a finire, ma non conosciamo la strada che ci resta da percorrere. E non dovremmo essere interessati anche a quest’ultimo tratto?

Io per esempio: da molti mesi mi imbottiscono di pillole, faccio ginnastiche riabilitanti, frequento un centro geriatrico, osservo una dieta vegetariana, tento di rinvigorire la mente scrivendo postini…

Tutto questo, naturalmente, non per tener lontano qualcuno che non ho nessuna intenzione di recedere, ma solo per capire…

giovedì 21 marzo 2013

Fanno di tutto per combatterla... (IX)


[528 (8)]
Della vecchiaia si parla in genere piuttosto male. C’è chi la considera addirittura una –inevitabile– malattia, e le scienze mediche fanno di tutto per combatterla, quando converrebbe forse piuttosto lasciarla fare come qualcosa che matura in noi fin da quando siamo bambini. Certo, la vecchiaia sa essere aggressiva quanto il peggiore dei nemici, quando però si accompagna alla malattia, e allora è piuttosto quest’ultima il vero nemico da combattere. E se la vecchiaia indebolisce l’organismo, indebolisce però anche l’organismo dell’aggressore che si mostra in genere meno virulento che nei confronti di un giovane. Si arriva al paradosso che, più uno invecchia più almeno aumentano le sue speranze di vita. Non so se sia così ma fa bene ai vecchi pensarlo.

lunedì 18 marzo 2013

Melanconia controbilanciata (VIII)

[527 (7)][527 (7)]

Se la vecchiaia mia mi lascia quasi indifferente quella altrui mi turba e mi rattrista.

Questo vale soprattutto per le donne che vorrei non invecchiassero mai. È certamente un residuo di maschilismo ad agire in me. Dico così perché ritengo e spero di non aver conservato altra traccia di un atteggiamento che mi è estraneo fin da quando ero ragazzo. La mia considerazione per le donne mi ha portato più volte a sovrastimarla rispetto all’uomo per le sue facoltà mentali e per la capacità di dare un senso non competitivo all’esistenza. Mi rendo però conto che anche questa competizione tra i sessi è di una insopportabile banalità. Anche le banalità, tuttavia, hanno pieno diritto di rispetto se non altro per l’ampia diffusione di cui godono. E così la melanconia che provo nel veder sfiorire la bellezza femminile (di quella maschile non parlo per mancanza di competenza) non penso mi debba attirare il rimprovero da parte femminile, tanto più che questo sfiorire è largamente controbilanciato dalla spesso prodigiosa crescita della saggezza nella donna in età avanzata.

mercoledì 13 marzo 2013

L’età non rimbambisce, come si dice... (VII)



La gioventù e la vecchiaia, di Pietro della Vecchia
[526 (6)]
La vecchiaia non ci sarebbe se non ci fossero i giovani a rimarcarla. Sono loro i suoi artefici, i responsabili della sua diversità…

Così un vecchio inacidito e scontroso. E avrebbe ragione se tra gioventù e vecchiaia ci fosse opposizione. Ma non c’è, giusta la parola di un vecchio che l’età ha risparmiato per concedergliene gli anni:

“Das Alter macht nicht kindisch, wie man spricht,
Es findet uns nur noch als wahre Kinder.”
Goethe, Faust, Vorspiel auf dem Theater

(L’età non rimbambisce, come si dice, ma ci trova ancora veri bambini.)

È una delle citazioni cui ricorro assai spesso quando si tratta di descrivere lo stato in cui mi trovo, ormai da parecchi anni, stato per certi versi di effettiva regressione infantile, per altri di ipermaturità senile, non sempre gradevole per me e chi mi sta intorno. Il guaio è che i due stadi non sono chiaramente distinguibili né è in mio potere farlo cosicché chi non mi conosce bene non di rado resta interdetto e non sa come prendermi, se come uno che ragiona o uno il cui cervello è andato in auto. Spesso, anche quando scrivo, sono in dubbio io stesso, rinforzato in questo dalla consuetudine con IMC che, tra le molte virtù, non ha quella di fornire certezze. A chi mi chiedesse se rimpiango la ‘perduta giovinezza’ risponderei che no, non la rimpiango; semmai in certi momenti di attonita meraviglia propri dell’infanzia, ma questi si ripropongono a ogni primavera e ogni ascolto di un Lied di Schubert, a ogni sguardo scambiato con Paola. Certo, farei volentieri a meno dei dolori e della debolezza che mi impedisce di camminare, ma non sono ancora al punto di preferire il passato al presente. Quello, oltretutto resta incluso nel mio presente, e anche se qualche parte ne va perduta per il venir meno della memoria, non me ne accorgo, come penso non mi accorgerò quando si perderanno anche il presente con il suo carico di passato e il futuro con quel poco che resta di speranza.

domenica 10 marzo 2013

Diffidenza dell'anziano, insofferenza del giovane (VI)



[525 (5)]
Credo che la musica, tutta la musica, anche quella che alcuni di noi –io per esempio– guardano dall’alto in basso, probabilmente senza ragione, si basi sull’invenzione. Non è detto che l’invenzione si trovi sempre allo stesso posto –per esempio sempre nella melodia o nel ritmo, o nella qualità del suono (nel sound)– e così capita di frequente che non si trovi là dove per abitudine la cerchiamo, mentre si trova da una parte dove neppure la sospetteremmo e così non ce ne accorgiamo. È questo che rende l’anziano diffidente verso la novità e il giovane insofferente verso ciò che considera risaputo anche se lui non lo conosce affatto…

C’è una punta di risentimento in ciò che vado dicendo e non cerco neppure di nasconderlo. Ma il risentimento non è diretto tanto verso i giovani quanto verso coloro che, non più giovani, hanno pensato bene di sfruttare la naturale impulsività acritica e irriflessa di quegli anni per creare un mercato oltremodo redditizio nel nome di una giovinezza ideologizzata, irreale, sostanzialmente falsa. Perché, i classici, i romantici, e quelli precedenti non sono stati giovani anche loro, non hanno saputo vivere ed esprimere la loro gioventù tanto quanto i loro colleghi di oggi? E forse con maggiore consapevolezza perché non condannati alle stereotipie imposte dalle case discografiche? Ma di questa immensa ricchezza il giovane in media non sa nulla in quanto la scuola e la cultura di media ritengono superfluo parlargliene, almeno da noi in Italia.

Questa ricorrente lamentela non sarebbe nient’altro che una senile querimonia se riguardasse soltanto la musica o se la musica non fosse altro che quella di cui parlano la televisione e le riviste ad essa collegate. Ma il riflesso negli itinerari formativi va ben oltre la sparizione della musica dalla nostra cultura e investe soprattutto il pensiero riflettente sempre più inibito dalla ricerca di verità ultime che sappiamo ormai benissimo essere irraggiungibili, come sappiamo essere irraggiungibili le verità di cui ci parla certa musica senza bisogno di usare la parola.

venerdì 8 marzo 2013

Forse siamo stati vecchi fin da giovani… (V)


[524 (4)]
  • Può essere nuova l’esperienza della vecchiezza?
  • Certo! Nuova per il singolo, vecchia per la società.
  • E noi saremmo una società ‘vecchia’?
  • In ogni caso più vecchia degli individui che la compongono.
  • E quand’è che l’individuo si dice vecchio?
  • Glielo segnala il corpo con i suoi acciacchi.
  • E una società ‘vecchia’ è una società di vecchi?
  • Non necessariamente. Può essere anche una tribù amazzonica rimasta isolata per millenni e con una vita media di mento di trent’anni.
  • Una società ‘vecchia’ soffre anch’essa dei malanni dell’età?
  • Certamente, ma dei suoi sintomi spesso non ci accorgiamo, perché ne siamo colpiti tutti, indistintamente.
  • A dire il vero, poiché sembra assodato che discendiamo tutti da una medesima coppia di mutanti, non ha senso distinguerci per età ‘biologica’, ma solo per età individuale, e in tal senso l’esperienza dell’invecchiamento non può che essere privata…
  • … anche se comune a tutti…
  • A riflettere sulla vecchiaia possono essere soltanto i vecchi?
  • Quando Goethe inventò la figura dell’arpista e Schubert la interpretò musicalmente non erano certo vecchi.
  • Giusto! Vedi noi due: vecchio l’uno, giovane l’altro.
  • Ma se siamo la stessa persona!
  • Forse siamo stati vecchi fin da giovani…
  • … e forse continuiamo a essere giovani anche da vecchi…
  • (a due)… e oggi non sappiamo deciderci e aspettiamo che qualcuno venga a decidere per noi. Ma ci lasci ancora qualche tempo per pensare…