sabato 16 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (ii)


Oedipus Rex, di Max Ernst (1922)
[142]
γνῶθι σεαυτόν
(Socrate)
[Conosci te stesso]

venerdì 15 luglio 2011

La sestina risolutiva dell'autoreferenza (i)

[141]
Habe nun, ach! Philosophie,
Juristerei und Medizin
Und leider auch Theologie!
Durchaus studiert, mit heißem Bemühn.
Da steh ich nun, ich armer Thor!
Und bin so klug als wie zuvor;
Heiße Magister, heiße Doktor gar,
Und ziehe schon an die zehen Jahr
Herauf, herab und quer und krumm
Meine Schüler an der Nase herum –
Und sehe, daß wir nichts wissen können!

(Faust)

[Ho studiato, ahimè, filosofia,
Diritto e medicina
e purtroppo anche teologia!
Con ardore e costanza
Ed eccomi qua, povero stolto!
E ne so quanto prima;
Mi chiamano Magister, perfino Dottore
E sono ormai quasi dieci anni
Che porto per il naso i miei studenti
In qua e in là, in su e in giù –
e vedo che non possiamo sapere nulla!]

giovedì 14 luglio 2011

Estetica come 'valore aggiunto'?

Pitture dell'altopiano Ennedi, nel Chad

[140] Credo di avere già dedicato uno di questi postini al nostro –mio e di Paola– rifiuto del concetto di Arte. Vorrei comunque insistere. Perché rifiutarlo? Effettivamente: basta non servirsene o limitarne l’uso al suo significato artigianale, che comprende anche l’Arte della Fuga (in tedesco ‘Kunst’ è imparentato con ‘können’, ‘saper fare’). L’estetica è un ‘valore aggiunto’, anche se non è da escludere neppure per le pitture delle caverne. Niente quindi contro l’estetica se non avesse preteso, negli ultimi secoli e soprattutto da noi in Occidente, di surclassare quando non di soppiantare ogni altra ‘funzione’ dell’arte. Una statua greca, un mosaico medievale, un affresco rinascimentale hanno perduto ai nostri occhi le loro funzioni –testimoniali, religiose, celebrative– per conservare solo quella estetica. Questa prevaricazione, unita all’ipostasi ideologica del ‘bello’ o al suo successivo degrado di mercato, ciò che ha portato alla valutazione dell’estetica, dapprima con l’apertura al incoerente, al disordine, al caotico, infine con la contestazione globale del concetto.
Si comincia a sentirne la nostalgia.

mercoledì 13 luglio 2011

Ispirazione?


[139] Ieri mi è stato chiesto perché avessi smesso di scrivere musica nel 2009. Ho risposto che non mi veniva più in mente niente. E prima? Mi veniva in mente qualcosa? E che cosa? Una melodia? Uno spunto tematico? Un criterio compositivo? …
No, per questa via non arriverò a nulla. Non credo mi venisse in mente qualcosa di particolare. Era come un riflesso condizionato. Ogni mattina mi sedevo al tavolo di lavoro ed esercitavo il mio mestiere, avessi o non avessi qualche idea.
Qualcuno dirà: e l’ispirazione? Non sapevo neppure cosa fosse. In ogni caso veniva dopo, a cose fatte: “Guarda! Questa mi è riuscita proprio bene!” Accadeva tuttavia di rado. Il più delle volte era un “Speriamo meglio la prossima”.
A un certo punto ne ho avuto abbastanza di questi rimandi, tanto più che il principale interesse lavorativo si era ormai spostato sulla parola. E ho smesso di scrivere strani segni su carta pentagrammata.

martedì 12 luglio 2011

Dialogo a proposito di uccelli


[138]
– Perché gli uccelli hanno attirato da sempre l'attenzione e l'ammirazione degli uomini?
– Perché sanno fare una cosa che piacerebbe molto anche a noi: volare.
– Ma oggi la sappiamo fare, e meglio degli uccelli.
– Più rapidamente, non certo più agilmente… prova a confrontare quanto ci mettono a cambiare direzione di volo un rondone e un aereo, per non parlare di un missile…
– E allora le mosche…?
– Lasciamo stare gli insetti, che sono dei ‘fuoriclasse’ in tutto. Ma tra i vertebrati…
– I pipistrelli non scherzano quanto a agilità di volo, ma sono molto meno ammirati degli uccelli.
– Quando si è trattato di imitarli, ne è venuto fuori più un pipistrello che un uccello, vedi i disegni di Leonardo.
– O gli angeli, francamente ridicoli con quelle ali posticce, appiccicate sulla schiena e senza muscoli per muoverle.
– Forse dovremmo considerare gli uccelli e il volo in generale dal punto di vista simbolico, come metafora di libertà, affrancamento dal peso della quotidianità terrena…
– Come se gli uccelli avessero vita facile con la costruzione del nido, l’allevamento dei piccoli, la loro difesa…
– Né più né meno di qualsiasi altro animale, uomo compreso.
– Quando c’è di mezzo l’ideologia, gli uomini perdono la capacità di vedere le cose per quello che sono.
– E come sono, se non come le vediamo?
– Non sappiamo, le conosciamo solo attraverso i filtri ideologici che ci siamo dati. Così per esempio gli uccelli sarebbero più ‘liberi’ di noi, che siamo legati alla terra dalla forza di gravità…
– Di qui il passaggio al simbolo, all’allegoria…
– Un passaggio che ci rende più ‘liberi’ di qualsiasi uccello, anche se siamo rinchiusi in una prigione…
– Lo dici quasi come se ci credessi. Per parte mia penso che poche cose ci rendono schiavi quanto i simboli, le ideologie e le religioni.
[L’osservazione degli uccelli è ormai in molti paesi un vero e proprio sport, che tuttavia non implica un effettivo impegno per la loro conservazione. Che senso ha osservarli se poi distruggiamo il loro habitat, avveleniamo le loro fonti di cibo, sconvolgiamo perfino le condizioni climatiche che ne permettono l’esistenza?]

lunedì 11 luglio 2011

Dialogo tra due donne preistoriche


[137]
– Oggi mi sento preistorica…
– Ma che dici? Ti vedo come sempre: reale e presente, altro che preistorica…
– Anche gli uomini preistorici si vedevano nella loro realtà presente.
– Come fai a saperlo, visto che vivi nel presente di oggi?
– E in che cosa credi che il presente di oggi differisca dal presente di ieri o da quello preistorico?
– In questo: che il nostro presente si svolge oggi, non nell’età della pietra.
– Ma se sei stato proprio tu a dire che chi sentivi preistorica.
– Ho detto che mi ci sentivo, non che ero preistorica.
– Ma poi hai affermato l’indistinguibilità del presente di oggi da qualsiasi altro…
– … cioè l’impossibilità di definire una coordinata temporale…
– … o magari anche spaziale…
– … nello spazio-tempo.
– E allora, lasciami sentirmi preistorica!
– Già, il tempo c’è solo al presente…
– Il resto sono solo chiacchiere.

domenica 10 luglio 2011

Procrastinare la grande catastrofe


[136]
Circa 950.000 anni fa, in concomitanza con la 732ma edizione dei giochi che molti millenni più tardi si chiameranno 'olimpici', si è svolta la quarta conferenza decennale interspecifica del genere Australopithecus e Homo. Il luogo non si conosce con esattezza, ma deve essere stato vicino all’attuale città di Bergen, allora allietata da un clima temperato, favorevole alla maggior parte delle specie i sottospecie convenute. I pongidi, tra cui 48 specie di gorilla, erano ammessi, in numero limitato, come osservatori. Lingua ufficiale era l’urugundo, allora diffuso come seconda lingua in tutti i continenti. I collegamenti con la sede della conferenza, sia fisici che telematici erano buoni, quasi al livello odierno. Si ricorda che gli ominidi allora assistenti, australopitecini compresi, avevano sviluppato alcune decine di culture (senz’altro paragonabili se non superiori alle più evolute tra le attuali), tutte però estinte con la grande catastrofe di 487.000 anni fa). I problemi allora in discussione erano però ben diversi da quelli di oggi. Non il fabbisogno energetico né la sovrappopolazione e neppure l’inquinamento preoccupavano le popolazioni di allora giacché la pluralità delle specie e le esigenze diversificate incidevano in vario modo sulle risorse del pianeta riducendo al minimo la competizione e mantenendo entro limiti ecologicamente compatibili la produzione di beni e rifiuti. Tutto questo riduceva anche drasticamente la conflittualità. Ciò che agli uni appariva appetibile, addirittura indispensabile, per gli altri era superfluo, perfino dannoso, cosicché potevano darsi incomprensioni, disistima reciproca, raramente però aggressività, così come neppure noi aggrediamo un altro vivente solo perché carnivoro e noi vegetariani. La diversità risulta migliore garante di sopravvivenza che non l’omogeneità. Non solo perché differenzia la richiesta ma anche perché non ha bisogno della concorrenza. 950.000 anni fa con quella quarta conferenza, riuscimmo a procrastinare di mezzo milione di anni la ‘grande catastrofe’ che portò all’unificazione –genetica, poi culturale– delle specie e sottospecie di ominidi ad opera dell’implosione mediatica, livellatrice delle differenze. Allora gli ominidi se la cavavano rinunciando ai benefici della tecnologia, oggi c’è da dubitare che riescano una seconda volta.

sabato 9 luglio 2011

Fermati per accertamenti


[135] Era stato certamente il castello a dare il nome –Castelnegro– allo sperduto paese dell'interno, cui si arrivava dopo alcuni chilometri di strada sconnessa, incassata tra alte rocce brulle sulle quali si vedevano volteggiare grossi rapaci, forse poiane o nibli bruni. La giovane coppia che, incuriosita da un vecchio cartello all’imbocco della strettoia –‘visitate Castelne…’–, stava percorrendo quel tratto di strada assai poco frequentato, era ben decisa a raggiungere il paese, nonostante un altro cartello segnalasse la presenza di una concirconvallazione che avrebbe ricondotto sulla provinciale più a valle.Viaggiare di più ...Si diceva nel cartello… questo però era bianco, un poco spettrale nella luce della sera. A essere nero era semmai il paese, costruito in pietra vulcanica, scurissima: un’unica assalita dalla chiesa portava dritto al castello. I due avevano lasciato la macchina fuori dal paese, chiuso al traffico, comunque non percorribile per la presenza di alcuni gradoni, scomodi da superare perfino a piedi.
Abitanti non se ne vedevano, solo qualche cane randagio affetto da digiuno cronico.
Dopo circa duecento metri quell’unica strada terminava davanti a un cancello di ferro, chiuso da un paletto arrugginito ma privo di catenaccio. Con poco sforzo i due si trovarono, quasi senza rendersene conto, in un giardino incolto che in un tempo lontano doveva essere stato, a giudicare dai pochi ma lussuosi resti, addirittura principesco. Da un portone sgangherato uscivano suoni come di cucina e voci di due –un uomo e una donna– che litigavano in una lingua insolita, forse centro-asiatica. I visitatori si avvicinarono alla cucina da cui provenivano suoni e voci, a chiedere notizia sul castello e i suoi proprietari. In quel momento da una porta laterale fece la sua apparizione una figura di donna anziana, alta, vestita di bianco ma, a ben guardare, poco curata, anzi decisamente in disordine. Ciò nonostante si presentò con molta cortesia come la proprietaria del maniero – tutto, in lei come nell’ambiente, rimandava di tempi lontani, si sarebbe detto di secoli. Il personale che prima si era sentito litigare non ritenne opportuno farsi vedere; agli onori di casa, per così dire, provvide la stessa padrona con del tè di scarsa qualità e alcuni biscotti che sapevano di muffa, il tutto servito in piatti e bicchieri di plastica su un gigantesco tavolo di noce nel salone centrale del castello.
“Sapevo che sareste venuti –cominciò la signora–, anzi sono anni, secoli che vi aspetto: questo mi comandò il mio buon Carlo nel donarmi il feudo in cui vi trovate”. “Carlo chi?” – azzardò la sposina (i due erano chiaramente in viaggio di nozze). “Carlo Martello, naturalmente!” fu la risposta. I due si scambiarono uno sguardo come per dire: abbiamo capito. “Purtroppo –riprese la feudatari– Carlo non mi ha detto chi dovevo aspettare e per che cosa. E così col tempo ho consumato tonnellate di biscotti ed ettolitri di te per le persone sbagliate, per lo più mendicanti pellegrini in viaggio per Santiago, ma anche ladri e soldataglia allo sbando, a prescindere dalle meretrici al loro seguito. Questo castello era un tempo ricchissimo, ma un po’ alla volta quelli mi hanno preso quasi tutto. Vedete –disse accennando ad alcune croste da rigattiere pendenti alle pareti– sono rimasti solo questi Tiziano, Tintoretto, quei due Rembrandt e di là, in camera da letto, un Leonardo di Capri, poca roba, ma che posso fare? Sono sola a guardia di queste ricchezze, anche se loro mi sono di valido aiuto”, e accennò ad alcuni gatti, sparsi per i tetti. Frattanto si era fatto buio e la castellana, con in mano un candeliere, aveva intrapreso una visita guidata del castello. “Attenti ai trabocchetti” –raccomandò–, gli ho segnalati quasi tutti, ma con questo buio qualcuno potrebbe sfuggirci. Si tratta comunque di cose di poco conto, il pozzo dei coccodrilli l’ho fatto prosciugare duecento anni fa. Ecco però la camera delle torture, oggi ridotta a magazzino delle scope. Questa invece è l’annessa ‘Cappella del Grande Perdono’, tappa obbligatoria per i condannati al solo taglio degli arti! Anche questa è una pratica caduta in disuso, sostituita oggi dal pagamento di un’ammenda in euro, più utile per la manutenzione dell’immobile. Da questa finestra si può ammirare di giorno la vista dell’unica strada che dal maniero porta alla chiesa e che sembra un treno fermo in stazione. Ed effettivamente un mattino lo visto partire…”
La visita turistica è poi continuata attraverso sale e corridoi, per lo più spogli, di cui tuttavia la castellana vantava le più improbabili singolarità. C’era la stanza della mummificazione, con alcune mummie già confezionate tra cui quella di Ramses II e una, più piccola ma autentica, di una gallina faraona. C’era poi il ‘Corridoio delle cento docce’, tutte non funzionanti, ma indispensabili per le Olimpiadi del 2030; quindi la stanza del tesoro, nel cui mezzo troneggiava la ‘Cattedra di San Pietro’, con tanto di autentica firmata da Callisto V. Di particolare interesse storico una bottiglia in plastica, dono di Luigi XIV, che lei pronunciava alla francese quasi come ‘Lui scatorcio’ e del quale era stata l’amante per alcuni decenni…
Questo ricordo scatenò in lei una reazione furibonda: impugnando una spada strappata un’armatura di Carlo V, la povera demente accennò a una ridda infernale trinciando l’aria con colpi di grande veemenza. A questo punto i due malcapitati visitatori, afferrato il candeliere che la vecchia aveva scaraventato a terra appiccando il fuoco a certi tendaggi, guadagnarono una porta laterale che per fortuna loro dava all’esterno, non lontano dal posto dove avevano lasciato la macchina. Mentre si allontanavano, dietro di loro il cielo cominciava a rosseggiare. Si fermarono alla prima stazione di polizia, dove peraltro nessuno sapeva di un paese chiamato Castelnegro, né di un castello abitato da una vecchia pazza. In compenso i due furono fermati per accertamenti.

venerdì 8 luglio 2011

Diamoci da fare


[134] Prima di decidere a chi va il potere, diamoci da fare perché il numero di persone in grado di gestirlo sia il più alto possibile.

giovedì 7 luglio 2011

A chi il potere?

Agim Meta - Il dottore Adhamudhi e la grande mano, con piccole persone (2007)

[133] A chi il potere?
Alla qualità?
Alla quantità?
Alla quantità della qualità.

mercoledì 6 luglio 2011

Agli sgoccioli


[132] "Dici che mai un'altra specie animale si è ritenuta padrona della terra, nemmeno il Tyrannosaurus rex?"
"Certo, perché era troppo stupido per farlo".
“Eppure è stato padrone di fatto per circa 20 milioni di anni.”
“Appunto perché da un ‘fatto’ non è stato capace di risalire a un ‘diritto’.”
“E questa ritieni sia una prova di intelligenza?”
“Certo, da una banale ‘circostanza’ a un ‘principio’.”
“Ecco perché credo che il dominio di Homo sapiens sia agli sgoccioli.”

martedì 5 luglio 2011

... sì e no conosciamo l’involucro...


[131] Del nostro pianeta abbiamo solo qualche conoscenza diretta limitata a un sottilissimo strato superficiale, quello che ospita la vita o poco più. Già di ciò che succede a pochi kilometri sotto di noi sappiamo poco o nulla, suppergiù quanto di Marte o Venere, quanto cioè ci dicono le conoscenze indirette, basate su calcoli e congetture. E anche dentro questi ristrettissimi limiti gli errori di valutazione sono all’ordine del giorno, nonostante i nostri potenti strumenti di osservazione e i sofisticati sistemi che ne inquadrano i risultati in maniera che riteniamo affidabile. E allora, perché quegli errori, perché la nostra gestione del pianeta è così inaffidabile?

È presto detto: per la nostra ingordigia, perché a un certo punto della nostra evoluzione ci siamo autonominati ‘padroni’ –non più semplici inquilini– di questo corpo celeste di cui sì e no conosciamo l’involucro. Nessun altro animale è mai stato così sciocco e presuntuoso da ritenersi padrone là dove non è che ospite occasionale, tollerato fintantoché la sua presenza non infastidisce chi lo ospita più di quanto una zanzara infastidisce noi.

lunedì 4 luglio 2011

Ritorno sul Feldenkrais



In questi giorni mi è capitato più volte di ritornare sul tema Feldenkrais, a causa di un Postino pubblicato sull’Oblò. Questo a prescindere dalla pratica del suo metodo, tre volte la settimana sotto l’intelligente guida di Valentina – una guida che, proprio per essere del ‘metodo Feldenkrais’, non può che essere ‘intelligente’.
Infatti questo metodo si basa essenzialmente sull’interazione corpo-mente o meglio sulla comprensione del corpo attraverso la mente e sulla consapevolezza di questa nel movimento del corpo. Qualcosa di assai più complesso della fisioterapia, uno ‘stile di pensiero’, un modo di essere e di gestire il sinolo mente-corpo a tutto vantaggio dell’individuo e, attraverso lui, della società.
Tra queste sue caratteristiche –che, torno a dire, sto direttamente sperimentando nel corpo e nella mente– ho pensato a una possibile sinergia tra IMC e il Feldenkrais, così affini nonostante il diverso campo applicativo.
A questi due ambiti di ricerca e pratica si sta aggiungendo un altro ambito esperienziale, anche questo nato da IMC e dagli studi di G. Flaminio Brunelli e attualmente ‘gestito’ dal compositore, ricercatore e didatta , Emanuele Pappalardo.
Molte cose legano tra loro queste ricerche, in particolare un simile disegno formativo, che mira alla sopravvivenza della specie umana, oggi evidentemente messa in forse dai suoi stessi membri, resi ciechi da un’ideologia non più sostenibile: l’ideologia del “di più” della ‘crescita infinita’ su un pianeta finito.
Il problema che ci riguarda, ha inizio da noi come individui integranti corpo e mente, per diventare quasi subito il problema sociale, politico per eccellenza.

domenica 3 luglio 2011

Quanta parte di autosuggestione...?



[130] Che accade quando è l'autore stesso che per una ragione o l'altra propone per prima la versione orchestrale di un suo lavoro per voce e pianoforte. Qui è molto difficile sottrarsi alla facile considerazione che il testo col pianoforte deve essere solo una versione provvisoria, quasi un appunto per una successiva stesura definitiva. Non è raro, anzi è pressoché la norma che le opere vocali di maggiori dimensioni vengano realizzate dapprima per canto e pianoforte e solo successivamente nella definitiva veste orchestrale. Dico questo perché in questi casi la stesura col solo pianoforte viene a priori percepita come incompleta e bisognosa di integrazione. Vi sono tuttavia numerosi esempi – mi vengono in mente i mahleriani Canti di un viandante– concepiti, come i Lieder schubertiani, per canto e pianoforte. Qui la versione definitiva si impone al nostro orecchio come quella ‘buona’ e l’altro solo come un abbozzo. È una conseguenza della nostra conoscenza dei fatti? E, se si venisse a sapere che la stesura ‘buona’ è appunto quella orchestrale e l’altra una ‘riduzione per canto e pianoforte’. Quanta parte di autosuggestione hanno le nostre valutazioni?

sabato 2 luglio 2011

Offesa alla riservatezza



[129] Molti Lieder di Schubert hanno spinto altri compositori a tentarne la traduzione orchestrale: tra questi Brahms, Reger, Offenbach, Webern. Neppure quest’ultimo, che pure ha dato una sensibilissima versione di alcuni Ländler, si può dire sia pienamente riuscito nell’impresa. Anche nei casi in cui l’originale stesura per pianoforte sembra suggerire il suono di uno strumento a fiato o ad arco, addirittura di un’intera orchestra –come nel caso dei goethiani Prometheus e An Schwager Kronos– la trascrizione completa non aggiunge qualcosa. Si direbbe piuttosto che toglie: la nettezza timbrica, forte e inequivocabile, del pianoforte. Anche quando questo richiama suoni di casa in un’orchestra, è appunto il richiamo di qualcosa che non c’è ma viene ricostruito nel ricordo, nell’allusione-illusione che di un semplice accompagnamento fa il vero interprete del canto e è dei suoi più segreti significati. L’esplicitazione strumentale della trascrizione offende la riservatezza dell’atto compositivo primario.