domenica 12 giugno 2011

Feldenkrais e IMC


[115] Non ricordo se in questi postini ho già parlato del metodo Feldenkrais, nel quale mi sto esercitando sotto la guida di Valentina. Penso, pensiamo che potrebbe essere interessante, utile forse tentare una ‘modulazione culturale’ tra il Feldenkrais e IMC. Di primo acchito non se ne vede l’affinità, il primo sostanzialmente un modello di fisioterapia, l’altra un’ipotesi cognitiva, tutt’al più un atteggiamento mentale. Durante il lavoro tuttavia questa affinità è apparsa con crescente evidenza, al punto che vorrei proporre al Centro Metaculturale lo studio di un’integrazione tra le due attività, anche a fini formativi.

IMC si occupa della mente, il Feldenkrais del corpo, ma attraverso la consapevolezza mentale indotta dal corpo. È come se anche il corpo pensasse, come se mente e corpo fossero una cosa sola, cosa che di fatto è, se consideriamo la corporeità del cervello, diversa da quella dello stomaco solo per la funzione esercitata ai fini della sopravvivenza.

Ecco alcune affinità riscontrate durante la pratica:
• la scomposizione analitica del movimento (del pensiero),
• la sua successiva ricomposizione (sintesi),
• la ricerca di un livello di scomposizione ‘elementare’,
• la relatività del concetto di ‘elementare’,
• il minimo dispendio di energia a parità di risultato,
• la razionalizzazione del movimento,
• la conquista propriocettiva di questa razionalizzazione,
• la reversibilità dell’abitudine,
• la ricerca delle alternative,
• l’apprendimento attraverso la sperimentazione,
• l’autonomia della scelta,
• l’apertura al diverso,
• la disponibilità alla relativizzazione del sapere,
• la ricerca dell’equilibrio,
• la valorizzazione degli squilibri,
• la critica al concetto di autorità,
• la responsabilizzazione dell’individuo,
• la relativizzazione della sua cultura.

sabato 11 giugno 2011

Parabola


[114] L'ape era incappata nella tela di un grosso ragno e, più si dimenava, più i fili le si appiccicavano addosso, ma anche maggiore era il danno per la tela. Per limitare questo danno il ragno propose all'ape:
“Se la smetti di agitarti, in un attimo ti libererò. Devi però promettermi di non far uso del tuo pungiglione.” L’ape promise e il ragno si avvicino come per strappare i fili che la tenevano prigioniera. Ma l’ape, credendosi più furba, non appena il ragno le capitò a tiro sguainò la sua arma, finendo così i suoi giorni appesa alla rete di un morto.

venerdì 10 giugno 2011

Legittima difesa

[113]
Distinguere offesa da difesa!
Se la difesa offende, è pur legittima
perché così la vuol chi si difende

(antico madrigale)

Anche il Führer fece invadere la Polonia per legittima difesa. E così Bush l’Iraq. E chiunque, sempre per legittima difesa, potrà rompere il naso al vicino di casa, che potrebbe voler rompere il suo.

giovedì 9 giugno 2011

Che cosa intendiamo per violenza?


[112] Che cosa intendiamo per violenza?
Un leopardo che sgozza una gazzella?
Un leone che atterra un bufalo?
Un branco di leoni che assale un bufalo?
Un gatto che mangia un topo?
Un cervo che atterra un rivale?
Un uccello che lotta per il territorio?
Un lupo che lotta per il predominio nel branco?
Una femmina di mantide che divora il maschio dopo o durante l’accoppiamento?
Una vespa che paralizza un bruco per farlo mangiare vivo dalla sua prole?
Un ragno che immobilizza una mosca nella sua rete?
Un parassita che invade il corpo della sua vittima?
Una popolazione di formiche che ne soggioga un’altra?
Una specie animale che ne soppianta un’altra?
L’assalto di un gruppo di umani a un gruppo rivale?
Una guerra di conquista?
Una guerra di liberazione?
Una legittima difesa?

mercoledì 8 giugno 2011

Senescenza



[111] Spesso le parole si impongono –a chi scrive e parla– come per forza propria, senza che noi le scegliamo ma neppure che ci siano abituali. Così recentemente, nello scrivere La relazione d'aiuto, mi si è imposta la parola 'senescenza', che probabilmente non avevo mai usata. Perché? Non avrei potuto scrivere ‘invecchiamento’, ‘declino’, ‘indebolimento’, ‘tramonto’?

martedì 7 giugno 2011

Allsympathie


[110] Ogni mattina, se il tempo lo permette –ma quest'anno è piuttosto restio-, mentre faccio colazione sul terrazzino del soggiorno, osservo una coppia di lucertole sul tronco screpolato della vecchia robinia di fronte alla casa. Ma perché dico ‘coppia’ e non semplicemente ‘due lucertole’? Che indizi ho che formino una coppia?
Piccolette tutte e due, l’una è però meno piccola dell’altra. Che sia il maschio?
Per ora sembrano ignorarsi, anche perché tra le due ci corrono almeno un paio di metri di superficie irregolare da cui spuntano qua e là dei ramoscelli che certamente impediscono la vista alle lucertole. Inoltre queste si muovono con circospezione ma senza una direzione precisa, ogni tanto ritornando sui propri passi senza apparente ragione, ora restando immobili per qualche minuto. Ecco che si avvicinano… ma no… l’una si allontana e l’altra non sembra interessarsene. Poi, d’improvviso, uno scatto: quella più grande –il maschio?– si getta sulla più piccola, la scavalca e prosegue la sua corsa dietro di lei, come se neppure si fosse accorto di averle camminato sopra; e neanche l’altra di esser stata brutalmente calpestata. Il gioco –se di gioco si tratta– prosegue per una mezza oretta. Sto per alzarmi e andar via, quando mi accorgo che l’una ha azzannato l’altra alla base della coda e la sta strattonando come per staccargliela. Un brivido percorre il corpo della malcapitata – e se fosse un brivido di piacere? La coda resiste, l’assalitrice abbandona la presa. “Ora è il momento di mettersi in salvo in una crepa della corteccia” pensa, ma l’azzannata la pensa diversamente e non si muove. Un secondo assalto è diretto un poco più in alto, circa a metà corpo. Il brivido si ripete, ma molto più intenso. Le zampe si staccano dal supporto e le due lucertole cadono nell’erba sottostante, dove un fulmineo inseguimento le fa sparire ai miei occhi.
I sauri sono certo filogeneticamente assai lontani da noi. Le pratiche sessuali ce li avvicinano però notevolmente. Per un attimo ho immaginato la voluttà di azzannare il partner alla base della coda.
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Ha senso paragonare le sensazioni di una lucertola alle nostre? Delle sue non sappiamo nulla, mentre le nostre le conosciamo di prima persona.
Ma è proprio vero che delle sue non conosciamo nulla? Noi e le lucertole non ci parliamo da molti milioni di anni, eppure il brivido della lucertola azzannata come anche l’impeto dell’azzannatrice mi è sembrato di capirli molto bene, meglio che se ce li avvessero descritte. Forse non è la parola lo strumento principe della comunicazione, forse è la ‘simpatia universale’
Allsympathie.

domenica 5 giugno 2011

Un posto al tavolo della vita


[109] "Largo ai giovani!! Si sente spesso ripetere, anche da coloro che non hanno nessuna intenzione di farsi da parte. E perché dovrebbero? E chi allora dovrebbe? Coloro che hanno speso una vita per guadagnarsi un posto al tavolo della vita? Che espressione insopportabilmente retorica!
Quanti, che hanno speso la loro vita a un posto del genere non l’hanno mai ottenuto!
Forse la retorica sta proprio nel pensare che esista qualcosa come un ‘diritto alla vita’, per giunta con un contorno di altri diritti che ci sarebbero connaturati come braccia e gamba. L’idea stessa di ‘diritto naturale’, che ci spetterebbe solo per la circostanza di essere nati, non trova riscontro in nessun fatto di natura, dove la stragrande maggioranza degli individui serve solo per nutrirne degli altri.
E allora? Vuol dire che non esistono diritti?
Forse, più che ‘esserci’, i diritti siamo noi a fabbricarli, e allora cerchiamo di fabbricarli in modo che garantiscano lo spazio necessario alla vita di tutti noi, cosa che le attuali ‘tavole dei diritti umani’ sono ben lontane dal fare.

sabato 4 giugno 2011

Amicizia

venerdì 3 giugno 2011

Un poco di pazienza


[108] Un altro vantaggio dell'invecchiamento: cala il debito che abbiamo con la vita. Qualunque cosa ci abbia dato o tolto, poco resta che possa ancora pretendere, e ciò che resta è interamente nostro: per esempio la vita vissuta, nella misura in cui ci piace ricordarla. E se della vita vissuta non ci piacesse ricordare nulla? Basterebbe avere un poco di pazienza.

giovedì 2 giugno 2011

La mente ci guadagna sempre...


[107] Non c'è dubbio che invecchiando si perdono molte facoltà fisiche e mentali. Tra queste la memoria, in particolare quella a breve termine. Se poi anche in giovane età la memoria è stata debole, da vecchi è un vero disastro: si dimenticano cose programmate due minuti prima, anche quelle che si pensavano saldamente ancorate ad artifici mnestici di comprovata efficacia, dal nodo al fazzoletto agli abbinamenti con esperienze della quotidianità. Capita però che assieme alla cosa da ricordare sparisca dalla memoria anche quella che avrebbe dovuto ricordarcela. La perdita non è tuttavia sempre un fatto negativo. Così per esempio una seduta dal dentista può essere utile dimenticarla, specie se se ne prevedono delle altre. Inoltre ogni cosa che esce dalla memoria lascia il posto libero per un’altra da ricordare, e il cervello resta in azione quanto più spazio ha ancora da occupare. Noi uomini abbiamo inoltre il vantaggio di poter disporre, fuori dal nostro cervello, di illimitati spazi di memoria, da quelli tradizionali offerti da carta e penna a quelli recentemente conquistati con l’informatica. Pochi di noi però fanno uso di questi spazi, forse nella convinzione che poco o nulla valga la fatica di occuparli. O è semplicemente la pigrizia che ci trattiene dal fissare per iscritto i nostri pensieri, fosse anche attraverso i testi di un computer, o è la paura di esporsi? o quella di non trovarsi d’accordo con se stessi?

Sia come sia, la vecchiaia, con la sua perdita di memoria, ci offre l’occasione di rinnovare il guardaroba delle idee acquisite, addirittura di far posto ad altre che potrebbero presentarsi inattese e insperate. Perché la mente ci guadagna sempre, anche quando perde.

mercoledì 1 giugno 2011

Raffica di postini (e v)


[106e] Le massime sul concetto di verità sono troppo a buon mercato perché valga la pena di prenderle in considerazione. La verità è che a essere a buon mercato non è la massima, ma il concetto stesso di verità. Ma anche questa è una massima sul concetto di verità.

Fine raffica

Raffica di postini (iv)


[106d] Talora chi non crede nella verità di ciò che gli viene detto finisce per farsene paladino allo scopo di dimostrarne l'inconsistenza. E così la surclassa a ipotesi.

Raffica di postini (iii)


[106c] Talora la menzogna si ammanta di verità e lo fa così bene che chi la contraddice crede di mentire.

Raffica di postini (ii)


[106b] Perché abbiano le sue autorità, le massime non vengono considerate come una perla di verità, ma come un'ostrica in grado di produrla, a patto che vi entri un granello di menzogna.

Raffica di postini (i)


[106a] Chi scrive massime non è affatto detto che voglia ammaestrare qualcuno. È spesso probabile che voglia solo cercar di capire.